di Vincenzo
Andraous
Sono i giorni dei deliri economici, dei sorrisi
ricostruiti, dei gesti gratuiti per ricorrenza.
Sono
giorni che trascorrono veloci ed è gia ieri nelle dimenticanze
immediate che non conoscono sensi di colpa.
Giorni
che non sono uguali, che non possono esserlo, perché non segnano tempo
a perdere, nonostante i nostri sforzi per rimanere intruppati in bell’ordine
nelle abitudini consolidate, che ci giustificano e assolvono.
In questo Natale potremmo provare a sentirci
Musulmani, Ebrei, Cristiani, nel senso di scambiarci reciprocamente i
solchi che ci dividono e allontanano, fino a renderci nemici.
Scambiarci
pene e gioie, amori e paure, fino a sentire al fondo della carne e al
centro del cuore, il bisogno di conoscere per intero il peso della
storia, nella necessità di non chiudere il proprio uscio.
Scambiarci
le nostre storie personali, le nostre interiorità, che non sanno solo
di amaro e non stanno disegnate in piramidali fatti a misura da utopisti
e manipolatori di coscienze.
In questo Natale perché non provare a stare per un
solo giorno dietro le sbarre di un carcere, ma non per un accidente, per
nemesi indotta, neppure per volontariato personalistico.
Un
giorno in cella per una precisa scelta di conoscere e capire un mondo
che non è separato, che non è distante. Non è fuori dal vivere
collettivo, bensì è dramma da interpretare nel male ricevuto, nel
dolore recato, nelle privazioni doppie e triple ben oltre la stessa
condanna.
Un giorno da ricordare, dove incontrare pezzi di noi
stessi sparsi all’intorno, e sanguinare per le tante vittime del
reato, per le tante vite dimezzate, denudate della propria dignità.
Un
giorno in carcere per toccare con mano ferma e non caritatevole l’urgenza
di un ripensamento culturale, che induca non solo a richiedere il
castigo per chi infrange la legge, ma riconosca il valore della
riconciliazione, della ricomposizione, attraverso un’attenzione
sensibile, che non è accudente, ma accompagna nelle proprie
responsabilità e nei propri intendimenti di ritornare ad essere uomini
nuovi.
Un giorno dietro le
sbarre per comprendere l’esigenza di giustizia di chi ha subito come
di chi subisce affinché una Giustizia equa favorisca davvero la nascita
di uomini equi.
In questo Natale proviamo veramente a pregare per un
Bimbo che nasce e che vorremmo incontrare all’angolo di ogni strada
buia. Un Bimbo che non ha cittadinanze imposte, ma si espande dal
principio alla fine per essere "insieme" in un NOI che non
volge le spalle alla preghiera che ascolta, ma scopre nuove energie a
cui fare ricorso per non ingannarci tra relativismo etico e fede vinta
ai tavoli da gioco.
Il Bimbo
nasce e noi siamo in corsa, con il respiro pesante per le tante cose da
fare, siamo preda della pazienza della disperazione.
E’ Natale, e allora, e forse, essere più buoni,
sta a significare che non sono sufficienti i diplomi, le lauree né i
corsi brevi per raggiungere quella dimensione che questa festa ci dona.
Quest’Avvento sia finalmente gioia che non smette mai,
lo sia fino in fondo, affinché questa vita che non arretra,
consenta a tutti una laurea assai più ambita, quella della pazienza
della speranza.