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| Educazione
e devianza: contraddizioni e prospettive dell’intervento rieducativo
dei detenuti |
parte
seconda |
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di Dario
Scognamiglio |
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2.
Le ragioni sociali della devianza
La
teoria del conflitto culturale di Sellin [4]
si fonda sull’idea di norme di condotta, ovvero di regole
che orientano il comportamento. Queste norme di condotta hanno
una matrice culturale, e sono stabilite in funzione delle esigenza
dei gruppi dominanti. Ovvero, coloro che detengono il potere
sociale e politico, hanno in queste norme un efficace strumento
per imporre la propria idea di devianza, di crimine. Queste
norme a loro volta sono l’espressione di un particolare
gruppo sociale. In pratica, se un atto che confligge con l’orientamento
culturale dominante, allora quell’atto diventa criminale.
Ancora più significativa ai fini di questa riflessione
è la teoria dell’anomia così come
espressa a Merton [5].
Lo studioso segnalò che nelle società alcune mete
sono particolarmente messe in risalto (successo economico),
ma che non tutti i mezzi per conseguire queste mete sono da
considerarsi legittimi. Tuttavia non tutti i membri del contesto
sociale hanno le stesse possibilità di conseguire i medesimi
obiettivi con mezzi legittimi, e, conseguentemente, tenteranno
di raggiungere il risultato anche con mezzi illegittimi. Una
società è anomica quando le cause della
disuguaglianza sono da imputare alla struttura sociale stessa.
In pratica l’anomia è una incongruenza della società
che propone delle mete senza però offrire a tutti i mezzi
per conseguirle. Ovviamente non tutte le mete sono egualmente
appetibili da tutti gli individui o le classi sociali. Merton
vuole riferirsi fondamentalmente ad un messaggio culturale,
il quale legittima la competizione per l’ascesa e la mobilità
sociale per coloro i quali sono interessati a raggiungerla.
E’ l’enfasi con cui una società insiste su
alcune mete che segna il grado di anomia di una società
stessa (Merton segnala in particolare il caso dell’America
e del rilievo che ha in essa in conseguimento del successo economico).
In sostanza, la teoria dell’anomia di Merton spiega
come la struttura sociale stessa contribuisca a produrre devianza.
Occupandosi della delinquenza giovanile, Cohen [6]
presenta
un ragionamento interessante: i bambini delle classi inferiori
hanno i loro primi problemi di integrazione sin dalle scuole
elementari, dove si trovano a misurarsi con bambini delle classi
medie e dove vengono valutati da insegnanti con parametri di
valutazione appartenenti alla classe media, estranei alla realtà
del bambino. La condivisione, la definizione di obiettivi a
lungo termine, il rispetto della proprietà; sono valori
che ovviamente appartengono a chi possiede, a chi vive in un
ambiente familiare dove si è abituati ad investire sul
futuro, dove esistono delle aspettative per l’avvenire,
dove esiste il culto del lavoro come mezzo valido per ottenere
ciò che si desidera. Questo crea una notevole discrepanza
tra questi ragazzi e quelli delle classi medie; anche gli insegnanti
vengono percepiti, diciamo, dalla stessa parte degli alunni
più privilegiati. Da questi presupposti teorici, è
facile aprire un collegamento non azzardato con la cosiddetta
teoria dell’etichettamento. Tannenbaum [7]
ha
scritto che quando un bambino viene scoperto a commettere un’azione
“deviante”, in qualche modo gli viene affissa un’“etichetta”.
Ciò qualifica il bambino come deviante ed influisce sulla
rappresentazione che il soggetto ha di sé; quest’etichetta
è più che visibile, tanto che gli altri reagiranno
non più al bambino, ma alla sua etichetta. E’ l’etichettamento,
dunque, la base della devianza. In pratica, una volta piazzata
l’etichetta, insorgono due meccanismi diversi:
1.
la tendenza dell’osservatore a vedere l’etichetta
anziché il soggetto che ne è portatore
2. l’interiorizzazione dell’etichetta da parte del
suo portatore, fino all’autodefinizione di “deviante”
Due
meccanismi diversi ma convergenti nel provocare un’espansione
della devianza, fino alla costruzione di una “carriera
deviante”. E’ d’altra parte evidente che i
soggetti delle cosiddette classi inferiori sono più facilmente
suscettibili di essere etichettati. In generale le classi più
agiate tendono a definire devianti quei comportamenti delinquenziali
che afferiscono a situazioni di povertà ed emarginazione,
riservando un trattamento ben diverso agli illeciti dei cosiddetti
“colletti bianchi”. Ragion per cui chi ruba dei
candelabri, come il Jean Valjean dei Miserabili, è un
ladro; chi commette un falso in bilancio, è tutt’al
più un disonesto.
