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E'
cambiato: ma quanto?
Un secondo aspetto della vicenda
richiama l’attendibilità dello sguardo diagnostico. Qui,
i molti anni di carcerazione, le perizie e le rieducazioni non
hanno potuto che impattare davanti alla reiterazione del delitto;
l’assassino, si è detto, è stato così diabolico
da ingannare giudici, esperti, scienze e metodologie comprovate.
Occasione propizia, fuori dal caso singolo ma dentro modelli
potentemente in atto nella società, per ridiscutere il
rapporto tra scienza e conoscenza, tra oggetto e soggetto. Scrive
Nietzsche: “Nella misura in cui il mondo si dimostra numerabile
e misurabile, esso acquista dignità ai nostri occhi.
Una volta era il mondo imprevedibile (quello degli spiriti,
dello spirito) ad avere dignità, esso suscitava maggior
timore” [7].
Oggi, nonostante le evidenti sconfessioni, si è ancora
convinti che la realtà sia oggettivamente conoscibile
attraverso schemi, categorie, esami che non sono griglie idealtipiche
per ridurre il complesso al più semplice, ma finiscono
per comprimere il mutevole entro il prevedibile. Come per il
feticismo, dove una parte prende il posto del tutto e ne soverchia
la struttura dialettica, così l’attrezzo scientifico
è figlio funzionale di una società basata sul
primato della merce. Applicata alle vicende umane, la misurabilità
mostra i suoi caratteri di idolo d’argilla, e ha bisogno, come
nel caso di Izzo, di tirare fuori dal cilindro categorie come
l’infermità mentale o, viceversa ma in continuità
con lo stesso modello, una lucidità criminale spiegata
con la tautologia.
Follia o disegno delittuoso: estremi di un’attribuzione causale
che necessitano, in ogni caso, una netta separazione tra le
categorie del vero e del falso, e in definitiva una conoscenza
che si pone come certa, fondata, depurata dal tarlo del dubbio.
Come sottolinea Nietzsche, la quantificazione dell’umano ha
il benefico effetto, ai più, di occultare l’imprevedibile
e di sostituire il timore verso un ignoto orami desacralizzato
con la sottomissione alla norma. Per questo la fallacia di esperti
e scienziati lascia attoniti e apre a quel perturbante che tutti
noi proviamo nello scoprire che qualcosa era già davanti
a noi, da tempo, senza che ce ne fossimo accorti.
C’è una correlazione evidente tra i due modelli richiamati
in questa sede: la concezione lineare della storia va a braccetto
con la misurabilità del reale. Graduare, misurare, allineare
tempi e ragioni è una modalità di conoscenza tipica
della cultura economica. Modalità che si avvale di modelli
pedagogici proni da un lato alla storia cumulativa e dall’altro
alla logica aristotelica. Il percorso rieducativo del detenuto
diviene così un affare consegnato a relazioni, diagnosi,
perizie: strumenti rispettabili e sorretti da formalismi e burocrazie
che ne garantirebbero l’aderenza al vero, almeno fino a che
l’imprevisto ritorno dell’ululato criminale non ne disveli l’azzardo.
Ovvio che qui non si discutono fondatezza e attendibilità
delle scienze: piuttosto si vuole evidenziare che accanto alle
ragioni, esiste “un’altra ragione, che mostra i lati più
oscuri e misterici della condizione umana, svolge una funzione
importantissima perché consente di cogliere le infinite
possibilità della condition humaine, le infinite forme
e modalità dell’umano essere-al-mondo” [8].
