di Vincenzo
Andraous
In una sala della Comunità Casa del Giovane di
Pavia, Don Dario stava parlando ai ragazzi di un oratorio lombardo: c’ero
anch’io invitato a partecipare a quell’incontro.
"Non
esiste differenza tra droghe leggere e droghe pesanti, esistono le
droghe e sono tutte negative", diceva Don Dario.
Questa
premessa mi ha consentito di raccontare la mia ultima esperienza, e
rendermi conto una volta di più, di quanto una scelta importante sia
sempre difficile al punto che non credevo possibile mantenerla fino in
fondo.
Io ho
smesso di fumare.
Sessanta sigarette al giorno, tre pacchetti, dal
mattino alla sera, tra le labbra una sigaretta per svegliarmi, e l’ultima
per addormentarmi.
Mai
sprovvisto nella tasca, mai sprovvisto nella mente.
Quante volte mi sono detto... smetterò domani...
ma chi me lo fa fare.
Smettere
di fumare... quante volte ho ascoltato saggi, santoni e predicatori,
elencare medicamenti miracolosi, ed ho sorriso per tanta presa in giro.
Per
tanti anni ho fumato, eppure su una cosa non mi sono mai sbagliato, e
cioè che smettere non dipende da un cerotto o da una pastiglietta,
bensì dal peso e dalla somma della propria volontà.
Ho
avuto modo di pensare bene alle sigarette fumate, così ai motivi che mi
sono sfuggiti volutamente per non raccogliere motivazioni valide a porre
fine al mio tabagismo.
Non è stato semplice dire basta, non è facile
tuttora, la sofferenza è davvero molta.
A
volte sono motivi di salute a obbligare a voltare pagina, altre volte è
il costo elevato del pacchetto di sigarette a indurre a smettere di
fumare, quasi mai un
sentimento di sana cultura ambientalista, di rispetto del prossimo.
Vorrei
poter citare quest’ultimo passo per disegnare la mia scelta, invece
questo sentimento non mi appartiene, né quanto precedentemente
sottolineato.
Ho
smesso di fumare per il carico opprimente di un percorso analitico
sistematico, scatenato da una frase buttata lì per caso, rivolta da un
padre al proprio figlio: "tu non sei capace di smettere, con te
vince la sigaretta".
Così
a poco a poco, nella mente si insinuava l’urto e il fastidio per
quelle parole, l’urto per avermi strattonato dalle mie lentezze, e il
fastidio per aver messo a nudo le mie debolezze.
I giorni sono corsi via come le sigarette portate
alle labbra, ma ora ad ogni boccata, saliva la domanda: vinci
veramente tu?
La
domanda era sempre lì, più che mai ingombrante.
Ho
pensato alla sigaretta che nasconde un disagio, una difficoltà che
serpeggia, ma viene celata.
Una
sigaretta dietro l’altra, comunicando insofferenza per qualcosa, per
qualcuno, addirittura dimenticando il linguaggio del proprio corpo, del
piacere che deriva dalla sua naturale relazionalità.
Ho
riflettuto sui limiti, sui
miei, quelli sottaciuti per egocentrismo, per personalismo, per
superbia, ho sentito il morso del nervo scoperto per la mia
arrendevolezza, per le mie ottuse ostinazioni, scambiate per tenacia.
Ho
riflettuto davvero sotto il peso della solita domanda: vinci davvero tu?
Non
è facile smettere di fumare, come non è facile fare leva, ricorrere a
tutte le proprie energie interiori per trovare appunto quella leva.
Ho
riflettuto a lungo su questa sfida.
La paura di non farcela è stata molta, tant’è che
ad ogni persona incontrata, confidavo di avere chiuso con le sigarette...
così se non fosse stata sufficiente la volontà e motivazione per
continuare nella scelta fatta, l’eventuale "perdere
la faccia" avrebbe figurato da deterrente di non poco conto.
Credo
sinceramente che non si smette di fumare per lo stesso motivo per cui
non si coglie il valore della preghiera, per
paura.
Paura
di non riuscire a fare a meno di una sigaretta, timore di non reggere
alla sofferenza della privazione.
Non
si prega e non ci si ascolta per paura di una chiamata, non quella che
eleva a Santità, bensì quella che demanda alle proprie
responsabilità, ai propri impegni assunti, al proprio essere in quanto
tale perché insieme agli altri.
Forse anche in una sigaretta c’è la cecità e l’ottusità
che annebbia il cuore, e allora, chissà, io ho smesso di fumare
non solo per vincere una sfida, ma piuttosto per sentirmi veramente
più libero.