Il carcere con i suoi
molteplici contorcimenti, forse è addirittura irrapresentabile se non lo
si tocca con mano. Eppure mi piacerebbe significare un tragitto diverso,
un cammino, sì, difficile, ma più vicino al reale.
L'immagine che si ha di
una prigione è uno schema freddo e sintetico. Uno spazio essenziale,
spogliato di ogni riferimento, ove l'anima urla davvero, e potrebbe non
esser udita, perché soffocata dalle sue stesse grida, dall’imprecare,
sanguinare, chiedere.
Uno spazio ove al suo
interno non esiste principio né fine, né prima né dopo, alcun tempo.
Né sopra né sotto, alcun spazio. Una dimensione di assoluto e di niente,
di vuoto e di pieno.
Un movimento presente,
passato, futuro; un punto di contatto, di aggregazione, di disgregante
follia.
Linee e arredi spogli,
poveri, insignificanti, ma a ben guardare, nel lungo tempo, divengono
segni importanti; presenza viva nonostante tutto.
In questa prigione così
oscura, tetra e dura, a tal punto da divenire un incubo, fino a farti
ammuffire più del suo tetto-cratere corroso dal tempo: esiste un'umanità
che sopravvive e infine chiede di vivere.
Questa cella, questo
recinto stretto, questo carcere a distanza siderale dall'essere,
difficilmente si impara ad accettarlo come intorno, a colorarlo con il
lavoro, la poesia, il teatro, la meditazione, i rapporti umani finalmente
nati, mantenuti e custoditi.
Eppure si cresce sino a
farlo diventare un tempio ove tentare di recuperare non solo attraverso la
fede che un individuo professa, ma fors’anche e soprattutto da ciò che
in ciascuno incombe; la
responsabilità di "ritrovare e ricostruire se stesso".
Ci sono momenti in cui il
panico assale, paralizza, terrorizza, e non ci rendiamo conto di come
abbiamo fatto diventare queste quattro mura; "un mito",
tentando di modificare questa dimensione disumanizzante in un luogo aperto
ad alternative di conoscenza e di mutamento interiore.
A volte persino la
perdita di memoria é una scelta individuale per non vedere né sentire,
ecco che allora aprire gli occhi e saperli poi abbassare, consapevoli dei
bisogni, dei desideri e delle aspettative, diventa un gesto, un
comportamento ed un’azione che superano di gran lunga lo spauracchio di
quel mito costruito troppo spesso a nostra misura.
Spesso chiediamo quando
giungerà il tempo per "ritenere di essere" a fronte dei
chiavistelli e degli scarponi chiodati, vagando per campi minati,
aggrovigliati nel filo spinato facendoci ancora più male, in una
sofferenza per lo più amministrata e comunque mai consapevole.
Appoggiandoci ai lampi di
vita dispersi e incendiati, comprendiamo che importante "non é
esserci" ma capire "ciò che si é", ciò che
siamo e dobbiamo essere,"per
reinventare la nostra vita".
Forse ciò è possibile
recuperando un atteggiamento più attivo e propositivo anche dentro un
carcere, con la capacità di riconoscere le proprie potenzialità, i
propri interessi, per poi tradurli in un progetto di auto-realizzazione,
senza per questo arenarci a fronte di situazioni che solo apparentemente
paiono troppo destrutturate; per cui le viviamo sovente come
potenzialmente negative.
Credo sia il tempo di
assumerci in prima persona le nostre responsabilità con il coraggio delle
nostre azioni. Perché non esprimere la propria opinione, ma anche non
averla, significa non avere consapevolezza delle proprie esigenze, non
farsi portatori di un proprio progetto di vita personale.
Allora rifuggire il
nuovo, senza scommettersi, non impegnarsi insieme con gli altri, Operatori
Penitenziari e la Società civile, non esponendosi in prima persona per la
propria crescita personale e professionale: equivale a non vivere
pienamente questa vita che ci precede e osserva, trasfigurando la
quotidianità, trascendendo l'umanità stessa.
Così restituendoci almeno
in parte alla nostra dignità di uomini.