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I
TATUAGGI INVISIBILI DEL BULLO
di Vincenzo
Andraous
Sono stato invitato a un incontro con gli alunni
delle scuole secondarie di 1° grado, con la presenza degli
insegnanti e di alcuni medici di base.
Ho raccontato la mia adolescenza da bullo, da prevaricatore:
un cancellino lanciato alle spalle della maestra, la gomitata
sulla testa del compagno più debole, il gioco del capro
espiatorio che ingiustamente patisce le pene dell’inferno, e
calcio dopo calcio, silenzio dopo silenzio, il gruppo si rafforza,
tutti dentro quel territorio ben delimitato.
I ragazzini stanno fermi sulle sedie, ascoltano la mia storia
raccontata piano, comprendono che non è quella dei videogames,
dei violenti scambiati per eroi, bensì è la storia
della vergogna.
Bulli crescono intorno a una equipe senza tanto tempo a disposizione,
attraverso un giudizio espresso senza titolo, con l’impossibilità
a leggere più in là di un voto elargito a piene
mani.
Prepotenti e sprinter dell’immediato bruciano le tappe nell’indifferenza
colpevole, in quel cancellino lanciato, senza il timore del
dazio da pagare, perché nessuno parlerà, nella
sfida scagliata senza troppi inciampi, tatuaggi invisibili di
medaglie guadagnate sul campo, un potere riconosciuto, che assomiglia
a una condanna senza appello.
I bulli crescono e gli insegnanti sopravvivono, i genitori indisturbati
sono in gara per poter vincere il traguardo del benessere, ognuno
gioca la propria partita evitando la fatica di un confronto,
un comportamento incomprensibile soprattutto da parte di chi
è persona pratica della lettura, dell’osservare e ascoltare,
di chi annota, verifica, e elabora strategie, per tentare di
sfiorare quelle note nascoste, importanti al punto da rimanerne
emozionati.
Adolescenti contaminati si addentrano nella trasgressione, nella
devianza, mentre la società si dibatte nelle norme poco
condivise, nel rigore e nella severità da usare chiaramente
per l’altro, non per il proprio figlio.
Vittime e carnefici diventano carne da macello, c’è chi
muore e c’è chi rimane oltraggiato per l’intera esistenza.
I ragazzi mi guardano, la mia storia li fa preoccupare, perché
con le malefatte perpetrate, prima o poi occorrerà farci
i conti, nessuno è infallibile, e nessuno può
pensare di continuare a fare il furbo impunito a spese del compagno.
L’incontro è con i ragazzi, sono qui per loro, perché
non abbiano a fare i miei stessi errori da bullo, ma poi è
con chi educa che si protrae la discussione, perché non
sapere e quindi non intervenire, spiana la strada al riconoscimento
di un potere vero e proprio del bullo all’interno del gruppo,
e peggio dentro l’Istituzione.
Il prepotente che emargina il più debole, che esclude
gli altri, che colpisce e infierisce, per guadagnare consenso,
non è un problema abortito dalla scuola, ma una lacerazione
della relazione, che produce incapacità a convivere,
nonchè una forzatura al crescere insieme.
E’ davvero necessario che poli convergenti della collettività
si incontrino e si confrontino: studenti, insegnanti, genitori,
esperti, per far nascere delle idee e aiutare a diventare adulti
insieme, ben sapendo, che se uno solo di questi poli sarà
messo in “fuorigioco”, l’intero progetto è destinato
a fallire.
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