PER QUANTE SCONFITTE
di
Vincenzo
Andraous C’è
un momento nella vita di ognuno in cui il mondo diventa un perfetto
sconosciuto.
Si
rimane con la sguardo sotto il basso dei momenti nudi che ci assalgono,
e allora non è più possibile barare con gli altri né con noi stessi.
Sono attimi che attraversano le esistenze, che investono i percorsi
e non consentono ulteriori giustificazioni. C’è improvvisa la
triste consapevolezza per l’età degli entusiasmi e delle scoperte:
scomparsa, dilacerata.
E’
difficile persino ricordare quell’età che è stata nostra, c’è
difficoltà a ripensare a quel che siamo stati, a quel che non
ha potuto essere; ai padri e alle madri che dovevamo essere e
non siamo stati mai.
Questo
accade perché ti trovi a fare i conti con "un" te stesso
riprodotto a misura.
"Un"
te stesso poco differente da quel che sei stato; una fotografia
vivente con gli occhi grandi e sgranati su un mondo che non riconosce
altri mondi. Immagine dai passi svelti e dai gesti bruschi per
non sottostare alla linea mediana, a volte banale, della fatica,
delle regole, delle rinunce.
Non
c’è nulla di diverso tra ciò che io ero e ciò che ora ho qui davanti
a me. Esiste l’identico impulso di ribellione, il sommesso borbottio
sotto il primo strato di incoscienza. C’è l’eguale ritrosia alla
normalità di questa vita.
Ragazzi
difficili, ragazzi devianti, minori a rischio, c’è spreco di etichette,
di stereotipi, delle famose gabbie di partenza: un carro allegorico
stipato di tanti ieri clonati, che percorre i bordi delle nostre
coscienze, senza intaccare etiche e morali.
Oggi,
io sono tutor nelle comunità "Casa del Giovane" di Pavia,
ascolto questi ragazzi nelle schegge di un passato che bussa alle
porta di ogni città e periferia. Un passato che sistematicamente
ricompone la sua trama, si espande, chiede aiuto in una colluttazione
sorda. E’ un’eredità mai spesa fino in fondo, forse una nemesi
semi umana, una complicanza dello stabilire chi è il destinatario,
come il mittente.
Di
certo è umanità allo sbaraglio, che picchia sull’uscio delle nostre
sconfitte, esprime il senso della precarietà che ci pervade e
confonde, è lo scotto a margine per la torsione di una comunicazione
ridotta ai monosillabi.
Eppure
il passato insegue il futuro circolarmente, incornando questo
presente che non sa guardare ai troppi ieri dimenticati, per riuscire
a incamminarci con occhi e sguardi nuovi ai fotogrammi umani gia
violati.
C’è
un momento nella vita di ciascuno in cui è difficile riconoscersi,
ogni cosa appare distante, estranea, al cospetto di una riflessione
che disegna il desiderio di fare del bene, rendendoci conto invece
di avere fatto del male. Così diceva anche San Paolo.
Si
sta sul diritto della nostra incapacità, degli ostacoli molteplici
che si sovrappongono, allora viene voglia di rifugiarsi nella
preghiera per trovare una soluzione, una risposta equa.
Ma
in questo pregare non c’è risposta, ma ulteriore deriva per un’accettazione
supina di ciò che è.
Una
presunzione che sottolinea il fallimento umano, e proprio questa
constatazione dovrebbe indurci a imparare a perdonarci noi per
primi, se vogliamo percepire l’intenso bisogno di pietà e misericordia
al nostro intorno. Me stesso per primo.
Pensare
di relegare lontano la problematica giovanile distruggendo parte
della nostra memoria, nella convinzione di annientare il malessere
dentro di noi, è un atto di viltà inaccettabile.
Dobbiamo
riuscire a comprendere che un ragazzo in salita, affaticato, gia
stanco di lottare e vivere, non è un giovane diverso da un altro
che procede spedito verso la propria maturità.
Ho
l’impressione che i diversi siamo noi, che intendiamo proprietà
privata ed esclusiva solo quelli che ce la fanno, perché sono
in possesso degli strumenti necessari per farcela.
Tanti
ragazzi a perdere? No.
Tanti
ragazzi a ritrovarsi, dico io, e ciò potrà verificarsi, scambiandoci
vicendevolmente la vita, la nostra storia personale, le nostre
paure e i nostri desideri, tentando così di accorciare le distanze,
non solo perché il verbo ci insegna che così andiamo nella direzione
di Dio. Non solo perché essere cristiani sottende il coraggio
di non volgere le spalle. Ma anche e soprattutto perché il giungere
alla realizzazione di ogni individuo, passa attraverso il rispetto
della dignità dell’altro.
Lavoro
con questi ragazzi, ci accompagniamo reciprocamente in questi
cammini che ci accomunano, in una interdipendenza che è legata
a filo doppio con ciò che noi chiamiamo futuro. Una rete di rapporti
che è sostegno e slancio per ogni futura personalità matura.
Perciò
diciamo "basta" nei riguardi delle aritmetiche, delle
statistiche, delle diciture che ripetono mille volte fine; e mai
fine giunge agli sproloqui.
Basta
davvero con il sottrarre nomi alla vita e sogni ai vivi da poco
in marcia in quest’avventura esistenziale.
Basta
con il dolore che gioisce e ci dispera.
Forse
dovremmo fare comparire ciò che non c’è tuttora: la capacità di
andare incontro all’altro.
Magari facendo un passo indietro.
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