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Commettere
gli stessi errori
È un fenomeno che succede
continuamente, al di fuori di queste espressioni drammatiche,
pressoché a chiunque. Quante volte ci si scopre ad aver
commesso lo stesso errore, riproposto gli stessi passi di un
passato più o meno lontano, nonostante che ci si sia
detti mille volte che mai più lo si sarebbe fatto? Eppure,
è difficile sostenere che quelle macerazioni interiori
siano delle false toppe e, al di là del facile giudizio
di chi si erge a apologeta della logica rettilinea, solo chi
vive il dramma di riscoprire in sé parti che credeva
rimosse può farsi carico dello smarrimento che ne deriva.
Del resto, siamo in tempi che ripropongono, dopo il ‘mai più’
seguito ad Auschwitz e Hiroshima, la guerra preventiva e permanente
come modello per esportare lo sviluppo democratico. Anche qui,
il deja-vu è di un bagliore colossale, per quanto risulti
percepibile solo distraendo lo sguardo dai bagliori anestetizzanti
dei teleschermi.
Allora, la vicenda criminale, questa piccola per quanto ignobile
storia di un uomo feroce, è il dettaglio micrologico
di una grande storia che coinvolge tutti; è l’ingrandimento,
improvviso come un lampo, di ciò che abbiamo continuamente
sotto gli occhi, senza saperlo. Proust finiva la sua Recherche,
tremila e cinquecento pagine scritte in quattordici anni di
sospensione dalla vita reale, chiuso nella sua stanza da letto
senza più uscirvi, scrivendo ancora la prima parola del
racconto appena terminato. La fine coincide con l’inizio, in
una circolarità che è quella, ermeneutica, della
ricerca del senso. Una ricerca che non può essere comprensibile
usando le logiche dicotomiche: si o no, giusto o sbagliato,
passato o presente sono attrezzi inservibili al percorso di
formazione, che è inquietudine, apertura della memoria,
arresto del piccolo interesse immediato in favore di una progettualità
altra.
Così questa concomitanza perturbante, la coincidenza
della fine con l’esordio, smentisce la storia come progressione
rettilinea di fatti e pretende un tipo di conoscenza che sia
all’altezza del dirupo, avvezza a frequentare alte vette e improvvise
cadute, lampi accecanti e neri fondali. Una conoscenza di questo
tipo, cioè un sapere della crisi [3],
necessita che si sappia parlare della scissione del soggetto,
riconoscendone cascami, incisioni e ferite, così da fare
i conti davvero con il conflitto irrisolto che origina poi spasmi
che, legati o meno a una logica immediatamente comprensibile,
rimettono sulla scena la sofferenza repressa.
La
reiterazione nel Mostro
Nella biografia del Mostro accanto
all’oblio c’è una seconda modalità, a indicare
la fissazione di uno choc: la reiterazione. Negli anni giovanili
è un sintomo compulsivo, che porta ad accumulare stupri
e violenze in serie. Come nel nevrotico, la ripetizione del
gesto assume automatismi riflessi, inanellandosi in rituali
che fanno somigliare le azioni ai cicli ritmici della catena
di montaggio. Che ci sia un rapporto tra produzione industriale
e comportamenti nella sfera sessuale è sintomatico della
riduzione dell’uomo a prodotto: in entrambi i casi trionfa il
quantitativo, l’esperienza non è frutto di progettualità
personali bensì l’esito previsto di congegni tarati a
dovere. La modalità dell’esperire, dentro questi apparati
che reiterano il gesto riducendolo a sequenza impersonale, ha
i tratti dell’alienante e del feticistico. A ricalco dell’uomo
industriale, il Mostro ha rapporti con una merce; si aliena,
e aliena il proprio conflitto irrisolto spostandolo ancora nel
fondo oscuro della propria psiche, attraverso il consumo compulsivo
della merce sessuale, privata di tutte le caratteristiche intime
che ne farebbero una via privilegiata alla conoscenza di sé
e del mondo e ridotta invece a fagocitazione del corpo altrui.
