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Sono una madre single di 34 anni ed ho una bimba di 22
mesi.
Forse l'annoierò ma credo che il mio problema non possa essere compreso se non racconto tutto il mio percorso fino ad oggi.
A 18 anni ho lasciato la famiglia, con cui non avevo ottimi rapporti,
per andare a lavorare in una grande città. Dai 21 anni ai 27 ho convissuto con un uomo con cui sono stata felice soltanto il primo
anno, gli altri anni (l'ho capito dopo) erano soltanto frutto della mia testardaggine a far si che lui cambiasse e li ho lasciati trascorrere
per non essere costretta a dichiarare (soprattutto alla mia famiglia di origine) che la mia scelta era stata sbagliata.
Poi, improvvisa e inaspettata, ho avuto una storia con una donna di
sei anni più grande di me. Lei per amor mio cambia città e viene a vivere con me. Tre anni di dolcezza, pacatezza, di sentirmi avvolta in
una nuvola di coccole, tre anni di intesa straordinaria.
Dopo tre anni il mio corpo (e anche il mio cuore) si stanca e reclama un uomo. Andiamo a vivere in due case diverse (però nel
medesimo palazzo), non abbiamo più notti d'amore, ma lei è sempre
presente nella mia vita, continua ad "occuparsi" di me nei momenti difficili, spiritualmente e concretamente. Non è più il mio Amore ma
diventa per me l'amica più straordinaria che io abbia mai avuto. Lei continua a dirsi innamorata di me ma mi dice che la cosa più importante
è che io sia felice e che è comunque contenta del rapporto che adesso abbiamo.
Io intanto comincio a vivere due anni "sfrenati", fatti di incontri
occasionali e di notti false. Le cene e le chiacchierate, il film e il teatro, le risate e i pianti improvvisi li continuavo a vivere con
lei, con la mia amica che ormai consideravo come la mia famiglia, il
mio porto sicuro.
Una di quelle notti false però mi ha regalato una stella. Sono
rimasta incinta e, pur se io nel mio passato non avevo mai contemplato una gravidanza e anzi l'idea di avere un bambino in pancia mi aveva
sempre fatto inorridire, per uno strano e straordinario mistero nello stesso istante in cui appuravo di essere incinta scoprivo che quel
figlio era tutto quello che volevo.
Il presunto padre, avvisato, comunicava di non volerne sapere niente. Ma quello ormai era un dettaglio: volevo il mio bambino.
Lei mi è stata molto vicina, durante la gravidanza, quando tutti i presunti amici di allegre serate cominciavano a sparire per perdersi
poi definitivamente (molti non conoscono nemmeno mia figlia), ed anche nei primi mesi dopo il parto, quando scoprii che gestire da sola una
figlia, una casa e un lavoro impegnativo non è affatto facile. Il suo aiuto è stato completo in termini di tempo dedicato, di energie
investite, di soldi regalati.
Tutto sembrava procedere nel migliore dei modi, non rimpiangevo
assolutamente la vita e la libertà di un tempo, era si tutto più difficile ma anche straordinariamente più grande e più vero: mia figlia
mi aveva davvero reso più bella.
Soltanto qualcosa ogni tanto suonava come una nota "stonata": l'attaccamento della mia amica alla bambina che diventava via via
sempre più crescente e che praticamente sottraeva il tempo che la bambina passava con me. Faccio soltanto dei piccoli esempi: se la bimba
piangeva nella culla io dovevo fare a gara con lei per giungere in camera, ma lei scattava sempre prima di me e riusciva a precedermi, a
prenderla in braccio per cullarla. Quando io ero al lavoro o anche in mia presenza consentiva alla bambina di fare cose che io espressamente
vietavo (come salire le scale, passarle lo smalto sulle unghie e altre cose). Al suo maggiore attaccamento alla bambina cominciò a
corrispondere via via un maggiore attaccamento della bambina a lei, del resto passava molto più tempo con lei che con me: era lei a tenerla
quando io ero al lavoro e successivamente, quando la bimba cominciò ad andare all'asilo lei prese l'abitudine di venire a casa nostra al
mattino presto per svegliarla e prepararla, cominciò sempre a farsi trovare a casa nostra al nostro rientro e ad andare via soltanto la
sera quando la bimba si addormentava (credo che la bambina non si rendesse nemmeno conto che
lei non abitasse con noi: la trovava e la vedeva sempre lì). Aggiungo che la mia amica ci sa fare da favola con i
bambini ed ha un modo di giocare che la bambina preferisce di più rispetto al mio per cui regolarmente dopo l'asilo la bambina passava
i pomeriggi a giocare con lei sia quando io ero fuori per lavoro sia quando io ero presente: la bambina manifestava palesemente la sua
preferenza a giocare con lei ed io sceglievo di non contrariarla.
Mi sentivo però esclusa, mi sentivo per mia figlia soltanto colei che
la rimproverava, che le dava da mangiare (impresa alquanto difficile con mia figlia), che la faceva piangere per darle le medicine. Tutto
ciò mi appariva, l'ho detto, stonato e più di una volta ho avuto l'istinto di ribellarmi, di rivendicare il mio diritto di stare un po'
da sola con mia figlia, di essere io a svegliarla la mattina, di passare un pomeriggio con lei, di essere io a farle il bagnetto... ma
poi mettevo a tacere quelle mie sensazioni: mi sentivo un ingrata, una piccola mamma gelosa che voleva vietare alla figlia una ricchezza
affettiva, la presenza di una zia che le volesse tanto bene.
