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Risonanze
Storie brevi ri-lette e
ri-narrate
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CHI
CAMBIA CHI?
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di Alessio
Cazzin
“Sai, io ti vedo di
più come un uomo d’azione …”.
Ecco, è lì che mi è scattato come un
“clic” in testa, come se quello che mi
aveva appena detto Marco mi avesse sbloccato. E’
stato quasi un riflesso automatico, a quel punto, rispondergli:
“Allora non ha senso che ce ne stiamo seduti a parlare dentro
questa stanza, la prossima volta che ci vediamo vieni in bici, che ce
ne andiamo a fare un giro assieme.”
Era
già la terza o quarta volta che incontravo Marco, ma non
riuscivo a scrollarmi di dosso una sensazione mista tra
l’impotenza e l’impressione di girare a vuoto,
senza alcuna meta o un qualche tipo di utilità. Lo conoscevo
da diversi anni, entrambi abbiamo “fatto la storia”
del Servizio per le Tossicodipendenze (Ser.T.) dove lavoro. Non mi era
mai capitato però di andare oltre le quattro chiacchiere di
cortesia scambiate in sala d’attesa mentre lui aspettava la
somministrazione quotidiana del farmaco. Finchè, qualche
mese fa, il Primario - non potendo più garantirgli i
colloqui periodici - ha deciso di affidarlo a me. La consegna del
"capo" era piuttosto “asciutta”: trattandosi di un
cosiddetto paziente “doppia diagnosi”
(cioè con disturbo da uso di sostanze e disturbo
psichiatrico) era importante aiutarlo ad accontentarsi della dose
massima di metadone stabilita per lui e
“insegnargli” (1)
a fronteggiare
l’angoscia che lo spingeva a procurarsi un altro quantitativo
del farmaco al mercato grigio.
Non so bene perché, ma Marco mi era sempre stato simpatico,
con quella sua aria flemmatica da mezzo inglese. Più che per
la convinzione di portare a casa i risultati che mi aveva indicato il
primario, accettai l’incarico di vederlo per la
curiosità di conoscere meglio questo soggetto
così particolare.
Così
iniziarono i nostri incontri, tutti non prima delle dieci d mattina,
nella stanza che utilizzo al Ser.T. Come previsto, Marco si rivelava
come un tipo veramente interessante e ricco di conoscenze: anche troppo
da un certo punto di vista! Per tener testa al suo parlare forbito e
alla quantità di citazioni filosofiche che riusciva a tirar
fuori ogni volta ho dovuto rispolverare in fretta e furia un bagaglio
di citazioni (dai proverbi latini ai passi della commedia di Dante!)
che avevo decisamente abbandonato negli anni. Ma in mezzo alla
quantità di elucubrazioni e ragionamenti che Marco riusciva
a produrre ogni volta che ci vedevamo, spuntavano qua e là,
a sprazzi, alcuni dei suoi tormenti, passati e presenti: la storia di
oppressione subita dal padre (“era una specie di spartano,
credeva che solo se avessi retto le peggiori prove a cui lui mi
sottoponeva avrebbe avuto un senso che vivessi”), il dolore e
le sofferenze legate alla separazione “in casa” dei
genitori, il vissuto di profonda disistima di sé, la fatica
a riconoscersi in un corpo deformato e menomato (un ginocchio
lesionato) dal sovrappeso, l’incapacità di far
fronte alla passività e all’inedia di giornate
trascorse rinchiuso in casa, a guardare internet o stando rifugiato
sotto le coperte.
Le mie timide ed impacciate proposte di “smuovere”
un po’ questa specie di acque stagnanti, così
pesanti ma allo stesso tempo così
“familiari” e rassicuranti per Marco, erano
rapidamente svaporate davanti ai modi cortesi con cui lui mi presentava
la sua fatica di mettere in atto anche il più piccolo
cambiamento che andasse a perturbare la sua dolorosa condizione.
Così, mentre non riuscivo a trovare assieme a lui nessuna
motivazione per rompere il muro della sua inedia, mi sentivo sempre
più una fotocopia sbiadita del suo psicoterapeuta e mi davo
dell’arrogante per aver pensato di poter combinare
chissà che con uno psicotico di lungo corso, rispetto al
quale aveva già gettato la spugna da un pezzo il mio
primario.
