| UN PASSATO
DA TENERE PANCIA A TERRA
di Vincenzo
Andraous
Quando una riforma prende a calci uno status
quo consolidato, oppure mette in evidenza una rete di inefficienze,
è naturale che crei dei contraccolpi, se non delle vere
e proprie reazioni a catena, come ci conferma il decreto Gelmini
sulla scuola.
Una contrapposizione che vede coinvolti studenti e genitori,
professionisti della didattica e uomini politici, ognuno armato
di parole dure, di speranze trasformate in carri allegorici
delle ideologie, che confondono le idee, le progettualità,
le stesse capacità di contribuire a raggiungere obiettivi
comuni.
In questo bailamme di primi della classe, di ideali sotto forma
di offese, ecco a fare capolino la sbarra di ferro, il tubo
contundente, il simbolo della virilità italica, teleguidata
alla perfezione, appariscente e affascinante in tutta la sua
stupidità utopistica.
Nuovamente la storia diviene replicante di se stessa, siamo
noi a manomettere i dispositivi di sicurezza, a imbrogliare
senza mai voler pagare dazio, eppure quella storia che tanti
di noi hanno contribuito a formare, ci insegna che prima o poi
il pegno s’è dovuto pagare, con il peso di mille tragedie
scagliate addosso alla nostra coscienza.
Giudicare quanto accaduto in quella piazza a Roma, è
come sparare sulla Croce Rossa, chi ha iniziato per primo è
una domanda posta male, piuttosto c’è da alzarsi in piedi
e smetterla di far finta di niente a fronte delle spranghe fasciste
e dei caschi comunisti, occorre davvero stare insieme per non
riproporre nuovamente tante assenze, maschere scomposte a declinare
nomi e età inconfessabili.
Tanti giovani a scontrarsi, a farsi male per un’idea? Un ideale?
O un’ideologia tumorale che ricresce e si espande ogni volta
che la frontiera del pensiero diventa recinto di filo spinato
e non più nuovo spazio di comunicazione, un confine che
separa, che emargina, ancor prima di ogni possibile incontrarsi
e conoscersi.
Non c’è affinità né parentela con quanto
di più politicamente scorretto andava presentandosi durante
gli anni di piombo, non c’è prossimità di una
identificazione con “l’esordiente” terrorismo di ieri.
Non esiste possibilità di ritornare al passamontagna
calato sulle identità, alla moltiplicazione dei nascondimenti
che comportano gli agguati alla vita.
In quella piazza quei ragazzi hanno inscenato una rappresentazione
teatrale non per fini catartici, non solo per frenare una riforma
ritenuta provocatoriamente errata, o per difenderla dal sotto
vuoto spinto di un’altra concezione altrettanto sbagliata.
In quella piazza la paura ha dettato i tempi e i bisogni di
una intera generazione, giovani asserragliati nell’incertezza
e nel dubbio, nella mancanza di un progetto e capacità
politica e quindi prospettica, hanno lanciato il loro messaggio,
e in quella violenza, in quella fisicità dei desideri
e delle rinunce imposte, c’è tutta la drammaticità
dell’ignoto a nome futuro, creato a misura dalla cecità
improvvisa di un mercato che non acquisisce più apprendisti.
In quella piazza non si sono difesi gli interessi di chi studia,
hanno stravinto le deficienze intellettuali, le furbate ideologiche,
le sintesi sciocche che hanno potere di autoassolversi, una
vera e propria miopia politica che riduce ciascuno a comprimari
dei soliti fascisti e comunisti in calzoncini corti.
Blocco studentesco, studenti organizzati, plotoni schierati,
dentro un passato che bisogna tenere pancia a terra se l’intenzione
è di costruire davvero futuro, un passato che ci impone
il comando della misura per non cadere nuovamente all’indietro,
dove con l’inganno si scelsero di scavare le fosse per seppellire
tanti e troppi innocenti.
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