di Vincenzo
Andraous
Qualcuno mi ha insegnato che NOI siamo
la società, non gli altri, "società" non è solo una parola
detta in fretta per non dire nulla, quindi NOI possiamo e
dobbiamo migliorarci.
Ogni tanto in quest’Italia dai sobbalzi
disincantati ci accorgiamo della presenza di problemi che rimangono
insoluti.
Problemi più volte
individuati e rispediti al mittente.
Problemi
di equità legati alla nascita di una Giustizia alta, perché giusta.
Problemi
che fanno irruzione ogni qualvolta vengono intaccate quelle garanzie e
quei diritti fino a un momento prima ritenuti inalienabili.
Sono
problemi che ad un primo esame possono essere ricondotti ad un inciampo
del meccanismo giudiziario o penale, ma a ben guardare riguardano invece
noi tutti, intesi come collettività, come parte attiva e itinerante
della nostra società.
Problemi
che ci riguardano davvero da vicino, nelle persone ammanettate,
arrestate, condotte in carcere, e fin qui non c’è nulla da eccepire...
credo...
Persone prelevate sul
posto di lavoro, nella propria abitazione, di fronte ai propri figli ed
ai parenti, persone poste in carcere, in isolamento, in una situazione
di incapacitazione, perché ritenute socialmente pericolose.
Persone
con i braccialetti ai polsi, arrestate, chiuse in galera, e rilasciate a
seguito di interrogatori chiarificatori.
Persone
che nel frattempo sono rimaste schiantate dall’incontro devastante con
una realtà carceraria disperata e disperante, dove il rispetto della
dignità ha lasciato il posto all’indifferenza, al punto da diventare
consuetudine. Persino l’umanità non ha più un solo volto, ma doppie
e triple identità, a seconda dell’esigenza più prossima.
Il
risultato di questa azione di Giustizia è poco rassicurante, ma in
quanti sentiamo il bisogno di lavorare su NOI stessi, per
tentare di migliorare il sistema, questo andazzo sgangherato delle cose,
che volenti o nolenti ci appartengono... nonostante tutto.
E’
bestemmia l’errore grossolano, è insopportabile la lacerazione
disgregante per l’ingresso precipitoso in un luogo di dolore così
profondo come il pubblico disprezzo.
E’
un disagio che aggredisce per l’inaccettabilità di un accidente non
cercato, è terrificante l’impatto con la follia lucida di uno spazio
ristretto e di un tempo dilatato a dismisura, dove rumori e suoni sono
grida inascoltate... in ogni cella di una prigione.
L’incontro
con queste non dimensioni è uno scontro impari, ci riconsegna le
persone cambiate, perché sovente ne escono distrutte, ma non trasforma
le nostre eleganti ipocrisie, le nostre belle e comode certezze:
"perché a noi non potrà mai accadere"...
Improvvisamente
ci accorgiamo però che in carcere ci finisce il salumiere come l’operaio,
il docente come il giudice, allora il mondo crolla come i suoi falsi
miti, e le parole vengono meno, come la pietà non più reperibile,
perché fuggita via umiliata dal tintinnio delle manette e dall’incombere
di una cella sporca.
Ci
scandalizziamo sempre... o quasi, con il senno del poi, cultura questa
che sottoscrive la nostra ottusità e cecità verso l’altro.
Ci
infervoriamo immediatamente quando siamo toccati da vicino, ma rimaniamo
indifferenti quando ciò colpisce chi magari è già affaticato.
Ci
preoccupiamo se il sistema ci consegna pari e dispari alla tragedia, ma
è una preoccupazione che comunque non ci obbliga ad agire secondo
coscienza per migliorare lo stato delle cose, bensì ci si limita ad
affermare: "meno male che non è capitato a me".
Questo
modo di pensare, di vivere, racchiude in sé i germi di una ulteriore
tragedia, perché rappresenta quell’ipocrisia di cui parlavo poc’anzi,
con l’aggiunta di una new entry, l’egoismo, per cui gli altri sono
comunque estranei, tutto mi è estraneo, finché non tocca me... al
punto da cambiarmi.
In queste righe c’è tutto il mio disagio per non sapere
offrire una proposta credibile per evitare che quel dolore ci
colpisca alle spalle, ma forse e più semplicemente sarebbe più
consono per ognuno e ciascuno, per il mio pari e per lo straniero
che è in me, comprendere una volta di più, l’importanza di mostrare
ciò che si è, nel momento più difficile, perché proprio in questa
durezza c’è la possibilità di crescere INSIEME,
di liberarci davvero delle ipocrisie consolidate.
Una crescita che accompagna la nascita di un nuovo
progetto esistenziale, dove al mostrare qualche lacrima per
il nostro dolore, opponiamo la nostra capacità e il nostro coraggio
di trasformare noi stessi e ciò che ci circonda, smettendo i
panni dei migliori, che forse e spesso non siamo.