ERA UNO DI QUELLI
di Vincenzo
Andraous
Su un quotidiano c’era un articolo posizionato
in modo da esser letto poco e male, diceva che nella parte abbandonata
di un Ferrotel, era stato trovato sopra un materasso lacero
e sporco, un extracomunitario privo di vita.
E’ trascorsa una settimana per scoprire nei sotterranei di una
mensa-accoglienza, il corpo senza vita di una persona, di un
ultimo perfino nella malattia.
E’ quanto meno indecente che un episodio del genere passi sotto
silenzio, come fosse la risultanza di un dazio collaterale da
mettere in conto, da sopportare e digerire, a fronte di un’inondazione
dell’essere “diverso”, che tanto fa adirare e imprecare chi
in casa propria non ha più diritto di vivere in sicurezza.
E’ formidabile l’atteggiamento indifferente e anche intimidatorio
dei mass-media, quando intendono cavalcare la tigre nazional-popolare,
che vorrebbe le strade pulite, mai più auto in doppia
o tripla fila, ma anche e soprattutto poter mandare a quel paese
il vigile che redige l’eventuale sanzione.
Indifferenza come strumento di difesa al dilagare della minaccia
incombente, del bisogno di sicurezza e protezione, indifferenza
verso chi muore senza fare baccano, verso chi disturba da vivo
e finalmente diparte senza più scocciare alcuno.
E’ indifferenza a voler allontanare un peso, un carico, perfino
il ritaglio di un giornale, è fastidio per quanti s’affannano
a non volersi mischiare nelle differenze, quelle che tracciano
un confine alle parole spese male, avvinghiate con il filo spinato
delle bugie, quelle che non concedono scampo, non consegnano
giustizia, invece lacerano disponibilità e buoni sentimenti,
menzogne come gli atteggiamenti mentali volutamente disattenti.
E’ morto un immigrato, non un clandestino, un uomo in possesso
del necessario permesso di soggiorno, con i requisiti richiesti
ben conservati al fondo delle tasche.
Intimidazione mascherata dalla tragicità dell’evento,
perché nelle poche righe a epitaffio, c’è malcelata
e irriverente la stoccata alla cultura dell’accoglienza, verso
quella politica eretta a norma da rispettare, nei riguardi della
fede e delle fratellanze allargate, c’è intimidazione
oltre che indifferenza, nella facilità con cui dividiamo,
sommiamo, per meglio rendere conforme e accettabile un onere
fastidioso.
“Lavora e non commettere reati, il resto è affar tuo,
chiaramente anche il morire, nel massimo rispetto della pace
altrui”.
Un piccolo articolo a margine, in fin dei conti se ne è
andato uno dell’est, uno di quelli regolari, che fatica davvero
nei cantieri, nelle fabbriche, uno di quelli che non ha creato
disturbo precario, né problemi all’imprenditore di turno
per qualche sfortunato incidente.
Uno di quelli che non intaccava la libertà degli altri,
di coloro che neppure lo vedevano, un uomo invisibile, di quelli
usati per le braccia sempre pronte all’alzo, quelli delle otto
ore di lavoro, e delle altre più dure, a comando.
E’ morto uno di quelli che non consumava la cena in famiglia,
lavorava di giorno e arrancava la notte nel sonno, nel tentativo
di rimettere insieme qualche nuova speranza.
Della sua storia personale, della sua dignità e di noi
stessi sparsi all’intorno, non interessa a nessuno.
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