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LA
COLPA, LA PENA, IL CARCERE
di Vincenzo
Andraous
La campagna elettorale s’è da poco conclusa,
uomini e schieramenti avversi hanno usato le stesse parole,
identici slogans, equiparando il detenuto a un fruitore di privilegi,
il carcere a un contenitore di servizi destinati all’insuccesso,
la pena erogata una garanzia per pochi illusi.
Ma se i clandestini sono troppi, aggrappati a una sopravvivenza
assai poco prossima al vivere civile, se sulle strade in molti
si travestono da drivers sconsiderati, se nelle famiglie e nelle
scuole sono apprezzate le scelte degli adolescenti che non fanno
perdere tempo prezioso, poco importa se disconoscono il valore
della libertà e delle responsabilità, forse occorre
formulare un’idea riformatrice che spinga alla riflessione.
Leggi, norme, scelte di politica criminale non sono eventi umorali,
lo sono invece gli investimenti umani e finanziari per essere
correttamente applicate.
Non credo che il ricorso agli eccessi, alle risposte prive di
umanità, sia la soluzione giusta da offrire alla richiesta
doverosa di giustizia da parte della società.
C’è l’esigenza di ribadire l’importanza del rispetto
delle regole, il valore di norme condivise, non sicuramente
il comando ad abitare uno spot pubblicitario.
Non c’è un detenuto privilegiato, il carcere non è
il bengodi dei diritti a discapito dei doveri.
Di fronte alla sofferenza di chi è vittima del reato,
è davvero arduo parlare di inutilità della pena,
quando questa è in eccesso o non ha più motivo
di essere, essendo intervenuto un cambiamento effettivo nella
persona ristretta, un distacco dal passato e addirittura dal
retroterra, attraverso una revisione critica, un mutamento interiore
che diviene pratica quotidiana verso se stesso e gli altri,
una nuova condotta sociale che non consente baratti di sorta.
Una pena senza uno scopo condivisile non può esser considerata
una punizione comprensibile, giusta, forse in questi termini
ha più le sembianze di una vendetta.
Per mia esperienza, so che trent’anni di prigione sono terreno
fertile per imparare a accettare il senso di un equilibrio della
rendicontazione, una riconciliazione realizzabile su basi differenti,
ma quando la speranza scompare, con essa si inaridisce la tua
umanità.
Il carcere, il detenuto, la condanna, sono espressioni sociali
che non è possibile semplicizzare, perché il carcere
sequestra i bisogni, impossessandosi del corpo e dei movimenti,
e giorno dopo giorno la fantasia e la creatività sono
relegate alla periferia di ogni recinto, in un perimetro chiuso,
stabilito non solo dalla fisicità della segregazione,
ma da un modello culturale basato sull’esclusione, che finisce
davvero per alterare la percezione delle relazioni.
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