Evidente l’analogia con lo sprono consumistico, e lo stesso
Izzo dichiara, negli anni della detenzione, il significato di
quell’adolescenza da stupratore. Interessava il dominio sul
corpo della vittima, spogliato di qualsiasi attributo umano
e ridotto a sarcofago vuoto attraverso costrizioni violente
che sono le stesse adoperate nei lager. Il piacere sadico dello
stuparatore è, quindi, nel disporre di oggetti inanimati,
a cui è negata ogni parvenza dell’umano. Niente a che
vedere col sesso, ma molto in comune con le derive feticistiche
proprie dei tempi [4].
C’è un rapporto strettissimo tra il dominio sulle coscienze
e il feticismo come modalità, non solo patologica ma
ordinaria, di rapporto col mondo. E questo rapporto tende all’inanimato,
ripetendo la stessa spoliazione del soggetto privato dei tratti
dell’umano, così che le relazioni non si danno più
come intersoggettive, cioè come scambio tra diverse intenzionalità,
dotate ciascuna di sapere e mistero, desiderio e storia, corpo
e anima, bensì come inerti ritagli di mondo. “Alla
fecondità erotica il feticismo non ha il coraggio di
opporre lo sguardo meduseo della morte, ma solo una sua parodia:
un feticcio, appunto, nel quale si vorrebbe domare l’enigmatica
affinità tra eros e thanatos” [5].
Di conseguenza il Mostro è costretto alla serialità:
il consumo ripetuto non scaturisce tanto dalla furba simulazione
di falsi pentimenti, ma è l’ossessione che abbatte il
confine tra organico ed inorganico, giungendo necessariamente
a quell’appeal del cadavere che, nel moderno, è la negazione
della storia, il disconoscimento dell’origine e quindi l’annichilimento
di qualsiasi esperienza. La riduzione dell’umano a merce non
conosce il confine tra vita e morte, e perciò passa attraverso
l’omicidio come si transita entro un limite insensato, ove l’assassino
non può scorgere significati e non può, di conseguenza,
elaborare successivi pentimenti in quanto il dispositivo feticistico
ha alienato, insieme all’oggetto, la coscienza. Izzo ha messo
in scena, da ignaro esecutore, automatismi riconosciuti da Baudelaire,
Benjamin, Kafka, Artaud: banali narcisismi in cui “il corpo
perde ogni aura sacrificale e si predispone come corpo-macchina,
tassello di una circolazione tesa a nullificare gli affetti”
[6].
La vicenda, allora, consegna ancora una volta un’emergenza pedagogica:
se l’esperienza si rivela un inerte ritaglio senza memoria,
così che non sedimenta in sapere e non produce relazioni,
discorsi, storie da scambiarsi attraverso il dialogo con altri
umani, è evidente che i processi di formazione in atto
nella comunità sono tarati da meccanismi perversi, logiche
di dominio che tendono a produrre, come hanno evidenziato Foucault
e Adorno, corpi docili e menti amministrate.
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Note:
[3]
Come rileva Franco Rella, il sapere della crisi, reso necessario
dal frantumarsi dell’ordine tradizionale, necessita di una ‘logica
sdrucciolevole’, capace di ricomporre simbolo e significato, fisico
e psichico, volo e caduta (Cfr Rella F., Miti e figure del moderno,
nuova ed., Feltrinelli, Milano, 2003).
[4]
“L’individuo non si produce
più entro e mediante una forma di società, ma entro
e mediante la forma di merce” (Formenti C., La fine del valore
d’uso, Feltrinelli, Milano, 1980, p. 9).
[5]
Mistura S., Figure del feticismo,
Einaudi, Torino, 2001, p. 185.
[6]
Villani T, Una scrittura di
carne e sangue, in “Millepiani”, n.11, 1997, p. 69. E’
da sottolineare che l’immagine di cui si innamora Narciso è
un duplicato di sé stesso da cui sono sottratti carne e sangue,
un simulacro vuoto che conosce solo le logiche del dominio e della
distruzione, tanto è vero che Narciso, nel tentativo di afferrare
l’immagine riflessa, cade in acqua e muore. Sulla quotidiana e cinica
banalità di questo male che segna la sottrazione dei codici
umani dalla carne delle vittime, si rimanda al classico lavoro di
Hannah Arendt: La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme;
tr. it., Feltrinelli, Milano, 1992.
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© Educare.it - Anno V, Numero 9, Agosto 2005
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