di Vincenzo
Andraous
Quante volte ho sentito sostenere con estrema
superficialità che i più giovani, quelli che non hanno ancora
quattordici anni, rimangono impuniti anche quando sono protagonisti di
accadimenti gravi, e appunto questa possibilità (di non essere
imputati) favorirebbe la devianza di altri ragazzi che ne seguirebbero l’esempio
devastante.
Quando si tratta di
giovanissimi allo sbaraglio, di giovanissimi a perdere, come ho detto
qualche tempo addietro in un’altra riflessione, di fronte all’ennesimo
giovane caduto in solitudine ai bordi delle strade, siamo bravissimi ad
additarne le colpe, contarne i misfatti, soppesarne gli eventuali dazi
da pagare, difficilmente ne rammentiamo la storia, ancor meno tentiamo
di scandagliarne i pochi anni trascorsi per conoscere ciò che ha
prodotto il presente.
Non lo
facciamo, perché costerebbe troppo in termini di corresponsabilità,
costerebbe troppo a chi è indaffarato a non farsi disturbare dagli
eventi che incombono e intralciano le loro intoccabili e comode
certezze.
Eppure, per capire di
più è sufficiente sbirciare nei registri di una agenzia di controllo,
di un centro servizi sociali per minori, oppure visitare con occhi
attenti e non morbosi una comunità terapeutica, una comunità di
recupero, per renderci conto di quanti giovanissimi, prelevati da
contesti-dissesti famigliari, dall’evasione scolastica, da modelli di
riferimento autorevoli assenti e sostituiti da quelli identificativi
della strada, sono "tradotti" e "accompagnati" in
strutture protette, in forza di un intervento pubblico obbligatorio che
comunque li sanziona nell’intento di garantire la
sicurezza propria e altrui.
Fatti
eclatanti ci spingono a condannare più che a pensare, fatti tragici ci
incattiviscono emotivamente, fatti assai pesanti che ci riguardano da
vicino anche se spesso ci illudiamo di essere a mille miglia di
distanza.
Non è mia intenzione
riepilogare l’assunto colpa-pena-punizione, tanto meno ritornare sulla
poca onestà intellettuale di certi giudizi, privi di conoscenza delle
cause e degli effetti che hanno prodotto quell’esplosione o implosione
di aggressività.
Piuttosto
vorrei rilevare la difficoltà di un intervento su un giovanissimo a cui
sono state recise radici... ancora non meglio identificate.
Giovani
che hanno poca dimestichezza con il mondo delle proprie emozioni, che
disconoscono gli affetti, il più delle volte negati, che nascondono
profondi spazi di dolore, che graffiano e spingono per abbandonare il
palo a cui sono stati relegati.
Giovani
a cui chiedere "ma tu sai sognare?", e magari a chi formula la
domanda i sogni sono fuggiti via da tempo e neppure lo sa.
E’
difficile intervenire, ed è difficile farlo rimanendo distaccati, ci
sono banalità in grosse quantità da spendere per non fare i conti con
le eredità che ci portiamo addosso e che noi stessi lasciamo in giro
come mine vaganti.
Questi
ragazzi giungono anonimamente nelle comunità, sembrano sparuti gruppi
di tartarughine che tentano di risalire le dune sabbiose per guadagnare
il mare.
Sono fragili e
incompiuti. Lo sono davvero.
Così
si tenta di correre ai ripari, studiandone le lacerazioni subite, le
assenze rimaste inaccettate, gli abbandoni percepiti come tradimenti.
Ci
si imbatte in situazioni non sempre chiare o riconducibili a quadri
clinici definiti, in veri e propri mascheramenti, dove dietro i soliti
trasgressivi che saltano le finestre di casa, gli appuntamenti in
classe, infrangono le poche regole dell’amore, ebbene dietro ciò si
celano quei ragazzi che non sono pronti a vivere, ma sopravvivono nelle
disattenzioni e nel disamore di chi li ha dimenticati.
Ragazzi silenziosi, ragazzi assordanti, ragazzi
maneschi, ragazzi invisibili, dove il prima è scomparso e il dopo è
seppellito, ragazzi hic et nunc, dove i domani sono davvero deprivati di
qualsiasi ipoteca.
Ragazzi
svegli e ragazzi addormentati, ragazzi sani e ragazzi malati, ragazzi
che non camminano se non sono guidati, ragazzi che hanno bisogno di
essere accompagnati, perché davvero affaticati, ma non ci domandiamo a
sufficienza da chi e da che cosa.
Qualcuno ha definito questi ragazzi iracondi, io li
definisco il resto della pura logica dei conti, eppure e nonostante
le incomprensioni che derivano dalle varie ideologie psichiatriche
e psicoanalitiche, tra nevrosi e psicosi, in mezzo a quella
terra di nessuno permangono inalterati i risultati delle nostre
distruttive ipnosi collettive, quelle proiezioni dell’ombra
che fanno più vittime di una guerra santa.
Così, oltre ad imbatterci in giovanissimi lasciati
soli, dobbiamo fare i conti con le loro imprevedibilità, con
i nostri fallimenti per la loro incapacità di percepire il mondo
per quello che è, non accettando e non adattandosi alle nostre
retoriche, al nostro senno del poi, al nostro esserci dopo...
In queste condizioni c’è tutta la difficoltà di aiutare
e di sentire quel disagio salire, c’è il pericolo di apparire
come la figura mancante, come colui che non c’è stato e ora
c’è, ma non lo è.
Allora non basta lo stoicismo della sopportazione,
non è più sufficiente essere presenti con il tempo e magari
con il denaro, per rendere autentica la collaborazione e la
cooperazione, perché imprevedibile in tutta la sua prevedibilità
rimane la pura recita dei ruoli, nonché delle spettanze per
chi conduce "influenzato" da una certa onnipotenza
infantile.
Ragazzi in fila per tre attendono di conoscere il
luogo del dolore che è dentro di loro, ma nuovamente le difficoltà
irrompono, e nella ricerca del linguaggio, dei gesti, dei toni
della voce, e nella tentazione di imporre la propria visione
del mondo a chi rappresentazioni dell’universo ancora non ha,
accade che chi conduce confonda il pericolo della patologia
con la consuetudine adolescenziale.
Accade che si perda contatto con la realtà a nostra
volta, che perda significato ciò che è, o ne acquisti più di
ciò che vorremmo, perché questo espone meno al dolore di una
delusione, di un fallimento.
Siamo poco consapevoli di non essere efficaci nell’insegnamento,
ancor meno di non fare troppo caso alle menzogne reiterate,
alle interruzioni dialettiche, ai licenziamenti relazionali,
alle separazioni affettive, siamo disattenti e qualche volta
disamorati a tal punto da credere che ragazzi così, bisogna
ternerceli così, dimenticando che quel ragazzo ha le stesse
potenzialità degli altri, e... chiaramente un problema in più,
un problema in più che spesso non è avvertito o percepito in
tempo, soprattutto non è curato con l’amore dei no, rispetto
alla corresponsabilità dei tanti sì, elargiti nel poco tempo
a disposizione e nella disabitudine alla fatica.
Questo è un atteggiamento educativo ingannevolmente
compassionevole, aggiunge al danno la beffa, fanno da corollario
alla sofferenza le etichette costruite a misura, e non assolvono
dalla incapacità di accorciare le distanze tra noi e questi
"ragazzi a perdere".
Forse è il caso di farci carico di questo male, che
trasferiamo sovente sugli altri, radicando nei più giovani una
solitudine per lo più imposta, dove travestiamo di mete educative
le nostre rese e le nostre insoddisfazioni.