Particolarmente interessanti sono anche le teorie sulle sub-culture
devianti. Al di là della differenza nell’approccio,
fondamentalmente convergono sull’assunto per cui i membri
della società condividono un sistema di valori, di norme,
di regole, che pongono alcuni di essi al di sopra degli altri.
In qualche modo ciò rappresenta la legittimazione, anche
a livello culturale, dell’ineguaglianza tra gli uomini.
Le disuguaglianze sociali sono funzionali alla società
di mercato, dunque la devianza è un fenomeno congiunturale
alla democrazia liberale. Potremmo spingerci oltre, discutendo
sulla possibilità che il crimine stesso sia funzionale
al sistema economico; ma è un argomento complesso, e
comunque poco utile ai fini di questo lavoro. Che si tratti
di un elemento costitutivo del sistema, o di una conseguenza
inevitabile della sua stessa strutturazione, la sostanza non
cambia. La società di mercato genera devianza. E non
spaventi questa conclusione; la democrazia rappresentativa liberale,
specie in questi anni particolarmente allarmanti dal punto di
vista delle relazioni internazionali, è diventata nell’immaginario
collettivo un baluardo, l’unica forma di governo in grado
di garantire e difendere libertà e diritti. Non si sta
sostenendo la superiorità di teocrazie o dittature varie,
ci mancherebbe altro, né postulando eversivamente un
sistema migliore di quello democratico. L’assioma per
cui “la società di mercato provoca devianza”
è quanto ci interessa per proseguire nella riflessione.
Dopo quanto affermato, rielaborando l’impianto dell’odierna
concezione pedagogica, la stonatura è immediatamente
individuabile: nei fatti, ri-educare e ri-socializzare significa
“adattare” o, peggio, “asservire”. Il
soggetto deviante deve interiorizzare il sistema di valori dominante,
cioè la sovrastruttura ideologica del sistema che l’
ha emarginato. Dal deviante da rieducare ci si aspetta l’adesione
ad un sistema di valori e regole funzionali all’oppressione
della sua stessa classe. La finalità rieducativa svela
tutta la sua ipocrisia, la sua intollerabile mistificazione.
Malcom X [8]
evidenzia il suo irriducibile disprezzo per una società
che prima schiaccia gli individui con il suo peso, e poi li
punisce se non riescono a sostenerlo. La nuova cultura penitenziaria
introduce un elemento in più: non basta punire i soggetti
messi ai margine dal sistema, devono anche introiettare il sistema
di valori dominante, devono considerare giusta la loro punizione.
Difficile immaginare qualcosa di più de-socializzante
e de-strutturante. I devianti dovrebbero trasformarsi in tanti
Zio Tom, sudditi per vocazione, passivi sostenitori delle istanze
del padrone. Ma la trappola del sistema è sempre la stessa;
sicuramente la qualità (parola forse inappropriata) della
vita carceraria è migliorata con l’avvento dell’ideologia
rieducativa. Qualcuno ha sostenuto che il carcere debba servire
da “contenitore sociale”, la cui finalità
è non soltanto arginare gli effetti devastanti della
devianza diffusa, ma anche inibire le istanze di una classe
sociale considerata “rivoluzionaria”, dunque pericolosa
per il mantenimento dello status quo. Ai tempi della rivoluzione
industriale, nelle carceri finivano soprattutto appartenenti
alla classe lavoratrice. Secondo Focault [9]
ciò era strumentale anche da un punto di vista economico,
sfruttando il lavoro dei detenuti. Oggi nelle carceri troviamo
sempre più spesso immigrati e tossicodipendenti. Ad ogni
modo, se l’obiettivo è asservire anche culturalmente
le classi più disagiate, la nuova finalità rieducativa
si presta magnificamente allo scopo. E gli educatori sono i
missionari di questa nuova frontiera dell’omologazione
culturale, dell’accettazione della propria marginalità;
e, contemporaneamente, sostengono i reclusi nella rivendicazione
dei loro diritti di “detenuti”, perché come
detenuti hanno dei diritti, perché “sono”
dei detenuti, non cittadini, detenuti e basta; e come tali,
portatori di diritti.
Quale ruolo scomodo quello dell’educatore penitenziario.
E’ la punta dell’iceberg, la problematicità
della sua condizione è l’ipostatizzazione di una
crisi dell’intera cultura pedagogica, percepita o meno
che sia. Un educatore, se non vuole essere la faccia pulita
di un sistema oppressivo ed ipocrita, deve liberarsi da questa
insulsa mentalità risocializzante, dal piattume (e pattume)
concettuale che, attraverso il sistema della “premialità”,
elargisce premi a chi da prova di maggior asservimento e docilità.
