Ma cosa c’è di male a tirare pietre contro
un gruppo di poliziotti?
Cosa c’è di male se eravamo in tanti a farlo? Un gioco
da ragazzi. Un gioco finito male.
Questa era la domanda, non provocatoria, ma precisa e convinta,
ingenua (ma così ingenua da sembrare davvero provocatoria)
di X, minorenne di anni 14 (quindici ancora da compiere nel corso
del 2007), arrestato per i fatti accaduti a Catania la notte del
2 febbraio 2007.
Con questa domanda, più volte ripetuta durante le due giornate
della sua permanenza al Centro di Prima Accoglienza, prima dell’Udienza
di Convalida che ha disposto per lui la misura cautelare dell’Istituto
Penale per i Minorenni, il nostro minore ha cercato di dare (e
darsi) spiegazione, ha richiesto al suo interlocutore adulto il
significato per quello che era accaduto in piazza, dentro e fuori
lo stadio di Catania, per quello che era capitato, e a lui stava
capitando con l’arresto e l’avvio della procedura penale.
Cosa c’è di male?, egli chiede.
E noi ci di contro domandiamo: perché un giovane fa
questa domanda? In che modo l’adulto la raccoglie (si lascia provocare
da essa) e la restituisce?
Sconvolge innanzitutto la banalità, il disorientamento,
la confusione, poi rimane la fragilità (non solo morale,
ma soprattutto cognitiva) con la quale le determinanti fondamentali
della vita sociale, il concetto stesso del bene e del male, di
giusto o sbagliato, l’insieme delle cose che si possono o non
possono fare, vengono elaborati e assunti, in modo caotico, impreciso,
instabile, precario, cangiante.
L’Io adulto, l’Io educatore resta bloccato, si ferma in silenzio
di fronte a queste posizioni, a ragazzi che non sanno quello che
fanno e perché lo fanno, neppure quando il loro comportamento
è palesemente violento e distruttivo.
L’educatore si accorge del vuoto educativo, lo tocca per mano
e ne ha paura. Le responsabilità sono così diffuse
che diventa quasi impossibile individuarle. Famiglia, scuola,
quartiere, società di calcio, associazioni di tifosi, mass
media, luoghi di aggregazione, la chiesa, la polizia, io stesso,
tu.
Questo ragazzo assomiglia, nell’età, nel modo di vestire,
nel taglio di capelli, nell’abbigliamento, nello stile di vita
“comune e normale” a mio nipote, un adolescente come tanti: scuola,
tempo libero e la passione per la squadra del cuore; libri, play
station e qualche ragazzina, compagna di classe.
Con il minore X io ho toccato la fragilità del metodo di
lavoro educativo con il quale finora ho costruito la mia professionalità:
mi fallisce tra le mani la pedagogia del significato che, attraverso
il racconto autobiografico, chiede ed offre riflessioni, valori,
chiavi di lettura, orientamento e risposte ai perché che
hanno motivato le azioni individuali.
Riesco a chiedere: perché continuavi
a tirare pietre contro la polizia?
Ma la domanda educativa del “perché?” non ha avviato, nel
dialogo tra me e lui, un racconto personale per cercare insieme
approfondimenti e motivazioni; ha invece determinato un’altra
domanda, assurda e priva di significati, simmetrica e contrapposta
a quella dell’educatore, che ha bloccato nel silenzio ogni percorso
comune: ma cosa c’è di male?
Questa domanda, ossessiva come un tarlo, inchioda
il mondo degli adulti all’incapacità di offrire orientamento
e restituire valori e significati, fermando ogni possibile dialogo
educativo di fronte alla sfida cruciale che pone ed elabora la
domanda etica sul bene e sul male con il quale discernere i comportamenti
da agire.
Le risposte stereotipate e compulsive, dalla negazione alla repressione,
dalle delega delle responsabilità (verso la famiglia, la
scuola, la società) alla chiusura simmetrica non attraversano
e superano il dramma della mancanza di significato che situazioni
come questa portano allo scoperto. Drammaticamente.
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Autore:
Girolamo Monaco,
Educatore Ministero della Giustizia - Centro di Prima Accoglienza
di Messina