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Gentile
signora,
nella mia quindicennale esperienza di prevenzione e cura di disturbi
nel comportamento alimentare, la vorrei rassicurare su alcune
cose, ma dall'altra anche incoraggiarla alla prosecuzione di un'attenta
lettura, insieme alle maestre della scuola d'infanzia, del comportamento
alimentare di suo figlio.
Innanzitutto
una importante premessa: tantissimi casi analoghi a quello di
suo figlio hanno dimostrato che il cibo è spesso uno strumento
visibile per comunicare certe cose, che a voce non si è
in grado o non si vuole dire. Il comportamento alimentare può
dunque fungere da simbolo o fenomeno o sintomo visibile per comunicare
tutt'altro, o sostituire (in tutto o anche solo in parte) sentimenti
ed emozioni (ad esempio rabbie, aggressività, rifiuti,
vergogne, desideri).
Venendo
al caso specifico di suo figlio, affatto raro, La posso comunque
rassicurare su alcuni aspetti.
La quasi totalità dei bambini e delle bambine si nutrirebbe
pressoché esclusivamente di patatine fritte e simili...
E' altresì frequente che la verdura e la frutta verrebbe
volentieri lasciata da parte, come ben lo dimostrano le statistiche
delle
mense scolastiche.
Vengono
richieste non poca pazienza e fermezza da parte dei responsabili
dell'educazione alla salute (genitori e scuole) per insistere
su un'adeguata e graduale educazione alimentare.
Il rifiuto di tutto ciò che è "molle" si presta
a diverse interpretazioni: potrebbe significare molto semplicemente
la consapevolezza di non essere più "piccolo", o il desiderio
di essere preso più "da grande". Potrebbe anche significare
un rifiuto di un qualcosa o di qualcuno. Ovviamente non sono in
grado di interpretare in modo più dettagliato i sintomi,
in quanto una consulenza "a distanza" non possiede gli elementi
che risulterebbero da un'osservazione diretta. In
questo senso La inviterei a continuare il confronto e il dialogo
con le maestre della scuola dell'infanzia e a coordinare con loro
un progetto comune che preveda anche la Sua collaborazione a casa.
Intanto, non potendo dedurre dalla Sua lettera alcuna indicazione
circa le vostre abitudini alimentari a casa e non sapendo se il
bambino ha fratelli, più piccoli o più grandi, La
inviterei a leggere le seguenti domande e riflettere:
- Se
il bambino all'asilo non ha mangiato, può "recuperare"
o "rifarsi" a casa?
- Con
quale tipo di cibo? Quello di suo gradimento?
- Quante
volte in settimana o al mese viene concesso al bambino di scegliersi
il tipo di cibo a suo gradimento?
- Fate
la spesa insieme? Quali sono gli accordi trasparenti e i patti
chiari tra Lei e Suo figlio quando ad esempio passate vicino
al "banco delle patatine"?
- La
concessione di cibo gradito al bambino viene utilizzata a volte
anche come premio o per gratificarlo?
- Analogamente,
il rifiuto del cibo gradito al bambino viene a volte utilizzato
come punizione o segno di rimprovero?
- Il
momento del pasto a casa: viene imposto al bambino di mangiare?
- Il
momento del pasto comune a casa: si ride e scherza, ci si racconta
e ci si domanda su fatti della giornata (a televisione spenta?)
- Oltre
il cibo: chi e/o che cosa (ad esempio abitudini, modi di essere
preso fisicamente e/o a parole.) rifiuta il bambino nella sua
vita attuale?
- Che
cosa lo fa arrabbiare? Cosa desidera?
- Come
reagisce l'adulto ai comportamenti?
Queste
domande possono essere una prima possibile traccia, anche per
un più approfondito colloquio tra Lei e le maestre della
scuola dell'infanzia, vista l'importanza del coordinamento reciproco
di interventi educativi tra contesto familiare e scolastico: progetti
comuni con finalità condivise e in tempi di attuazione
concordati potranno sicuramente contribuire ad una migliore comprensione
del problema o ad un cambio della chiave di lettura dello stesso.
A seconda delle reazioni del bambino si potrà, sempre insieme
alle maestre d'asilo e successivamente insieme alle insegnanti
della scuola di base, valutare i risultati e programmare o modificare
ulteriori interventi educativi.
Dal mio punto di vista, usare la concessione o il rifiuto di certi
cibi come premio o punizione è in ogni caso sempre sconsigliabile.
Lei
come si sente e si comporta durante il "momento del cibo" che
descrive "disagevole"? E' mai stato provato, durante "il momento
del cibo", a fare "finta di niente" di fronte al bambino, limitandosi
ad "offrirgli" un determinato pasto, senza imposizioni, senza
discussioni sul cibo e in piena serenità?
Un esperimento simile (solo uno tra tanti possibili!) dimostra
solitamente risultati apprezzabili dopo alcune settimane e richiede
dunque costanza e coerenza agli educatori. |