L’origine
del male
Nel caso Izzo, per quanto è reso noto dalla cronaca,
vi sono aspetti inquietanti che sovrappongono ciò che
nella percezione comune deve rimanere ben separato. Il criminale
collabora con la giustizia: a più riprese dichiara, millanta,
si conquista un ruolo discutibile ma certo diverso rispetto
a quello dell’irrecuperabile. Sembra preso dall’ansia di compiacere
i desideri sotterranei dell’ordinamento giudiziario: stragi
di Stato o di mafia meritano una rivelazione, una confidenza
carpita in carcere, un sapere che l’ex ragazzo dei Parioli non
può tacere, a mostrare che la detenzione, come spesso
succede ai condannati a lunghe pene, ha consentito a mondi separati
di avvicinarsi fino a parlare la stessa lingua, a usare i medesimi
codici. L’ergastolano spesso fornisce pareri legali ai compagni
di cella, mostra di aver percorso un iter formativo che lo pone
in posizione sbilenca, a metà tra la norma criminale
e quella penale. Addirittura, fuori dal carcere, veste i panni
dell’educatore, si occupa di miserie sociali e difficoltà
familiari, tende una mano alle donne del popolo, quelle che
una volta disprezzava apertamente come sinonimo di nullità.
Qui le letture unilineari, le combinazioni di scienza e burocrazia,
mostrano la corda: i magistrati devono certificare la cessata
pericolosità sociale del condannato, ma dispongono di
uno sguardo che pretende di essere esterno pur essendo dentro
la situazione, un panopticon miope che postula conoscenze e
saperi non sorretti dal tarlo del dubbio. Scrive Foucault, a
conclusione del suo Sorvegliare e punire: “Le nozioni di
istituzione, di repressione, di rigetto, di esclusione, di emarginazione,
non sono in grado di descrivere la formazione, nel cuore stesso
della città carceraria, di insidiose dolcezze, di cattiverie
poco confessabili, di piccole astuzie, di processi calcolati,
di tecniche, di ‘scienze’ in fin dei conti, che permettono la
fabbricazione dell’individuo disciplinare” [9].
La natura malvagia del delinquente è, insomma, il braghettone
idoneo a nascondere il prodotto di un processo formativo in
cui convivono regole e trasgressioni piegate a forgiare l’umano
entro una docilità che non esclude il crimine, ma anzi
ne utilizza a pieno la spendibilità come mezzo di controllo
sociale.
Produrre il criminale o produrre il buon cittadino sono facce
della stessa medaglia: in entrambi i casi si tratta di impedire
la ribellione, indirizzarla verso esiti utili al potere, disciplinare
e normalizzare gli individui assegnando a ciascuno il posto
che compete. Come nelle scuole, anche nel sistema carcerario
esiste una forbice di tolleranza che è costituita da
quelle piccole astuzie di cui il singolo può servirsi
per contrattare con il potere la sua permanenza all’interno
del sistema. Lo studente può copiare, compiacere gli
insegnanti, simulare il ruolo, e così per il detenuto:
educazioni e rieducazioni si stringono la mano nel comune intento
di indirizzare le resistenze e disporle dentro apposite griglie
di classificazione. Così, il Mostro che infrange ancora
la legge è protagonista di una trasgressione apparente:
il crimine in realtà produce subito un ulteriore incremento
della norma, la rafforza, la ribadisce così da utilizzare
funzionalmente un richiamo reciproco tra struttura che produce
e corpo prodotto. La ribellione alla legge è, in definitiva,
al posto di un’altra ribellione, mancata, omessa, soffocata
perché, questa si, pericolosa per l’ordine sociale. Il
delinquente, proprio nel momento in cui infrange la legge, le
obbedisce profondamente, riconsegna le spinte di rivolta nelle
mani del sapere disciplinare e si dispone, perciò, quale
oggetto di nuovi trattamenti rieducativi.
Crimine
e immaginario sociale
Uno dei tratti distintivi della modernità è, si
dice talvolta banalmente, la comunicazione. Le informazioni
si diffondono, veloci e capillari, in un flusso incessante di
eventi. Fatti prevedibili accanto a episodi inattesi: se i primi
rassicurano, e provocano nel buon uomo della maggioranza silenziosa
un moto di tronfio distacco, i secondi spiazzano, incrinano
le certezze. Il delitto insensato appartiene a questa seconda
categoria, tanto che il fascino della cronaca nera e della letteratura
riconducibile al giallo e al poliziesco risiede proprio nel
fornire un quadro di interpretazione in cui confinare il delitto.
