di Vincenzo
Andraous
Perché non ho mai visto alcuno salire sull’albero
di sicomoro?
Nessuno si arrampica sul sicomoro per tentare di
guardare nel mare sommerso al di là del muro di cinta di un carcere.
Non c’è traccia del sicomoro né di Zaccheo quando
si parla di carcere, di pena, di lacerazioni inferte agli altri e a se
stessi.
Ho pensato al sicomoro di Zaccheo, forse perché c’è
bisogno di miracoli, di speranza, di parole di bene, chiare e non
buoniste.
In questi giorni c’è vento di scandalo intorno al
carcere di San Vittore: sovraffollato, carente di personale di Polizia
Penitenziaria, di educatori, psicologi, mancante di fondi per progettare
davvero pene umane e speranze possibili, per realizzare lo strumento
cardine per un effettivo ripensamento culturale da parte del detenuto,
cioè il lavoro, senza il quale non esiste rieducazione,
risocializzazione, né trattamento né osservazione.
Ho pensato al sicomoro, perché ha consentito al
pubblicano corrotto di elevarsi a persona, di alzarsi dalla sua bassa
statura morale.
Il carcere avrebbe bisogno non di cerchi concentrici,
belli da disegnare, da spiegare, da donare in tante parole valigia, ove
tutto può stare per non edificare niente, bensì di una speranza per
ogni persona detenuta, speranza che nel dolore e nella sofferenza di una
perduta libertà possa coesistere la possibilità di una dignità da
riacquistare e una rinascita da intraprendere.
Ma non c’è traccia del sicomoro nei pressi di
questa sorta di terra di nessuno, quale è il carcere.
Il sicomoro è albero di terra che ricorda il
sacrificio più grande: allora perché, insieme, non tentiamo di
riconoscerne la presenza, nei perimetri che allontaniamo dalla nostra
coscienza?
Ho ricordato Zaccheo, perché ha saputo
"trasgredire" nella rinuncia ai beni della conformità e del
potere, e pensare a lui significa consentire al cuore di rimuovere il
filo spinato della diversità, delle regole della strada, dei disvalori
che imperversano al di là dell’alto muro di cinta.
Il sicomoro e Zaccheo, mentre a San Vittore si muore.
Il suicidio di un detenuto, di due, dieci, mille, di
altrettanti che si feriscono per affermare una presenza, per elemosinare
un’attenzione.
Il carcere di San Vittore non è l’unico buco nero,
altri ve ne sono, ma è come se un " velo di Maja" impedisse
di coglierne la drammaticità. E’ come se in questi luoghi ,sempre
più spostati, spinti, relegati nelle periferie, lontani dal vivere
civile, regnasse l’assoluta illusorietà per una prospettiva di
risalita dall’abisso, come se la trasformazione della società
camminasse pari passo con la negazione di fiducia e speranza per l’uomo
detenuto.
Ho pensato al sicomoro e a Zaccheo, riflettendo sulle
tante spiegazioni per l’ennesimo suicidio in carcere.
Proprio perché quel morire "ordinato",
silenzioso, distaccato, quasi a non voler disturbare alcuno, non è un
morire che la vita rifiuta, che la vita disattenta ha disatteso, è un
morire senza accuse, da uomo in colpa, ma con l’ostinazione folle
imposta dalla condizione. E’ la condizione a sconfiggere l’uomo.
Quella condizione che individualmente si è scelta, ma che altri hanno
reso ancor più insopportabile, non solo per gli spazi inesistenti, per
i supporti umani carenti, ma per una insistente e reiterata operazione,
che ha circondato il pianeta carcere con una recinzione di
disattenzione, di non pietas, nullificando la possibilità di una
riparazione condivisa.
Non vedo alcuno salire sul sicomoro, e sarebbe bello
intravederne solo il tronco.
Zaccheo non è quel morto impiccato, non è neppure in
cella con me, ma sarebbe bello cominciare a conoscerlo, nello
sconosciuto che ci viene incontro, persino in una prigione.