E’
stato a questo punto che, proprio nel mezzo della ormai solita
conversazione infarcita di più o meno dotte dissertazioni,
Marco se ne è uscito con quella frase sul pensarmi
“uomo d’azione”, che è stata
come l’accendersi di una lampadina: lui, probabilmente senza
accorgersene, mi stava aiutando a ricollocarmi, a dare un senso alla
relazione tra noi. Mentre io mi ero perso e finivo, più o
meno consapevolmente, con lo scimmiottare malamente qualche altro
professionista, Marco mi stava risintonizzando sulla lunghezza
d’onda dei suoi bisogni e delle possibilità per la
sua vita che poteva assumere il rapporto tra noi. Lui sapeva in qualche
modo che non avrebbe mai potuto domandare al suo terapeuta di
condividere uno spazio e un tempo diversi dalla seduta nello studio di
quest’ultimo, ma non sapeva come esprimere
diversamente la sua necessità di una storia
“altra” con me.
Io non mi ero accorto che limitarmi a progettare assieme a tavolino di
fare un po’ di movimento, senza coinvolgermi e condividere
concretamente almeno una parte di questa esperienza, mi portava a
svuotare di senso e di efficacia la relazione con lui.
Cosi
adesso il venerdì mattina, tempo permettendo, ci vede
gironzolare lungo le ciclabili del paese, condividendo il piacere di
violare per un po’ lo schema classico “operatore
– paziente” da ambulatorio e con la
possibilità di sperimentare anche fisicamente, la fatica e
la soddisfazione del fare un pezzo di strada assieme.
Intanto
Marco si è procurato una cyclette, che deve
imparare ad usare per non procurarsi stiramenti a muscoli e legamenti,
e ha ripreso a frequentare il gruppo di auto aiuto presso il Centro di
Salute Mentale, accettando, anche se con qualche timore per
l’impegno che gli richiede, il ruolo di
vice–facilitatore. Non gli riesce sempre di accontentarsi
della quantità di metadone che assume quotidianamente al
Ser.T., ma sta contemplando l’idea di troncare i contatti con
chi gli fornisce il farmaco direttamente a casa spillandogli un bel
po’ di soldi.
Stamattina,
presentandosi sotto al Ser.T. in sella alla sua mountain –
bike, Marco mi ha detto che la giornata migliora nel passare davanti al
calendario dove segna il promemoria per la nostra pedalata settimanale.
Devo riconoscere che anche io ho guadagnato almeno
un paio di insegnamenti da questa relazione con Marco. Il primo riguarda la dimensione dell'umiltà, intesa come rinuncia all’onnipotenza, alla
pretesa di dirigere e orientare l’altro (per quanto in
difficoltà ed apparentemente limitato esso possa presentarsi
ai miei occhi) lungo le mie coordinate di tempo e di spazio,
di ciò che è "utile" e "non utile". L’altro apprendimento, legato al
precedente, riguarda il saper coltivare una relazione con la fiducia
che, anche senza controllare tutti i passaggi del percorso, dal mio
lasciarmi coinvolgere, toccare e, persino, cambiare può scaturire una
reale opportunità di cambiamento anche per chi mi sta di
fronte.
Note:
“Devo ancora incontrare una persona che riesca a crescere
emotivamente attraverso l’educazione intellettuale. La vera
crescita emotiva ha luogo soltanto come risultato
dell’esperienza (…) Non dico che apprendimento e
crescita non siano possibili, solo che non serve presentarli come
suggerimenti, raccomandazioni o nozioni; e, peggio ancora, tutto questo
spesso danneggia il processo”.
C.A. Whitaker, W.M. Bumberry
“Danzando con
la famiglia – Un approccio simbolico esperienziale”,
ed. Astrolabio (Roma), 1989, pagg. 69 - 70
Autore:
Alessio Cazzin,
educatore professionale al SerT di Mirano dell’Azienda ULSS
13. Formatore per l’Associazione “Bona
Tempora” di Mirano (VE).
E’
il referente del Progetto CAMPUS per l’Azienda ULSS 13.
E-mail:
alessio.cazzin@libero.it
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copyright ©
Educare.it - Anno X, Numero 7, Giugno 2010
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