TRA BULLISMO
E BABYGANG
di Vincenzo
Andraous
Quando
ci si addentra nel mondo giovanile c’è il rischio di
imbattersi improvvisamente in un altro mondo vicino, c’è
una difficoltà estrema a distinguere i tratti di una
violenza priva di significati, soprattutto di utilità.
Nel Regno Unito le babygang spadroneggiano nelle città
come nelle periferie, gli adolescenti sono fotocopie di “eroi”
delle playstation, i ragazzini non sono più imberbi fautori
del “tutto e subito”, ma veterani di una guerra che non è
mai stata loro, un morto dietro l’altro.
Accade in quell’Inghilterra che da anni ammiriamo, che vorremmo
imitare per capacità creative e economiche.
Da noi per ora, bullismo non è criminalità, non
è ancora calamità nazionale, soprattutto non è
ancora serbatoio di alcuna organizzazione criminale.
Il nostro è un bullismo del benessere, è abuso
dell’agio, persino chi non ha niente, possiede qualcosa al fondo
delle tasche, non è disagio che picchia contro al mancato
raggiungimento di un traguardo economico, è disagio relazionale,
paura delle vita, non della morte, è incapacità
e rigetto della scelta.
Ciò che accade dall’altra parte della Manica è
differente, perché nasce da una povertà endemica
in alcuni strati sociali, da degenerazioni famigliari estese
a interi quartieri, da un alcolismo adulto che insegna ai più
giovani a non fare prigionieri.
Sono morti ammazzati diciotto ragazzi in un solo anno, una bestemmia
indicibile, forse questa volta non si eluderà la condivisione
della tragedia, del dolore, con la solita richiesta-risposta
di inasprire le condanne, di invocare le solite certezze delle
pene.
Stiamo parlando di un paese dove migliaia di minori sono diventati
“esseri esiliati dalla vita” in qualche carcere, molti muoiono
in quelle celle, e non occorrono tante spiegazioni.
Le carceri inglesi scoppiano di giovani all’arrembaggio, eppure
le punizioni sono esemplari, l’uso del braccialetto e del controllo
sono espressi alla massima potenza, ma in un anno diciotto ragazzi
sono stati assassinati, e altri trenta sono deceduti negli istituti
penitenziari.
“Un paese che non ama, non protegge e non rispetta i suoi giovani,
ma li emargina e li criminalizza”, appare una dicitura post-mortem,
invece è quanto ogni cittadino, non inglese ma del mondo,
deve riflettere e ponderare.
Ci preoccupano i nostri bulli, invochiamo la frusta, ma se guardiamo
al paese dei Re e delle Regine, delle tendenze e dei suoni,
c’è la risposta da dare alle nostre generazioni, c’è
l’avviso a non incappare nelle superficialità che potremmo
pagare a caro prezzo, c’è la necessità di attuare
piani economici e politiche sociali che vedano coinvolti non
solamente i ragazzi, ma anche gli altri, in quel famoso sostegno
alla genitorialità troppe volte dimenticato a metà
del guado.
Diciotto morti ammazzati in un anno, non per mafia, né
camorra, unicamente ragazzini dai pantaloni a vita bassa, con
le tasche grandi, con le mani conficcate dentro, in compagnia
del freddo di una lama tra le dita.
|