Ispettori e investigatori svolgono attraverso gli schermi televisivi
una funzione pedagogica: rappresentano ancora, nella società
senza padri, la Legge paterna, quell’insegnamento che sottrae
l’uomo ai territori materni, troppo vicini all’istintività
animale, e lo consegna a un ordine sociale e simbolico. L’accesso
al Nome del Padre è, nella visione di Jacques Lacan,
la chiusura del processo edipico [10]:
una battaglia che avviene attorno al potere dettato dal Fallo,
e non è un caso che il delitto insensato sia spesso a
sfondo sessuale, così da riportare sulla scena del presente
un discorso rimasto aperto. Se il soggetto si costituisce, lacanianamente,
attraverso la scissione tra l’unità originaria e la maschera
sociale, l’interdetto continua a ribollire sotto la coltre.
L’accettazione della Legge non è mai né indolore
né completa, e offre continue cadute all’indietro, imbuti
pulsionali che rivelano l’inadeguatezza dei modelli scientifici
e di quella razionalità occidentale che ha voluto ergersi
a solo metro costitutivo e regolativo del mondo. Il criminale
che addossa su di sé e incarna le crepe dell’ordine simbolico
è così un figuro che consegna a tutti un messaggio
che proviene dall’infanzia dell’umanità: di qui il fascino,
morboso o zeppo di distinguo, suscettibile di esorcismi o punizioni
esemplari, del mostro che agisce senza una logica e, facendolo,
incrina la generale identificazione in un ordine condiviso.
Tra tutti i delitti, quello senza movente logico è il
più imbarazzante, e per contenerlo si deve ricorrere
alle griglie discutibili della malattia o del raptus, postulare
una speciale natura malvagia che è sopravvissuta, come
nel caso che qui si discute, a poderosi trattamenti rieducativi.
Ma rieducare senza comprendere genera sarcofaghi vuoti e procedure
ripiegate su se stesse. Occorre ampliare lo sguardo, e fare
i conti, davvero, con l’insensatezza del delitto. La letteratura,
nelle sue forme più alte, ha dato a tutti noi delle chiavi
interpretative: qui basti ricordare l’omicidio compiuto dal
protagonista de Lo straniero, il romanzo in cui Albert Camus
disegna un’umanità colpita da anestesia affettiva, dove
nulla, dal gesto più comune alla stessa vita umana, ha
senso. Il signor Mersault, a cui mancano legami e radici, uccide
un arabo: delitto senza ragione, compiuto con la stessa indifferenza
con cui sono narcotizzati i normali eventi dell’esistenza. Al
processo, l’imputato dice che è stato il sole ad illuminare
la lama del coltello dell’arabo e a fargli, premere, per riflesso,
il grilletto. “Dentro questa correlazione tra la luce-la
verità-il potere-l’uccisione dell’altro, si costituisce
tutto un percorso della cultura occidentale” [11]
in cui la sottomissione all’autorità genera soggetti
senza volto, disponibili a qualsiasi crimine nella più
assoluta indifferenza.
Riprendendo il linguaggio freudiano, si può dire che
la mancata uccisione del padre, ossia l’insufficiente rottura
del legame con il potere, conduce a una sorta di omicidio-suicidio:
omicidio che si direziona verso gli inermi o le donne, accomunati
dallo stesso disprezzo, e suicidio che si traduce nell’annichilimento
delle facoltà soggettive, così da consegnare ai
rituali dell’autorità esecutori anonimi e irresponsabili.
