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Come
già descritto nell’intervento
precedente, convincere una ragazza anoressica o bulimica
a curarsi non è semplice, o meglio, non lo è nei
tempi che permetterebbero una guarigione più veloce e certa.
All’inizio
della malattia non ci sono sintomi gravi, anzi sembra che la dieta
sia la soluzione di tutto; ma quando si instaurano tutti i problemi
fisici derivanti dalla nutrizione insufficiente (depressione,
astenia, scomparsa delle mestruazioni e conseguente decalcificazione
ossea) si comincia a preoccuparsi ed è in questo momento
che molte ragazze accettano "l’idea" di farsi curare.
Purtroppo
solo l’idea, perché in realtà molte fingono di accettare
la visita del medico solo per compiacere i genitori.
In
realtà loro sono convinte di "potercela fare" da sole.
I ricostituenti che normalmente il medico di base prescrive finiscono
nel lavandino, perché a questo punto si è instaurato
un altro sintomo micidiale nel mantenimento della malattia: il
disturbo dell’immagine corporea. Pesano trentacinque, quaranta
chili per un metro e settanta d’altezza, ma loro si sentono e
si percepiscono grasse. Questo disturbo si presenta anche in altri
casi in cui la dieta è stata seguita o per cura di altre
disfunzioni (diabete o cardiopatie) o in situazioni sperimentali.
Altra
conseguenza grave della dieta troppo restrittiva, è la
fobia per il cibo. E’ una vera e propria paura che le porta
ad evitare ogni situazione in cui potrebbero trovarsi di fronte
al cibo. Spesso esorcizzano questa paura nutrendo gli altri. Cucinano
per la famiglia o addirittura lavorano in ristoranti o pasticcerie.
Quando
la loro situazione fisica è fortemente compromessa, vengono
ricoverate in strutture ospedaliere (spesso psichiatriche) ma
anche questa ben presto si rivela una scelta fallimentare.
Ci
sono cliniche in cui l’anoressia nervosa e la bulimia vengono
curate sia dal punto di vista fisico che psicologico e spesso
hanno una buona possibilità di riuscita nella cura; il
problema si ripresenta quando le ragazze tornano in famiglia e
ritrovando le stesse problematiche, ricadono nella malattia. Spesso
le anoressiche "guarite" scivolano nella bulimia.
L’ideale
sarebbe poter contare sulla presenza di un buon medico di base
che segua la ragazza dal punto di vista medico, di uno psicologo
che si occupi della sofferenza psichica della ragazza ed essenziale
la collaborazione della famiglia.
La
dove le famiglie comprendono, naturalmente con l’ausilio degli
specialisti, la vera natura della malattia della loro figlia,
e collaborano nella sua ri-educazione, le possibilità di
guarigione sono molto più alte.
Il
primo punto cruciale che i genitori si trovano ad affrontare è:
come convincere la figlia a farsi curare. Come premessa, è
necessario che i genitori condividano l’idea che alla figlia occorre
un aiuto specialistico. Se i genitori non si propongono come veramente
concordi su questo punto, difficilmente riusciranno a convincere
la figlia. Se non c’è una reale convinzione da parte di
entrambi i genitori riguardo ad una terapia per la figlia, quest’ultima
si convincerà di non essere malata e cioè di non
avere bisogno d’aiuto; sente di poter contare sull’appoggio del
genitore contrario al trattamento terapeutico. Cosa fare quindi,
visto che il tempo è prezioso?
Può
essere un atteggiamento vincente, il proporre alla figlia un colloquio
informativo con uno specialista, senza insistere sulla necessità
di qualsiasi terapia. In ogni caso non deve sembrare una decisione
imposta, ma una possibilità per vagliare il da farsi.
Si
può dire che c’è un problema che coinvolge tutta
la famiglia, che per questo si desidera rivolgersi ad un esperto
che indichi possibili soluzioni.