Mi dicevo: "lei mi ha così tanto aiutata, anche economicamente, lei è così sola e da sette anni si dedica completamente a me, lei non ha
amici, lei forse non sarà mai madre... E poi vuole un bene infinito alla bambina, la bambina potrà solo guadagnarci dall'avere vicino una
persona che l'ama così tanto. Non devo essere la donnetta egoista e gelosa della figlia dimenticando tutto il bene che la mia amica mi ha
fatto, non voglio che pensi che l'ho utilizzata solo fin quando mi ha fatto comodo".
Qualche mese fa però la bambina ha cominciato a confondersi quando la
chiamava, spesso l'ha chiamata mamma e ha cominciato a correre da lei quando si faceva male. Mia figlia (che a 22 mesi ancora allatto)
continuava a volere la tetta la sera ma, dopo la poppata, voleva addormentarsi tra le braccia della mia amica (che, ripeto, lasciava
casa nostra solo quando la bimba dormiva)..
Nei rari momenti poi in cui eravamo sole la bambina ha cominciato a mostrare insofferenza a me, ai giochi che le proponevo. Mi chiedeva
cose che io, per ragioni di sicurezza o anche solo educative, espressamente vietavo e che (mi accertavo poi) la mia amica le lasciava
fare. Ad ogni mio rifiuto cominciava a fare i capricci, a piangere e a chiamare la mia
amica... Cominciava a chiamare lei anche quando si svegliava la notte: diceva "tetta" e poi, invece di dire "mamma" (come
fino ad allora aveva fatto) diceva il nome della mia amica...
Nello stesso periodo poi giungevano delle battute da parte di altre amiche e persino della madre della mia amica, battute tipo "questa
bimba ha due mamme", quando costatavano l'attaccamento della bambina alla mia amica ed il suo modo di gestirla anche in mia presenza
(decidere di farle il bagno, vestirla, portarla fuori, il tutto senza comunicarmelo o chiedermi un parere).
Io mi sentivo così ferita, inutile, inadeguata..
Ho cominciato a regolare la sveglia un'ora prima per alzarmi prima
che la mia amica passasse da casa mia ed avere così il tempo di svegliare mia figlia e di prepararla. Ho cominciato ad inventare
inesistenti uscite con compagne di corso preparto per riuscire ad avere pomeriggi da soli con mia figlia.
Poi mi sono resa conto di quanto tutto questo fosse surreale e assurdo e mi è inoltre balenata l'idea che forse l'allattamento
così prolungato al seno era stata una mia inconscia scelta: rappresentava in fondo la carnalità che nonostante tutto legava mia
figlia a me: necessariamente doveva stare fra le mie braccia per prendere il latte.
Tutto questo mi ha fatto paura.
Da più di un mese ho comunicato alla mia amica di volere stare più
tempo con mia figlia, le ho detto che preferisco essere io ad andare a prenderla al nido, che preferisco che la bimba stia al nido anche nei
pomeriggi in cui io lavoro, che non è necessario che lei venga a svegliarci la mattina né che si faccia trovare a casa nostra quando
rientriamo o che ceni da noi tutte le sere. Ho cominciato a fare i salti mortali per sbrigare tutto da sola ed ho realizzato che finora il
suo aiuto, concreto e decisamente consistente, era stato una egoistica e "comoda" occasione per me per "adagiarmi". Non ho chiuso i rapporti
con lei e non ne ho nemmeno l'intenzione: vado con la bambina saltuariamente (un paio di volte alla settimana) a casa sua per un'ora
o due per farle giocare insieme: mia figlia si diverte moltissimo a giocare con la mia amica ed io ho sinceramente il desiderio che questa
zia (a cui mia figlia e a cui anch'io vogliamo un mondo di bene) sia in qualche modo presente nella vita di mia figlia.
Il mio rapporto con mia figlia è oggi decisamente migliorato: non è
più insofferente a me come mostrava prima anzi è molto contenta di stare con me, abbiamo inventato dei giochi tutti nostri, mi sembra di
comprenderla di più e sono certa lei stia meglio e più serena con me.
Nei pomeriggi in cui andiamo a trovare la mia amica, anche se giocano insieme, la bambina cerca di coinvolgermi, mi mostra le cose che stanno
facendo e quando io mi avvicino per giocare insieme a loro la bimba è contenta e non mi dice più "vai via" come faceva prima.
Quando poi, al momento di congedarci da casa della mia amica, dico alla bambina che dobbiamo andare a casa nostra per mettere in atto il
nostro rituale prima della ninna nanna (mettere su la musica, cullare le bambole, raccontare le favole) saluta la mia amica senza tragedie,
le dice che la vedrà l'indomani e mi segue tutta contenta perché le bambole aspettano lei e la mamma.
Alla luce degli ultimi fatti credo di avere avuto ragione quando ho
pensato che la situazione di prima, quella della mia amica sempre presente in casa, stava facendo credere a mia figlia che la nostra
famiglia fosse composta da tre persone, lei piccola e due donne adulte, delle quali io ero quella severa, che la faceva piangere perché poneva
le regole, che insisteva a darle da mangiare o che talvolta le dava le medicine, mentre la mia amica era il genitore "buono" che fa divertire
e che accontenta in tutto. Inoltre il fatto di sapere che la mia amica è probabilmente ancora innamorata di me mi ha fatto respirare il tutto
come.. ambiguo.. ed io non voglio offrire ambiguità a mia figlia.
Credo di avere avuto ragione... ma allora perché a volte mi sento
così "cattiva", "piccola", e soprattutto egoista sia nei confronti di
mia figlia che nei confronti della mia amica? E se fosse stata solo gelosia ed ingratitudine la mia? E se avessi privato mia figlia di
qualcosa?
Grazie per l'attenzione.
Davvero grazie
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