3.
Metodologia e prassi dell’intervento rieducativo
L’educatore nelle carceri
non trasmette valori e non rieduca nessuno. Questo è
l’assunto da cui partire per provare a ricostruire un’ipotesi
di intervento ri-socializzante nel settore della devianza. Ovviamente
in questo scritto si intendono proporre soltanto degli spunti;
ben altro lavoro sarebbe necessario per affrontare una questione
così delicata da un punto di vista dell’ermeneutica
quanto da quello etico e sociale.
La devianza segnala sempre una scissione sociale, una frattura
che in qualche modo va ricomposta; assodate le problematiche
precedentemente rilevate, ovvero la non-neutralità del
sistema rispetto alla risposta deviante del soggetto e dell’educatore
rispetto a questa dialettica, l’intervento deve strutturarsi
su una modalità di intervento re-integrativa. In pratica,
si tratta di fornire all’utente quegli strumenti necessari
ad una proficua integrazione sociale, in assenza dei quali la
distanza non è colmabile. In particolare, vi sono due
ambiti di intervento:
a)
Interventi tesi a fornire e favorire l’acquisizione di
strumenti in grado di facilitare il reinserimento sociale
E’ una sfera di intervento di enorme importanza, non necessariamente
riducibile al lavoro di un educatore. L’istruzione, la
formazione professionale, l’acquisizione di abilità
teorico-pratiche (gestione di un giornale, di un sito ecc.)
forniscono al soggetto deviante delle capacità e conoscenze
che migliorano le sue capacità di interazione con il
sistema sociale. Il primo passo per ri-socializzare un soggetto,
è metterlo in condizione di partecipare alla vita della
comunità. Ovviamente le difficoltà relative all’inserimento
anche professionale in società non si risolvono attraverso
corsi di formazione. Si tratta solo di fornire degli strumenti;
la possibilità concreta di esercitare le abilità
apprese si innesta in una problematica più ampia che
prevede necessariamente una collegialità nelle modalità
di intervento, attraverso la creazione di una rete di relazioni
e competenze orientata a superare l’isolamento in cui
versano generalmente i soggetti devianti.
b)
Interventi tesi a fornire l’acquisizione di conoscenze
e abilità sociali
Ri-socializzare un soggetto significa anche sostenerlo e “accompagnarlo”
nella comprensione delle dinamiche sociali di cui è in
ogni caso soggetto partecipante. La modalità di intervento
filosofica o sociologica è probabilmente la più
adatta allo scopo. Una riflessione, non diretta ma facilitata
da un educatore preparato, sulla propria condizione sociale,
sulle interazioni e gli effetti sulla più ampia compagine
sociale, rappresenta indiscutibilmente un passo avanti verso
l’integrazione. Il soggetto deve avere gli strumenti culturali
per esercitare una critica sulle dinamiche sociali che lo coinvolgono.
L’approccio filosofico consente anche un affinamento delle
capacità cognitive del soggetto, attraverso strumenti
tipici della storia del pensiero e dell’attività
dialogica. L’educatore in questo caso agisce da counselor.
Diverse sono le conoscenze necessarie ad un operatore per intervenire
in questo senso; le tecniche della RET, la Terapia Razionale
Emotiva di Ellis [11],
sono tra le più efficaci in questo senso. Secondo questa
scuola, il modo in cui verbalizziamo i nostri vissuti condiziona
a sua volta il nostro che abbiamo di vedere e vivere la realtà.
Si tratta della riedizione moderna di un’antica intuizione
di Epitteto [12],
per il quale non sono le cose in sé ad essere positive
o negative per noi, ma il modo in cui le percepiamo. Per portare
un esempio, un errore diffuso è la tendenza a globalizzare
eventi e giudizi: “tutti sono contro di me”. Oppure
la tendenza ad ingigantire e drammatizzare gli eventi, postulandone
quasi un’ineluttabilità: “devo riuscire a
dirgli quello che penso”, “non posso fare a meno
di arrabbiarmi”. Senza addentrarsi qui nel complesso delle
dinamiche di un intervento di Terapia Razionale Emotiva, si
vuole sottolineare come intervenendo sugli errori “filosofici”
del soggetto, sui processi contradditori del pensiero, si possono
fornire nuove chiavi di lettura ed interpretazione del reale,
utili anche ad affinare le capacità introspettive della
persona.
Il recupero del detenuto richiede poi l’acquisizione di
specifiche abilità sociali e con questo tocchiamo un
aspetto generalmente trascurato dagli educatori. Un ri-socializzatore
non apprende queste tecniche soltanto per migliorare il proprio
livello comunicativo, ma per insegnarle. Aiutare un soggetto
con problemi di disadattamento ad impadronirsi di abilità
sociali come la “comunicazione assertiva”, o la
capacità di “autocontrollo” significa aprirgli
dei nuovi canali comunicativi. Le possibilità di integrazione
migliorano infatti se il soggetto sa gestire efficacemente le
relazioni interpersonali.
In
conclusione a questa riflessione, per chi opera nelle carceri
sarebbe forse auspicabile la sostituzione del termine “educatore”
(che di per sé non ha certo una valenza negativa) con
quello di ri-socializzatore, oppure facilitatore sociale. Le
parole sono importanti, e la dimensione semantica ne traccia
anche una progettualità, l’intenzione;
e, ad avviso di chi scrive, la priorità è intervenire
sul quel solco invisibile, ma tangibile, che squarcia il tessuto
sociale, per agire concretamente ed efficacemente su ciò
che de facto impedisce la realizzazione di condizioni
di uguaglianza, nei diritti e nelle concrete possibilità
di realizzazione.