A
questo punto, sarà lo specialista a trovare le giuste motivazioni
per aiutare la ragazza a scegliere la psicoterapia e darà
ai genitori le indicazioni necessarie per un atteggiamento che
favorisca tale scelta.
Quasi
tutte le ragazze affette da questi disturbi, accettano molto più
facilmente di partecipare ad un colloquio con uno psicoterapeuta,
se anche i genitori vi partecipano. C’è sempre da parte
di queste ragazze, l’atteggiamento colpevolizzante per quanto
sta loro accadendo, rivolto ai genitori. (Come questo non sia
completamente vero lo vedremo nel prossimo intervento).
Se
i genitori hanno comunque l’atteggiamento di chi accetta di "mettersi
in discussione", l’impressione che le figlie ne ricavano è
decisamente favorevole. Non si sentono colpevolizzate come uniche
responsabili della loro malattia e diventano più collaborative.
Queste ragazze in genere colpevolizzano molto i genitori e amano
vedere che anche loro sentono di avere delle responsabilità.
In questo momento è molto importante che i genitori
mettano da parte inutili atteggiamenti di orgoglio o di amor del
vero a tutti i costi; servono solo a mantenere la loro figlia
nella malattia.
In
ogni caso, quando da parte delle ragazze c’è un rifiuto
a curarsi, nonostante tutto, è giusto che i genitori si
impongano con le figlie minorenni; con le figlie maggiorenni un
ricovero coattivo è giustificato solo in caso di grave
rischio della loro vita, che comunque deve essere diagnosticato
e deciso dal medico curante o da un pronto soccorso.
Alcune
regole pratiche comunque possono essere d’aiuto ai genitori che
si trovino in questa situazione:
- Non
permettere mai alla ragazza di mangiare da sola o di mettersi
a cucinare per tutta la famiglia a qualsiasi ora. L’ora dei
pasti è uguale per tutti e che mangi o meno è
giusto che la ragazza condivida con gli altri questo momento.
- Non
coinvolgere i fratelli in funzioni di controllo circa il comportamento
della ragazza anoressica. Il problema del "controllo" è
un punto cruciale in questa patologia, perciò non si
deve mettere gli altri figli in situazione di "spia controllante".
Non serve a niente per la ragazza ed è diseducativo
per gli altri figli.
- Non
cambiare le abitudini di vita della famiglia. In alcuni casi
le mamme smettono di lavorare per seguire le loro figlie a
tempo pieno; è un grave errore che genera maggior tensione
tra madre e figlia e rafforza la convinzione di quest’ultima
che le sia tutto dovuto in funzione della sua malattia.
- Mantenere
le amicizie e gli impegni sociali abituali. Spesso i genitori
di queste ragazze abbandonano i loro passatempi e le loro
amicizie. Inoltre è facile che anche loro cadano in
depressione.
- Non
cambiare le regole educative che sono in vigore all’interno
della famiglia. Spesso però, questi genitori oscillano
tra un eccessivo permissivismo e un esagerato autoritarismo.
Trovare la giusta via ed aderirvi sarebbe auspicabile.
- Non
trattare la figlia malata in modo diverso dagli altri figli.
Sarebbe un modo per autorizzare la ragazza a prevaricare e
a tiranneggiare anche i fratelli. Alcuni fratelli diventano
fin troppo protettivi e preoccupati. Sono solo le suggestioni
che arrivano loro dai genitori e non fanno bene a nessuno.
Resta
comunque fondamentale la psicoterapia. Di solito funzionano molto
più rapidamente le terapie cognitivo-comportamentali, almeno
all’inizio, per modificare rapidamente i pensieri problematici
e i comportamenti autodistruttivi. In seguito ogni terapeuta deciderà
come meglio orientarsi anche in base all’individualità
del soggetto ed alle sue esperienze di vita. Nel mio prossimo
intervento mi occuperò della relazione
genitori-figli e delle domande che i genitori si pongono
sempre quando compare questa malattia. |