SFATARE
I LUOGHI COMUNI
di Vincenzo
Andraous
Romeni,
Sinti, popolazioni Romanì, migranti, nomadi, perseguitati,
parti di uno stesso universo, ma distanti e differenti tra loro,
una umanità non convergente ma diametralmente.
Come operatore sociale ho visto, ho ascoltato, ho toccato con
mano il degrado umano, quello con l’alzo zero nei riguardi di
una dignità colpita a morte.
Come uomo della strada ho osservato il cambiamento indotto nelle
persone dalla miseria, fino a farle diventare marionette in
balia del più prepotente.
Come cittadino abituato a leggere la realtà che vivo,
non posso non obiettare per quella letteratura di sinistra,
e quell’altra non meno deleteria di destra, che vorrebbero sindacare
l’indicibile, che vorrebbero programmare il vuoto di valori,
e progettare futuro, senza però fare i conti con il passato.
Popoli migranti con tradizioni e culture, con il proprio carico
di disperazione e violenza insita nei bisogni disattesi, popoli
e persone non meno malavitose di altre, in guerra tra poveri
non meno di altri.
Fare sociologia di comodo è affermare che tutti i Romeni
rapinano, che i Sinti sono tutti ladri, che i Rom sono l’ultima
linea non più sanabile della convivenza civile, una etnia
a parte, addirittura esclusa dai soliti esclusi.
Forse è davvero così, ma i fatti di sangue che
hanno scatenato la caccia all’uomo nomade o stanziale che dir
si voglia, sono accadimenti gravi non perché commessi
da un miserabile per giunta straniero, sono gravi perché
si tratta di reati incomprensibili e quindi inaccettabili, sono
gravi perchè partoriti nel degrado, deprivato di ogni
valore umano fin’anche il proprio nucleo famigliare.
Quando a Napoli si legano e torturano a morte due anziani pensionati
inermi per estorcere loro del denaro, e a Roma si violenta e
si “ butta via “ a morte una donna indifesa, l’infamia è
identica, e non cambia di una virgola, con la differenza che
a Roma s’è scatenata la voglia pazza di rogo, mentre
a Napoli s’è verificata poco meno di una alzata di spalle.
Da uomo avvezzo al vicolo cieco, debbo dire che l’ingiustizia
sta tutta nel dimenticare che non esiste preferenza o privilegio
per quanti agiscono senza possedere neppure un vago senso della
dignità, per quanti non conoscono traccia di compassione.
E’ necessario sfatare i luoghi comuni, non cadere nella pratica
del licenziare un problema, lasciandone aperti altri, peggiori,
come l’accettazione di campi e baracche del crimine, o altre
“periferie” esistenziali dove nascondere l’irripetibile.
Risolvere la questione significa rimuovere le cause, forse occorre
non rimanere indifferenti fino a quando la prossima tragedia
ci toccherà nuovamente da vicino, forse occorre non consentire
più forme di segregazione sociale, e fare accoglienza
dove è davvero possibile, e costruire promozione umana
nel riconsegnare autorevolezza alla norma scritta, quella che
tutela la persona normale, con la propria dignità, e
colpisce chi non s’adegua al rispetto degli altri.
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