Il secolo scorso, con le adunate oceaniche e gli stermini di
massa, ha posto tragicamente la questione del rapporto tra l’autoritarismo
e il crimine: basti qui citare le opere fondamentali di Bettelheim,
Arendt e Adorno [12].
Una
conclusione pedagogica
Dal punto di vista pedagogico rifiutare la misurabilità
dei cambiamenti non significa postulare una sorta di cecità
davanti ai processi di formazione; tutt’altro, si tratta di
pretendere che si faccia chiarezza sul tipo di metro adoperato,
sul modello di conoscenza sotteso e sui risvolti oscuri della
relazione educativa. Davanti al dramma di vite votate alla violenza,
occorre una razionalità capace di forzare se stessa,
superando la tradizionale scissione tra conoscere ed esistere,
quel confine che, attraverso il discorso, separa detto e non
detto, pensabile e impensabile. Senza il transito entro questa
soglia si ha una conoscenza incompleta, che esclude il coesistere,
nell’umano, di spinte opposte. Il sapere, quindi, non può
che pensarsi avvinghiato al non-sapere, aperto al suo rovescio
nel modo indicato da Georges Bataille: “Se è vero
che, legata indissolubilmente alla violenza-animalità,
la coscienza non ha autonomia, e di conseguenza un mondo umanamente
costituito non si dà in questa modalità di adesione
senza scarto alla violenza, è altrettanto vero che una
coscienza totalmente autonoma ed escludente il campo animale
salta il dato di fatto dell’esistenza concreta, ovvero il coesistere
di violenza e ragione come cifra dell’umano” [13].
Legare il problema della violenza a quello della conoscenza
significa spostare l’attenzione dal versante del giudicare a
quello del comprendere. Nel primo caso si espelle dall’orizzonte
tutto ciò che non può essere ridotto all’univoco;
nel secondo, invece, ci si apre all’inatteso, si cammina in
bilico sul dirupo sotto il quale scorrono, simultaneamente,
le parole che nascondono e quelle che rivelano. “Benchè
le parole si approprino in noi di quasi tutta la vita - scrive
Bataille - (…) sussiste in noi una parte muta, nascosta, inafferrabile.
Nella regione del discorso questa parte è ignorata. Di
solito sfugge anche a noi. Solo a certe condizioni possiamo
raggiungerla e disporne. Sono moti interiori, vaghi, che non
dipendono da alcun oggetto e non hanno intenzione” [14].
Afferrare questi vaghi moti interiori è compito arduo
per rieducatori forniti di metodologie tarate al millimetro:
per lo più sfuggono, si perdono tra le certezze, le procedure
e le conformità. Legare la rieducazione dei detenuti
all’ambito dell’utile (dai permessi premio fino alla liberazione
anticipata) è un tentativo senz’altro coerente con i
principi ordinatori del diritto moderno, ma presta il fianco
esattamente a manipolazioni, interessi e condizionamenti. Come
a scuola il bravo discente troverà, solo a condizione
di divaricarsi dalla categoria dell’utile, il coraggio di contestare
il proprio maestro, così per il detenuto un programma
rieducativo a rimorchio dei canoni di buona condotta rischia
di viziare un percorso di riflessione che, per molti aspetti,
non può che avvenire o nella penombra del dialogo interiore
o all’interno di una salda alleanza terapeutica o formativa.
Proprio la possibilità di realizzare un sincero e bilanciato
patto formativo tra soggetti diversi per conoscenze, condizioni
e ruoli è l’esordio necessario di un percorso che voglia
puntare sulla formazione più che sulla gestione di un
problema. Occorre dunque, sul piano epistemologico, superare
definitivamente l’unidirezionalità dei modelli che, mutuando
dal paradigma delle scienze naturali, postulano l’oggettività
dello sguardo diagnostico in luogo della relazione intersoggettiva,
e si cacciano nel vicolo cieco che, spacciando il laboratorio
per la vita, finiscono per falsare il primo e trascurare la
seconda. La pedagogia non può limitarsi a considerare
il male come mancanza, colpa o infrazione: non può aderire
alla Norma senza vedere le connessioni tra questa e il negativo,
il gioco dialettico che sostiene reciprocamente l’ordine dominante
e la violazione, la persona e l’ombra, l’adesione e il rifiuto.
