di
Vincenzo
Andraous
Qualche
tempo addietro scrissi alcune riflessioni sul carcere, sostenendo
che esso è sempre più costretto a vivere del suo, è sempre più
"obbligato" a mancare alle auspicate attese della
collettività, nell’impossibilità quindi di partorire giustizia
e speranza.
Scrissi dei tanti suicidi e dei troppi silenzi.
Ricordo
che fui accusato di falsare i dati, di stravolgere la realtà,
di mistificare la verità.
Fui indicato come uno scrittore che non sapeva dare conto della
propria scrittura, cioè del valore delle parole.
Con sorpresa, alcuni giorni dopo, un grande giornale pubblicò
un servizio che confermava le mie tesi, i suicidi in carcere
sono effettivamente aumentati drammaticamente.
Soprattutto, ribadisco io, si è deteriorata quella solidarietà
e partecipazione costruttiva tra il dentro e il fuori.
Quel collante-riabilitante a fatica edificato negli ultimi anni.
Solidarietà che non è un sentimento pietistico né parente lontana
di un assistenzialismo passivo, bensì è un preciso interesse
collettivo, affinché alla giusta condanna del colpevole si affianchi
quella prevenzione-accompagnamento che consente di combattere
la recidiva dilagante.
Nel
silenzio e nell’indifferenza colpevole, spesso mi sono chiesto
qual’è il volto nascosto dietro le righe di una notizia.
Qual’è il volto e la storia dell’ultimo uomo scivolato in "SCACCO
MATTO" in un carcere.
Quanto quest’ennesimo suicidio risarcisce in termini di umanità,
al di là della mera notizia?
Per quanto concerne il carcere penso che non tutto ciò che accade
nell’ambiente penitenziario è arbitrario, illegale, ingiusto,
forse è solo il risultato del nulla prodotto, appunto, per mancanza
di un preciso interesse collettivo o meglio della sua comprensione
sensibile.
Perciò a nulla vale il nuovo Ordinamento Penitenziario, il rafforzamento
degli Agenti di Polizia Penitenziaria, e di contro la negazione
di ogni pietà attraverso la concessione di un indulto o di una
amnistia.
Se non interverrà un vero ripensamento-intervento culturale,
c’è il rischio di precipitare all’indietro: in una proiezione
dell’ombra che non accetta né consente spazi di ravvedimento.
Non
è il caso di avvitarsi nel pessimismo, di arrendersi non se
ne parla, perché come ha detto Don Franco Tassone Responsabile
della Comunità Casa del Giovane di Pavia: "occorre vincere
l’ultima battaglia".
Infatti sono convinto che anche fra le mura di un carcere ci
sono uomini consapevoli dell’esistenza di leggi morali, oltre
che scritte.
Ci sono uomini che possono riconoscere le leggi dell’armonia
sociale, quelle leggi che ad un certo punto si è pensato di
poter dimenticare.
Però penso anche a quell’uomo, l’ultimo della serie che s’è
impiccato.
A quel volto, a quel cappio al collo, e intravedo l’importanza
di demolire i ghetti mentali, di per sé espressione di quello
spirito umano… spesso incatenato.
Penso
allora a questa vita, che è tutta da vivere sempre e comunque,
proprio perché è un'avventura incerta, e incerta significa che
si patisce, si soffre, si cade, e si arriva alla coscienza della
poca conoscenza, dei tanti motivi che sfuggono.
Non conosco il volto strozzato in quel carcere, ma comprendo
la difficoltà dell’accettazione del dolore, il che in una parola
sottenderebbe assenza di saggezza.
So bene quant’è difficile agguantarne l’orma, e quanto a volte
ciò sembri lontano, sebbene così straordinariamente vicino,
al punto da non vederne neppure l’ombra.
In un carcere è difficile perforare quella superficialità che
è corazza a difesa, il "muro di niente" contro cui
cozziamo e moriamo.
E’ davvero difficile raggiungere quella falda profonda a nome
interiorità, navigando tra anse e anfratti, scogli e derive
per arrivare a quell’essenza che può dirci di cosa siamo capaci,
e addirittura svelarci il significato da dare alla vita.
