La
pedagogia ha indubbiamente una funzione sociale; non è
possibile educare, cioè sostenere il processo di autorealizzazione,
di apertura alla libertà, di conseguimento della felicità,
senza tener conto degli altri e del contesto sociale di cui
il soggetto fa parte. In questa ottica, educare è operare
per l’integrazione e l’inclusione sociale, favorire l’assunzione
di responsabilità anche in ordine alla dimensione sociale
dell’esistenza individuale. L’uomo-cittadino è l’elemento
base della società democratica, che si basa, a sua volta,
sul riconoscimento del valore imprescindibile dell’individuo,
dei suoi diritti fondamentali e universali.
Apparentemente abbiamo a che fare con una concezione perfetta,
limpida, priva di qualunque ambiguità: l’uomo al centro
del sistema di valori, motore pensante e fattivo della collettività.
Tuttavia anche i più ferventi sostenitori del sistema
democratico non possono negare che si tratta di un sillogismo
che contraddice continuamente le sue premesse. Che tutti gli
uomini siano uguali è ovviamente contraddetto da qualunque
raffronto con la realtà empirica; si tratta di un principio
di riferimento, al limite di un’intenzione, “gli uomini devono
essere tutti uguali”, ma ovviamente non è una realtà
di fatto. Le possibilità sono due: 1) il sistema democratico
non è ancora pienamente maturo, ma riuscirà prima
o poi a garantire una reale uguaglianza tra i suoi cittadini;
2) il sistema democratico poggerà sempre su questa contraddizione,
e potrà sopravvivere soltanto in virtù del permanere
di questa discrepanza tra i suoi cittadini.
In entrambi i casi, esiste un problema etico di fondo di grande
spessore. Di fatto, esistono cittadini, e dunque uomini, per
quanto detto sopra, di serie A e di serie B, detto nel modo
più banale possibile. Come si pone un educatore di fronte
ad un soggetto svantaggiato, un uomo ai margini? Educatori che
hanno fatto del loro lavoro quasi una missione, convinti dell’importanza
di riscattare anche il più emarginato degli uomini, tradiscono
una segreta tendenza ad appiattirsi sulle posizioni del sistema
dominante e, dunque, a sacrificare anche i destinatari dell’azione
pedagogica, nel tentativo di integrarli in un sistema che, di
fatti, li mette ai margini. Perché un emarginato dovrebbe
introiettare il sistema di valori della società che,
di fatto, fa di lui un escluso? In questo caso integrarsi
si tradurrebbe in un semplice asservimento.
Ma è davvero dalla parte dell’emarginato, l’educatore
che invece sostiene e rinforza la volontà di non assoggettarsi
del suo assistito, lasciandolo così permanere nella sua
marginalità, non asservito ma schiacciato?
La verità è, probabilmente, che non è pensabile
che il padrone e il servo abbiano lo stesso
sistema di valori, la stessa etica; quando è così,
è il primo che ha imposto le proprie regole al secondo.
Di conseguenza, non ha senso un sistema pedagogico che si rivolga,
come scrive Freire[1],
agli “oppressori e agli oppressi” con le stesse parole, le stesse
logiche. Ma esiste, oggi, una “pedagogia degli oppressi”? Evidentemente
no, e la tendenza dominante è quella di riportare “le
pecorelle smarrite” all’ovile, magari riconoscendo l’ingiustizia
di fondo, ma stigmatizzando comunque i gesti “non allineati”,
attraverso quel sistema di valori che appartiene agli oppressori
e anche agli educatori. Ma può un educatore avere il
medesimo sistema di valori degli oppressori? E viceversa, potrebbe
invece assumere completamente quello degli oppressi?
La mancanza di un sistema di valori di riferimento alternativo
a quello dominante, per gli emarginati, porta a due conseguenze
probabilmente inevitabili: innanzitutto, e ovviamente assieme
ad una concausa di motivazioni, la nascita di sub-culture devianti,
prive di un reale sistema di valori alternativo. Le sub-culture
assumono i valori di riferimento delle classi dominanti ma,
non potendo accedervi con gli stessi mezzi, ricorrono all’illegalità,
ristrutturando il proprio sistema etico di riferimento in questa
nuova dimensione, creando una vera e propria “ideologia criminale”.
In secondo luogo, e il problema riguarda gli educatori, la concretizzazione
di un’impasse senza sbocchi, dove l’unica via d’uscita possibile
sembra l’asservimento, prospettiva che non può tranquillizzare
lo spirito di un educatore coscienzioso.
...continua...