Al suo livello più intimo, il lavoro pedagogico è
chiamato a dare un senso proprio a quei conflitti che, lasciati
a sé, esplodono nel delitto. Si tratta di farsi carico
della disobbedienza alla legge, quell’andare contra naturam
che è il nucleo fondativo del sapere. Pedagogia e disobbedienza:
un bel tema, se è vero che “ogni acquisizione di
conoscenza, ogni pratica di libertà devono necessariamente
omportare il tradimento di un assetto, di un ordine familiare,
sociale e anche di un determinato assetto interno” [15].
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| Note:
[3]
Come rileva Franco Rella, il sapere della crisi, reso necessario
dal frantumarsi dell’ordine tradizionale, necessita di una ‘logica
sdrucciolevole’, capace di ricomporre simbolo e significato, fisico
e psichico, volo e caduta (Cfr Rella F., Miti e figure del moderno,
nuova ed., Feltrinelli, Milano, 2003).
[4]
“L’individuo non si produce
più entro e mediante una forma di società, ma entro
e mediante la forma di merce” (Formenti C., La fine del valore
d’uso, Feltrinelli, Milano, 1980, p. 9).
[5]
Mistura S., Figure del feticismo,
Einaudi, Torino, 2001, p. 185.
[6]
Villani T, Una scrittura di
carne e sangue, in “Millepiani”, n.11, 1997, p. 69. E’
da sottolineare che l’immagine di cui si innamora []
Narciso è un duplicato di sé
stesso da cui sono sottratti carne e sangue, un simulacro vuoto
che conosce solo le logiche del dominio e della distruzione, tanto
è vero che Narciso, nel tentativo di afferrare l’immagine
riflessa, cade in acqua e muore. Sulla quotidiana e cinica banalità
di questo male che segna la sottrazione dei codici umani dalla carne
delle vittime, si rimanda al classico lavoro di Hannah Arendt: La
banalità del male. Eichmann a Gerusalemme; tr. it., Feltrinelli,
Milano, 1992.
[7]
Nietzsche F., L’innocenza del
divenire; tr. it., Rusconi, Milano, p. 202.
[8]
Fadda R., La cura, la forma, il
rischio, Unicopli, Milano, 1997, p. 111.
[9]
Foucault M., Sorvegliare e punire;
tr. it., Einaudi, Torino, 1976, p. 340.
[10]
“E’ nel Nome del Padre che dobbiamo
riconoscere il supporto della funzione simbolica, che dal sorgere
dei tempi identifica la propria persona con la figura della Legge”
(Lacan J.,Scritti, tr. it.; Einaudi, Torino, 1974, p. 271).
[11] Solimini
M., L’estraneità che accomuna, Ed. dal Sud, Bari,
1005, p. 37.
[12]
Evidente la declinazione pedagogica
del corposo studio dedicato a un prodotto antropologico, preda e
protagonista dei fascismi del Novecento: Adorno T.W., AA.VV., La
personalità autoritaria, tr. it., Ed. di Comunità,
Milano, 1982. Dal punto di vista educativo è da segnalare:
Mantegazza R., L’odore del fumo. Auschwitz e la pedagogia dell’annientamento,
Città Aperta, Enna, 2001.
[13]
Papparo C. F., Incanto e misura.
Per una lettura di Georges Bataille, Esi, Napoli, 1997, pp. 30-31.
[14]
Ivi, p. 58.
[15]
Carotenuto A., Le lacrime del
male, Bompiani, Bologna, 2001, p. 31.
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copyright
© Educare.it - Anno V, Numero 9, Agosto 2005
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