Qualcuno
ben più illuminato di me ha detto che, forse, il significato
della vita, propriamente, non va cercato: dobbiamo solo aiutarlo
a rivelarsi e quindi accoglierlo.
Fuggire da noi stessi, dalla realtà stretta di una cella, annullando
il significato della propria esistenza, non giustifica la colpa,
né le ragioni che ci inducono a farla finita.
Tanto meno indurrà la società a chiedersi se questo ultimo gesto
è lecito, e se è morale.
Ancor meno spingerà a domandarsi se per caso Dio non sia morto
proprio dentro la cella di un carcere, ipocritamente descritto
come un luogo di speranza, mentre permane un luogo di morte.
Forse
sarebbe il caso di ripensare davvero alla possibilità di un
carcere a misura di uomo, anche dell’ultimo degli uomini.
Di come il detenuto, oltre alla propria condanna, sconti una
ulteriore sanzione, quella di morire
a tempo determinato.
Perché in carcere, oltre alle ben note etichette, stigmatizzazioni
e umiliazioni, va di moda la flessibilità,
non quella del lavoro né della pena: umana, dignitosa,
condivisa.
Si tratta di flessibilità nel risolvere i problemi endemici
che soffocano l’Amministrazione Penitenziaria, la quale pare
muoversi come la nostra evoluta società, che cresce, si educa,
si realizza pari passo con l’imbarbarimento dei sentimenti e
dei valori, scambiati per medaglie e successi da conseguire
a tutti i costi.
Io
sono un detenuto, lo sono da trent’anni.
Scrivo, leggo, lavoro, ascolto e penso, ho gratitudine sincera
per chi mi ha aiutato ad essere ciò che sono oggi, sono consapevole
delle difficoltà in cui vive il carcere, e ancor di più quelle
in cui sopravvive l’uomo detenuto.
Sono conscio che le utopie, la pietistica, fanno solo male a
entrambi.
E’ urgente smetterla con le solite frasi fatte, luoghi comuni,
e fredde didascalie.
In carcere non si muore solamente per le strutture vecchie e
malandate, né per l’assenza cronica di Operatori.
In
galera ci si perde per sempre, perché è un luogo
separato davvero, da una società che corre all’impazzata
al supermercato delle suggestioni, degli ideali venduti a buon
prezzo, della fede che non è amore che libera, ma fatica di
pochi momenti.
In carcere è morto un altro uomo? I mass-media hanno sparato
a zero sul sistema, hanno detto che si è suicidato, per l’invivibilità
della prigione, per il peso del proprio reato, per la solitudine
imposta...
Ma ecco che le parole assumono la cantilena di un nuovo e altrettanto
inaccettabile epitaffio, perché anche negli Istituti di più
recente costruzione, dove ci sono pochi detenuti, più operatori,
e spazi di vivibilità umana in abbondanza, un
altro detenuto si è tolto la vita.
Non c’è bisogno di richiamare
per forza una fratellanza allargata, di ripetere "mio Dio…",
penso piuttosto che occorre ritornare a una coerenza
che non è spendibile con le sole parole.
Una coerenza che riporta al centro l’essere
umano, con l’attenzione vera per chi subisce
il dolore dell’offesa tragica, e con l’attenzione sensibile
che non è accudente, né giustificante, ma un preciso interesse
collettivo, affinché l’uomo possa migliorare e trasformarsi.
Bisogna bandire le ciance, e chiamare per nome le mancanze,
le assenze, gli incitamenti che inducono a non pensare a chi
cade, ma spronano a seguire chi ben cammina... poco
importa se calpestando chi arranca.
Eppure
non tutto viene per nuocere, infatti questa epidemia di suicidi
e di numeri a scalare forse risolveranno il problema asfissiante
del sovraffollamento, e, perché no, anche quello della spesa
pubblica: e per mantenerne uno in meno, e per non costruire
altri penitenziari...... pardon, "molok" nelle nebbie
transilvane.