Correva l’anno scolastico
1982/83, classe II D, Istituto Superiore, ultimo compito in classe di italiano
del II quadrimestre. La professoressa di Lettere assegnò i titoli dei temi; il
terzo consisteva nel commentare la seguente poesia di C. Kavafis:
"E
se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non
sciuparla
nel troppo commercio con la
gente
con troppe parole e in un
viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in
giro
in balia del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti
fino a farne una stucchevole
estranea"
A quel tempo avevo un’impellente
necessità: ri-equilibrare la media dei voti; non scelsi di trattare questo
tema, ma uno più semplice. Andò bene(!), ma il testo di quella poesia
continuò a risuonarmi attorno. Lo trascrissi in una pagina di quaderno, e
ancora adesso mi accompagna.
L’ho cercato più volte; ho
acquistato e letto diverse edizioni delle opere di Kavafis, ma non ho più
trovato il testo con la traduzione riportata in quel lontano 1983.
Sono ancora quelle le parole
che ritornano quando incontro persone che con la vita non ce la fanno… che ci
provano ad essere diversi, a cambiare, a far sì che qualcosa di bello possa
succedere.
Come un tarlo
mi torna sempre alla mente quel "E se non puoi la vita
che desideri …" perché nulla di più umano c’è che desiderare
qualcos’altro di possibile, qualcosa che faccia "bene"…
E sono spesso i desideri a spingerci avanti, a spronarci a cambiare,
a indicarci una via anche se non riusciamo mai ad arrivare fino
in fondo.
"Cerca almeno
questo per quanto sta in te …": è "questo"
che mi sembra sia trasmissibile a chi chiede di cambiare; prova,
con tutte le forze che hai, siano esse anche le ultime, ma prova
per tutto ciò che dipende da te a non sciupare ciò che ancora
ti rimane. Cerca, cerca ancora quel qualcosa che ci appartiene,
che ancora non ci rende estranei.
E’ a volte impressionante
scorgere negli sguardi dei "ragazzi-utenti", nei loro racconti, la
trama di una vita "stucchevole" ed "estranea",
talmente complicata da aver trasformato loro stessi in estranei alla vita.
Non so se quella poesia ha
originato la mia scelta professionale, ma ha di certo incontrato e permeato la
mia "passione umana". L’ho rimuginata nel tempo, mi ha dato nei vari
momenti significati diversi. Di certo ha fornito un marchio al modo di
accostarmi all’altrui sofferenza… e probabilmente anche alla mia.
Volevo ringraziare quella
professoressa… non l’ho mai fatto direttamente, forse perché non vi è
stata l’occasione, forse perché non ho trovato il coraggio.
Mi piacerebbe che un giorno
leggesse queste righe e vi si riconoscesse. Credo abbia fatto una cosa grande, a
me e alle persone che in seguito ho incontrato ed accompagnato.
Ci si interroga molto spesso su
come la scuola possa fare prevenzione e divenire comunità educante.
Oltre a rimandare a ciò che è
già stato detto in studi, ricerche, esperienze… credo che ciò che più conti
sia una presenza attenta, costante, reale che segue i percorsi dei
propri studenti, azzardando anche qualcosa in più per fare crescere, per fare
maturare, per trascinare in avanti, per vedere oltre la siepe qualcos’altro di
possibile.
E infine volevo
anche ringraziarla per tutto il tempo che mi ha dato per poter svolgere quel
tema che già allora sentivo mio.