PIU’
INFANTILIZZATI DI QUANDO SONO ENTRATI
di Vincenzo
Andraous
In questo ultimo periodo non si fa che parlare
di eliminare le vecchie fortezze penitenziarie perché
fatiscenti e inumane. Ciò mi fa pensare a quella Edilizia
Penitenziaria nata in epoca emergenziale, privilegiando criteri
tecnologici di neutralizzazione e incapacitazione,
Per cui se questa è questa l’ottica mi chiedo dove potrà
estrinsecarsi l’aspetto di carattere trattamentale-rieducativo,
risocializzante, di recupero del detenuto.
Se il carcere che nascerà non avrà spazi di risocializzazione,
perché costruito su un ragionamento di solo contenimento
del fenomeno criminale, se gli spazi in questione verranno immediatamente
occupati per la troppa abbondanza di carne umana, e quindi non
saranno adibiti a laboratori, a sale di lavoro, di studio (tra
l'altro il lavoro è l'unica terapia valida, lo strumento
principe di qualunque trattamento), continuerà a venire
meno la funzione stessa della pena e, cosa ben peggiore, aumenterà
la recidiva e la società si ritroverà in seno
uomini ancora più infantilizzati di quando sono entrati.
Ascoltando poco la televisione e assai di più le parole
dei cittadini della strada, che arrabbiati lo sono certamente,
ma fors’anche un po’ confusi, si rafforza in me la convinzione
che occorre davvero “ricostruire l'uomo dal di dentro”, attraverso
gli strumenti legislativi e l'impegno da parte della società
e degli Operatori Penitenziari.
In un Istituto sono di importanza fondamentale nel recupero
del detenuto: l'Equipe del carcere formata dal Direttore, dal
Comandante dagli Agenti di Polizia Penitenziaria, dagli Educatori.
Psicologi, Cappellani, Assistenti sociali, le Associazioni di
Volontariato, gli stessi Agenti di Polizia Penitenziaria, che
rimangono il vero nocciolo della questione, il fulcro dell'ideale
rieducativo della pena, essendo loro a vivere a stretto contatto
con i reclusi.
Ogni percorso risocializzante e di riabilitazione, senza la
professionalità di queste figure istituzionali rimarrà
un'astrazione. Infatti l’assenza di questi riferimenti porta
se non ad una incompleta attuazione della Riforma Penitenziaria,
ad un rallentamento della stessa, e peggio ad una accettazione
passiva della pena che nulla insegnerà al detenuto.
L'uomo oltre il muro dovrà saper vincere una scommessa
assai importante, riappropriarsi di una cultura, di una conoscenza,
e ciò può avvenire unicamente con l'incontro e
il confronto con la società esterna.
In questo senso assume grande rilievo l'impegno di ognuno, ciò
alimentando processi ripetuti di relazioni e interazioni, affinché
sia possibile un cammino di crescita individuale attraverso
la sinergia di quattro poli convergenti: Magistratura, Istituzione
Penitenziaria, Società e Detenuti.
Se solo una di queste componenti viene meno tutto il progetto
è destinato a fallire.
Se il “carcere” vuole divenire un “luogo ultimo”, che assolve
alla sua vera funzione di salvaguardia della collettività,
di sicurezza e di recupero effettivo degli uomini, forse dovrà
rifarsi anch'esso a quanto ci ha detto il Beccaria: “uno stato
ha tutto il diritto di difendersi mai di vendicarsi”.
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