La
tristissima vicenda criminale di cui è protagonista Angelo
Izzo pone interrogativi inquietanti. Siamo di fronte a una storia,
umana prima ancora che giudiziaria, che proprio nel suo carattere
estremo diviene esemplare. Colpisce, infatti, un aspetto che stride
con la comune concezione del vivere come sedimentarsi di esperienze
che, proprio connettendosi le une alle altre, producono cambiamenti
in chi le vive e nei contesti in cui accadono. L’analogia tra
due terribili delitti, eseguiti a trent’anni di distanza l’uno
dall’altro, spiazza e mette in crisi la storia intesa come progressivo
dispiegarsi di cambiamenti. Qui la Bildung esistenziale, il percorso
formativo e perfino la semplice successione temporale sembrano
entrare in corto circuito, così da riportare il lungo giro
della vita al punto di azzeramento. Viaggio rettilineo che mostra
improvvisamente il baratro che immette a ritroso, come se quegli
anni intercorsi, e le migliaia di volti, pensieri e fatti che
si sono annodati, non fossero che una patina inconsistente, pronta
a scivolare via nei brevi momenti della verità. È
questo che lascia attoniti davanti alla traiettoria boomerang
di Izzo: il deja-vu che corona anni di comportamenti che da più
parti sono stati ricondotti a lenti processi di macerazione interiore.
Le relazioni degli esperti, certificando il mutamento, hanno avvallato
proprio la nostra, diffusa convinzione del tempo come di una ineluttabile
progressione in avanti. Certo, e va detto in via preliminare,
è possibile fingere. Il briccone, come nella classica commedia
napoletana, può simulare un’improvvisa pazzia per sottrarsi
alla punizione; il reo può ostentare pentimento per usufruire
di vantaggi e perfino per autoingannarsi o per risarcire in qualche
modo parenti e comunità; il disperato può inventarsi
l’escamotage in grado di allontanare le conseguenze delle sue
azioni. Nella nostra cultura il ladrone può, giustamente,
redimersi sulla croce e recuperare in extremis un valore osteggiato
per tutta la vita. Siamo pronti a credere a questa possibilità,
perché senza di essa dovremmo mettere in dubbio quella
che comunemente si chiama educazione, cioè la costruzione
graduale e profonda di cambiamenti che avvicinino quanto più
possibile ciascuno a tenere consapevolmente le redini della propria
vita, o quantomeno portino gli anni a tradursi in conoscenze e
responsabilità.
La
reiterazione del delitto
Il delitto reiterato mette in crisi
alcuni principi fondamentali del mondo laico e illuministico,
e in particolare quella funzione rieducativa della pena che è
la base del moderno ordinamento giudiziario.
Esemplare, agli occhi di quella categoria equivoca che è
l’opinione pubblica, il significato ultimo della vicenda, che
può essere riassunto nella arcaica convinzione secondo
cui “ognuno è come è, il mostro è mostro
e non serve null’altro che difendersi da esso”. Insomma, la vicenda
fornisce un buon servigio alla melma reazionaria, che non ha neanche
molta necessità di sottolineare quanto appare immediatamente
percepibile dal cittadino medio: anni di rieducazioni, diagnosi
e resoconti di esperti titolati, un intero sistema giudiziario
ma, prima ancora, culturale, che affida al lavoro pedagogico la
possibilità di trattare un feroce criminale restituendo
un cittadino, cascano come ingenue credenze davanti alla inossidabilità
del male. Di qui, argomenti di sicura presa per reclamare giri
di vite, durezze carcerarie e riabilitazioni delle gerarchie lombrosiane
[1].
Eppure, a quanto
riferiscono testimoni che, nel tempo, hanno avuto contatti col
detenuto, “ormai parlava come uno di sinistra…”, ed “era sinceramente
pentito del male fatto”. La vicenda sembra suggerire, a letture
poco attente ma maggioritarie, asserzioni che, pur parzialmente
fondate, sostengono un discorso generale di stampo regressivo.
Eccole:
- gli esperti
intervenuti a certificare cambiamenti e pentimenti del reo
hanno agito con superficialità, incompetenza o, peggio,
compiacenza;
- ne consegue
che il sistema di recupero dei condannati, anziché
tutelare la collettività, la espone a ulteriori rischi;
- ciascuno
sarebbe dotato di una naturale propensione al male o al bene,
per cui l’esperienza rieducativa della detenzione è
inefficace di fronte a questo limite invalicabile;
4. il male, quindi, nasce e alligna dentro determinati soggetti,
che ne sono titolari per via di tare profonde che nulla hanno
a che fare con il corpo sano della società.
Convalidare queste
affermazioni, e i corollari che ne derivano, sarebbe un grave
smacco per la pedagogia. Rinunciare all’educabilità di
qualsiasi soggetto, infatti, vuol dire consegnare i pezzi malriusciti
nelle mani del medico, dell’agente di sorveglianza e, al limite,
del boia. Non è un caso che i delitti efferati, come questo,
provochino una richiesta, anonima ma immediata, di rigori, steccati
e panacee. Esaminiamo allora il caso Izzo, al di là dello
specifico giudiziario che è ancora da venire, come canovaccio
in grado di porre, anche alla riflessione pedagogica, interrogativi
rilevanti. Ci troviamo di fronte, essenzialmente, a due problemi:
- la possibilità
che l’esperienza e il vivere si traducano nel tempo in processo
di formazione;
- la misurabilità
scientifica degli eventuali cambiamenti;
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