ONESTA’ INTELLETTUALE
E NUOVE LOCUZIONI
di Vincenzo
Andraous
Una
autorevole associazione di volontariato ha lanciato una proposta:
cancellare definitivamente da tutti i testi formativi la parola
“carcere” e sostituirla con una locuzione conforme al dettato
costituzionale: Istituto di Rieducazione Civile.
Ho trascorso trentatre anni in questo pianeta carcerario rifiutato
e sconosciuto, in questo recinto dove pochi vogliono guardare,
e quei pochi che lo fanno difficilmente riescono a mettere insieme
la consapevolezza per un progetto di rinascita effettivamente
condiviso.
Ho attraversato in lungo e in largo i perimetri dei suoi crateri
detentivi, osservandone i cambiamenti, vivendone i mutamenti,
e nonostante le spinte in avanti dettate dal riconoscimento
e dal rispetto della dignità umana, continuo a rimanere
perplesso di fronte a certe etichettature futuristiche, che
sono certamente aspettative oneste, ma distanti anni luce dalla
vere priorità che investono l’intera organizzazione penitenziaria.
Il carcere è cambiato, gli operatori sono cambiati, i
detenuti sono cambiati, il sangue e le rivolte sono memoria
storica, i deliri di onnipotenza surclassati dai troppi suicidi
in deliranti commiserazioni.
Alla solidarietà costruttiva, requisito indispensabile
al buon andamento di un istituto penitenziario, è subentrata
una rancorosa indifferenza, come se l’unica prassi vincente
e risolutiva sia l’esclusione e il silenzio per chi ha sbagliato
e paga il proprio debito, e se accade che si riesca a riparare
in qualche modo, c’è pure il disprezzo per quanti condividono
la fatica della risalita al consorzio sociale.
Un uomo rimane in carcere trenta-quaranta anni, ha imparato
qualcosa, ha perduto qualcosa, ha acquisito altre cose, di certo
non è più espressione di una violenza senza limite,
né di una stanchezza parassitaria, può addirittura
incontrare una condizione particolare che è vitale in
un essere umano, la quale giorno dopo giorno soggiorna nell’interiorità.
Modificare e sostituire con una nuova locuzione il carcere?
In questi anni di restrizione e di impegno personale ho compreso
che lo strumento liberante dalla propria condizione finanche
disumana, è il lavoro, la possibilità di lavorare
comporta un’assunzione di responsabilità verso se stessi
e gli altri, nel lavoro vi è la possibilità di
fare convergere maturità e formazione, consegnando finalmente
sostanza e coerenza all’irrinunciabile ideale della rieducazione,
troppo spesso relegata a una alienante e vana attesa.
Non è importante innovare la parola, ma una proposta
educativa che consenta al detenuto di alimentare esperienze
urgenti e corrette di lavoro, perché saranno queste a
favorire un effetto profondamente pedagogico, nella fatica delle
relazioni con le persone, una presa in carico della nostra dignità,
per ripensare a noi stessi, a ciò che stiamo facendo,
a ciò che vogliamo essere oggi.
Una giustizia equa raccoglie le istanze della società,
ma tiene presente che esistono uomini che hanno scontato decenni
di carcere per tentare di riparare al male fatto, ritrovando
un senso e un ruolo sociale definito per non esser rispediti
nuovamente a una umanità ignorata e esclusa.
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