INGIUSTIZIA
DELL'INDIFFERENZA
di Vincenzo
Andraous
Finché qualcosa di grave non ci tocca da vicino, potrebbe
cadere il mondo, noi ci spostiamo di quel tanto, da non rimanerne
coinvolti.
Sarà pure un meccanismo di difesa, ma è anche un atteggiamento
che incrina la convivenza civile e logora il mantenimento di
una coscienza civile non subordinata all'indifferenza di turno.
E' ciò che ho pensato quando un amico che non incontravo da
alcuni anni mi ha raccontato di essere finito in carcere per
due mesi.
Ho ricordato le sue battute di un tempo, quasi mi veniva da
ridere, proprio lui, che in più di una occasione mi aveva ribadito
con tono liquidatorio, che non avrebbe mai avuto a che fare
con il carcere, figuriamoci con i carcerati, ebbene proprio
lui ci era finito dentro testa e piedi.
Lo guardavo disegnare la disperazione dell'ingiustizia marchiata
sulla pelle e pensavo come a volte il destino decanta lodi che
ci riportano all'inizio delle nostre storie mentre noi siamo
cambiati irrimediabilmente.
Il mio amico ricordava quell'esperienza di offese, di umiliazioni,
di dignità svendute a poco prezzo nei metri a perdere perché
mancanti, le serrature chiuse a sbattere, le grida e le ristrettezze,
la libertà scomparsa e la sopravvivenza concessa con il contagocce.
Parlava di uomini diventati invisibili, di catene strette alla
vita, di parole al macero, di dialoghi dispersi, di ascolto
dimenticato, di un abbandono scelto per non avere altre scelte.
Parlava di cose mai viste; purtroppo vissute tragicamente in
accezioni che mai possono essere confermate, di filosofie disarmate
al punto da apparire "umane, troppo umane" in miserie disumane
inenarrabili.
Il mio amico parlava e le sue mani non stavano mai ferme, come
i suoi occhi, impauriti al punto da aggredirmi se non fossi
rimasto ad ascoltarlo.
Ho pensato a come il carcere assolva al meglio la sua funzione
di salvaguardia della collettività, ho ripensato alla fisicità
di una prigione, che non è quella dei film, dei libri, di coloro
che ci finiscono dentro per un motivo o per un altro, e poco
importa se oltre a pagare pegno per il male fatto, ne pagano
un altro assai maggiore in termini di umanità derelitta e sconfitta.
Il mio amico parlava ed io pensavo a quanto è importante la
Giustizia per i politici che fanno le leggi, per i magistrati
che condannano, per tutti gli uomini perbene... tranne che per
chi in carcere ne invoca uno spicchio, avendone infranto la
parte più alta.
Ho pensato a come contenere e incapacitare non significhi prevenire,
tanto meno rieducare, risocializzare, soprattutto non sottenda
sperare.
Il mio amico balbettava di Dio fatto a pezzi e di Santi costretti
alla diaspora, io pensavo ad una equazione e al danno che ne
deriva, nella richiesta di una giusta e doverosa esigenza di
giustizia per chi è stato lacerato, di contro alla ingiusta
e indoverosa esigenza di indifferenza nei riguardi di chi in
carcere è obbligato a sopravvivere.
Colpevoli e innocenti, per due giorni, per due mesi, per vent'anni,
varcano i cancelli di un carcere, opera sgangherata eretta a
difesa della vita umana e nell'illusione di migliorare gli uomini,
affinché non ritornino a delinquere.
Penso che debba esistere, sì, un dazio da pagare, ma in un percorso
e in un tragitto per ritornare a essere uomini nuovi.
E invece quanti in quelle celle non raggiungeranno alcuna consapevolezza,
alcun equilibrio, alcuna conoscenza di se stessi, perché sconosciuti
se non distaccati.
Mi chiedo allora se c'è attenzione e intervento per chi annega
nella propria nevrosi, al punto da arrampicarsi nella psicosi,
oppure questo contenitore disturbato chiamato prigione, è dichiaratamente
terra di nessuno, dove i numeri sono la somma che conta e non
la fatica dell'accompagnare.
Sto osservando il mio amico fare ritorno a ciò che resta della
sua vita, lo guardo salire in macchina e scomparire oltre la
curva, e mi rendo conto di non avere fatto caso ai motivi che
l'hanno condotto in una cella, ma la risposta è lì, in superficie.
Avevo di fronte una persona, che mi parlava di un tempo e di
uno spazio lunghi due mesi, dove il mondo era sprofondato ben
al di sotto della sua colpa, del reato che aveva commesso.
Ma forse è questa la Giustizia che ci assolve dalla nostra indifferenza.
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