E tuttavia permane il problema posto all’inizio di questo
lavoro; l’educatore che si schiera con il detenuto, incoraggiando
e rinforzando le sue istanze rivendicative e devianti, è
davvero dalla sua parte? O favorisce la sua condanna ad una
vita da deviante? Anche per l’educatore, dunque, esiste
una sorta di scissione; in teoria dovrebbe essere il mediatore
tra la realtà esterna e quella carceraria. Eppure quando
esiste un rapporto di forza, la neutralità non esiste;
se non stai con il più debole, aiuti il più forte;
se non stai con l’oppresso, stai con l’oppressore.
Tertium non datur. Non vorrei dare il senso di una
ideologia manichea, ma soltanto evidenziare la contraddittorietà
insita nel concetto stesso di ri-educazione in un sistema democratico.
Riportiamo un passo tratto da uno studio del Prof. Remo Bassetti:
“…In ogni caso, la rieducazione può pensarsi
come semplice ri-socializzazione, ossia induzione al rispetto
delle norme di convivenza, o come vera ri-educazione cioè
riapprendimento dei principi morali che il reo ha mostrato di
non conoscere. Il suffisso “ri” tende ad attenuare
ipocritamente il carattere coattivo dell’operazione. Se
io vengo ri-educato o ri-socializzato mi viene solo fatto riacquistare
ciò che già avevo posseduto. Ciò non è
sempre vero ed è anzi palesemente falso quando la pena
si rivolge a immigrati cresciuti in un diverso contesto culturale
[…] che dire se non c’è condivisione di valori
perché il reo proviene da una comunità con valori
diversi? Per esempi da un sistema culturale dove il senso attribuito
alla violenza è differente dal nostro? Essa è
un’educazione e si risolve nell’inculcare forzatamente
al condannato i valori o quanto meno le condotte tipiche della
comunità alla quale è approdato” [10].
Stabilita l’insulsaggine di un approccio educativo finalizzato
all’adesione forzata ai valori dominanti, il ruolo dell’educatore
può risolversi, come dice Bassetti, in “semplice
ri-socializzazione, ossia induzione al rispetto delle norme
di convivenza”?
Non esiste un vademecum del buon educatore, e non ci
sono formule buone per tutte le situazioni. Ci sono gli educatori;
ci sono i soggetti “destinatari di valori”, come
vuole una certa pedagogia; e c’è una società
complessa. Le cose cambiano a seconda del punto di vista che
si assume, è una lezione vecchia che ogni tanto si dimentica;
il sistema della premialità, nelle carceri, serve a favorire
la rieducazione dei detenuti, oppure a contenerne il dissenso,
esploso in maniera devastante negli anni ’70? I permessi
sono un’opportunità di contatto tra carcere e società
esterna, o un’arma di ricatto dell’amministrazione
penitenziaria per castrare sul nascere ogni istanza rivendicativa?
O entrambe le cose?
Un educatore coscienzioso non può avere soluzioni a portata
di mano, ma deve confrontarsi con questa problematica; deve
accettare questa contraddizione e portarsela sulle spalle, senza
cercare di risolverla in una formula etica da spacciare come
uno stupefacente ai suoi “utenti”. La contraddizione
c’è, e come abbiamo già detto, quando esiste
una prova di forza, non stare da nessuna parte significa stare
col più forte. E nascondere la contraddizione, in questo
caso, fa il gioco del più forte.
...continua...
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| Note:
[4]
Sellin T., Culture conflict and crime, New York, Social
Science Research Council, Bulletin 41, 1938
[5]
Merton
R.K., Teoria e struttura sociale, vol.II: Studi sulla struttura
sociale e culturale, Bologna, Il Mulino, 2000
[6 ]Cohen
A.K., Ragazzi delinquenti, Milano, Feltrinelli, 1981
[7] Tannenbaum
F., Crime and the community, Boston, Mass., Ginn., 1938
[8]
Alex Haley (a cura di), Autobiografia di Malcom X, Torino,
Einaudi, 1967
[9]
Focault M., Sorvegliare e punire – Nascita della prigione,
Torino, Einaudi, 2004
[10]
Bassetti R., Derelitti e delle pene – Carcere
e giustizia da Kant all’indultino, Roma, Editori Riuniti,
2003, p. 61
Autore:
Dario Scognamiglio
nasce a Napoli il 12/05/1975; passa i primi 20 anni della sua vita
a sognare, e i successivi a cercare di realizzare i suoi sogni;
nel 2001 consegue la laurea in filosofia e il titolo di istruttore
di arti marziali, nel gennaio 2005 diventa una guida escursionistica.
Lavora nel sociale da 4 anni, e attualmente collabora in un progetto
di reinserimento sociale si soggetti con problemi di tossicodipendenza.
Nel tempo libero ama leggere e scrivere racconti surreali o fantasy.
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