di Vincenzo
Andraous
Alcuni studenti mi hanno chiesto perché in questi
ultimi tempi, si verificano fatti delinquenziali compiuti da adolescenti
e giovani adulti, non più e non solo di bassa estrazione sociale, ma
provenienti da famiglie borghesi e benestanti.
Prima di rispondere, ho pensato ad un'altra
dimensione, differente nello spazio perché limitato e nel tempo perché
in eccesso.
Ho pensato al
carcere.
A ben guardare persino qui dentro ogni cosa non è
più al suo posto, "le gabbie di partenza" non sono più le
stesse, e se osservo con attenzione, mi accorgo non solo che gli
extracomunitari sono dappertutto, che i tossicodipendenti abbondano, che
i giovani non sono più quelli di una volta.
Quelli che per una precisa scelta di vita decidevano
di imboccare il vicolo cieco, consapevoli del rischio di andare a
sbattere la testa.
Mi accorgo anche che ci sono i malavitosi con tanto
di patente a punti, e con stupore mi rendo conto che sono una minoranza
in via di estinzione.
Allora agli occhi balzano due considerazioni: che il
problema sicurezza è legato al crimine di piccolo cabotaggio e che i
ragazzi che sopravvivono nelle patrie galere somigliano più ad un
groviglio di vite disastrate per dipendenze di ogni genere, non ultima
quella di esorcizzare la vita.
Ai miei tempi si scivolava dalla trasgressione, alla
devianza, alla criminalità, per uno scopo semplice, per denaro: il
rischio ed il rapporto causa-effetto erano inquadrati in un conflitto
permanente tra base e vertice, quindi tra malavitosi e istituzioni.
La fotografia che appare nitida oggi, mostra un
agglomerato umano detenuto, che aiuta a rispondere alla domanda postami
all’inizio.
A mio modo di vedere c’è stato in questi anni una
specie di mutamento antropologico, che stravolge ogni parvenza di
linearità, addirittura contorce il più corretto ed onesto dei valori,
la famiglia.
Dapprima c’è l’illusione da parte del nucleo
famigliare, di essere per-bene, perché si è raggiunto un benessere
economico, con la convinzione che ciò non può comportare alcun tipo di
rinculo.
Eppure è in questo modo di vivere "sempre in
piedi" che nasce l’iconografia del nuovo disagio, come ha ben
detto qualcuno "il disagio dell’agio".
E’ fin troppo facile, parlare di benessere
materiale che disconosce o peggio ripudia il benessere spirituale,
appare persino retorico accennarlo, quando la realtà sta in un’educazione
che riconosce unicamente i primi della classe, coloro che non si fanno
fregare in prossimità della metà.
Qual è oggi la famiglia che ci rappresenta tutti?
Non certo quella di ieri, la nostalgia del passato non consente un
paragone credibile, forse la verità è che siamo cambiati noi, a tal
punto che non esiste più un modello di famiglia.
Esiste invece un imperativo che contempla e avvolge
non solo la famiglia, ma anche la vita, e con ciò intendo il linguaggio
contemporaneo, che sovverte i lignaggi, le religioni e le politiche,
quel linguaggio che mette a soqquadro e drammaticamente inverte il
concetto di "essere con l’avere".
Rendendo vani e fallimentari negli adolescenti
processi e percorsi di costruzione della propria identità.
Tanti anni fa un vecchio saggio mi disse: "una
fortezza resiste se la guarnigione è bene addestrata".
Quale famiglia resiste ai conflitti fisiologici ad
ogni salto generazionale, se gli stili educativi corrono sull’assenza
di tempo, sull’atomizzazione dell’ascolto, sulla comodità di
concedere attenuanti, in rifugi costruiti a misura che
deresponsabilizzano.
E’ molto più facile elargire un sì, che un no,
perché quest’ultimo non comporta spiegazioni ed allenamento alla
fatica.
Per il ragazzo che è in attesa al palo, il sentiero
si restringe, diviene una scorciatoia, l’ammenda è facile da pagare
per rincorrere da una parte un’autonomia e capacità di scelta prive
del proprio carico di responsabilità, perché indotte da un’infantilizzazione
che rasenta la follia.
Dall’altra è ovvio che avanza l’assenza di freni
e di capacità a mediare (nozioni queste che in un recente passato erano
peculiari della famiglia, della scuola, ecc. ecc.).
Va da sé, che così facendo è ben più stimolante
non subordinare mai le passioni alle regole, a tal punto che quel
desiderio di autonomia, improvvisamente irrompe con il suo carico di
sconosciute responsabilità, e contenerne la spinta senza conoscerne il
senso, equivale a trovarsi disarmati e arresi già in partenza.
Nella comunità "Casa del Giovane" di don
Franco Tassone a Pavia, dove io sono tutor, ho compreso quanto sia
difficile conoscere ed interpretare il mondo di un minore, mettersi nei
suoi panni.
E’ proprio in questa mia nuova avventura, che ho
scoperto un’altra differenza tra l’età adolescenziale odierna e
quella che fu mia, se mai ne ho avuta una.
Ricordo che non sopportavo i grandi, le persone
adulte, quelle che avevano tutte le loro belle certezze, i loro domani
sicuri.
La mia ribellione, il mio urto e fastidio era
soprattutto per loro.
I ragazzi che osservo, seguo, ascolto oggi, non hanno
rancori, ire, ferite da addossare ai grandi, è come se quell’eredità
fosse scomparsa, non urge più il bisogno di "affratellarsi"
per essere antagonisti degli adulti, ora è necessario formare il gruppo
per competere e vincere con i propri pari.
Per essere "tosti" occorre tecnologia
avanzata, abiti griffati e perfezione dell’immagine.
Nasce il gruppo dei pari che combatte gli altri pari, e le armi usate
nelle contese, sono quelle che i grandi lasciano senza protezione all’intorno.
Sono le armi delle parole, quelle parole che teatralmente condannano la
violenza, per poi esortare i propri figli a non credere a nessuno,
neppure a tante storie anonime, drammatiche, devastanti, scritte e
cancellate nella frazione di uno sparo.