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Identità
maschile nel processo migratorio e problematica interculturale
Con l’esperienza
migratoria, questo percorso non trova più le condizioni idonee
per svolgersi secondo le attese degli educatori famigliari. In
realtà, le cose risultano molto più complesse perché anche una
migrazione interna al paese di provenienza può sottrarre alle
condizioni più idonee perché il processo di formazione dell’identità
maschile avvenga secondo le intenzioni dei genitori. Oltretutto
le società maghrebine vivono periodi di rapidi mutamenti anche
sul piano socioculturale, motivo per cui non si possono dare per
scontate le condizioni in cui avviene l’educazione dei minori.
Altri fattori che possono intervenire li esamineremo più avanti.
Innanzitutto,
osserviamo che l’emigrazione può rendere più difficile la formazione
dell’identità maschile.
Un
primo problema deriva dal fatto che il prestigio assicurato dall’identità
maschile nella società di provenienza e in famiglia, non appena
il ragazzo oltrepassa la soglia di casa, decade. Infatti, in gran
parte della società italiana ed europea, il riconoscimento del
valore dell’uomo in quanto "maschio" passa per altre
vie, per altri modelli di affermazione. Il ragazzo si trova, quindi,
di fronte ad uno smacco: il fatto d’essere maschio non costituisce
più un privilegio e non è più riconosciuto come oggetto di ammirazione,
perlomeno in determinati ambienti come, ad esempio, la scuola.
Si
verifica, in tal modo, un’incoerenza educativa tra famiglia
e scuola o ambienti sociali del territorio d’immigrazione; incoerenza
che riguarda fini, finalità e, dunque, mezzi dell’educazione e
che ha un certo peso nella formazione della personalità del ragazzo.
In particolare, questa situazione costringe il ragazzo a ricercare
una doppia legittimità nel suo essere maschio: una in famiglia
e l’altra fuori.
Anche
i precedenti dell’emigrazione possono essere condizioni rilevanti
e influire sulla maturazione del senso di responsabilità
del ragazzo: è il caso di chi sperimenta l’assenza prolungata
del padre già emigrato e magari non ha altri adulti che assumano
un ruolo sostitutivo atto a compensare il vuoto d’autorità che
viene a crearsi in famiglia (1).
Un
altro elemento destabilizzante la formazione dell’identità del
minore immigrato può essere la crisi del ruolo paterno
che si verifica con la migrazione. Si tratta di una crisi su due
fronti: è una crisi d’autorità e una crisi come modello d’identificazione
maschile. La crisi d’autorità può essere dovuta all’incapacità
del padre di svolgere un ruolo di mediazione rispetto alla società
d’immigrazione per l’incompetenza nella lingua, ma anche per la
scarsa capacità di comprendere e di rendere comprensibili norme
e valori del nuovo contesto di vita. Tra le ragioni: il tipo di
progetto migratorio del padre, il suo approccio alla società d’accoglienza
e altri fattori vincolanti legati alle capacità personali.
La
crisi del modello di identificazione maschile si può in
parte legare alla crisi del ruolo paterno. Inoltre, ad aumentare
la fragilità del padre possono concorrere anche difficoltà socioeconomiche,
conflitti irrisolti, un disagio migratorio ancora vivo. Un caso
illuminante a questo proposito è presentato dalla psicoterapeuta
francese Marie Rose Moro (2).
Il processo che avviene in questi casi si può così schematizzare:
inversione
dei ruoli familiari (figlio, padre del padre) à crisi d’autorità
paterna à delegittimazione di ruolo à ricerca di modelli maschili
in gruppi devianti
La
crisi del ruolo paterno investe soprattutto il primogenito
maschio che è considerato, quindi, da coloro che lavorano
con famiglie migranti, un soggetto ad alta vulnerabilità. Costui
risulta più esposto alla dinamica sopra descritta in quanto si
troverà, per primo, a fare da mediatore per conto dei genitori,
sostituendoli nel loro ruolo e maturando quindi un senso di superiorità,
capovolgendo le logiche pedagogiche. Il padre diventa in tal modo
più manipolabile, sotto certi aspetti, e per questo perde valore
come modello di virilità, tanto più se si assommano altri fattori
di crisi della sua immagine.
Tuttavia,
se ci sono figure di mediazione stabili e competenti in famiglia,
le dinamiche possono evolvere in un senso più positivo. Se ci
sono, ad esempio, fratelli maggiori, magari con un’esperienza
di emigrazione individuale alle spalle, essi possono esercitare
l’autorità per conto del padre ed assumere una funzione sostitutiva.
Anche nel periodo che precede l’emigrazione del nucleo famigliare,
mentre il padre sta all’estero, può verificarsi che altri adulti
maschi assumano una funzione vicariante.
Per
i motivi sopra esposti, i maschi sono considerati più fragili
e meno resilienti ("resilienza" è usato per indicare
la resistenza agli urti) delle femmine. Il fatto che possano mancare
le condizioni che permettono la maturazione di responsabilità
(quando vivono in condizioni di permissivismo, nonostante l’accanimento
anche violento del padre) li espone al rischio di una vita caratterizzata
da libertinaggio o alla costruzione di identità maschili false
(o devianti).
Tutte
queste condizioni d’esercizio (cioè condizioni in virtù
delle quali si esercita l’educazione) sono da tenere in conto
per meglio leggere i fenomeni di disagio manifestati dai minori
stranieri, compreso quelli di bullismo. Per la loro importanza
è utile che gli operatori dei servizi le indaghino raccogliendo
un minimo di storia del ragazzo e della famiglia.
Abbiamo
scritto che il percorso intrapreso dal ragazzo con la delegittimazione
della figura paterna e maschile, può rivolgersi alla ricerca di
modelli sostitutivi di maschio, vissuti come all’altezza del modello
ideale, quello fantasmatizzato da ogni maschio e approvato dall’ideologia
dominante. Tale ricerca può sfociare in un processo di identificazione
con i "duri" del quartiere, che sembrano esprimere nelle
forme più tangibili e concrete la forza maschile.
Subentra
qui, dunque, l’importanza del gruppo informale dei pari nel quale
solitamente il bullismo si esprime e si coltiva. Il senso di autosufficienza,
di orgoglio, di superiorità, di sicurezza e di impunità che delineano
il profilo del bullo si manifestano quanto più trovano consenso
tra i pari e se incontrano la vittima di turno alla quale far
provare dipendenza, umiliazione, senso di inferiorità, colpa,
insicurezza. Anche nelle classi scolastiche vi sono dinamiche
informali di gruppo che fanno riferimento a questo doppio legame.
Anticipiamo
una domanda che è anche un’ipotesi: il bullismo può essere espressione
dell’impossibile affermazione di un’identità maschile non più
riconosciuta, che ha perduto le sue ragioni sociali e i suoi agganci
simbolici, venendo quindi scambiata con una sua versione regressiva?
Siamo
concordi, penso, nell’affermare che il bullismo corrisponde all’affermazione
di una mascolinità non produttiva, non creativa. Il senso di impunità,
di onnipotenza, di autosufficienza che si osserva nel bullo deriva,
in un’ottica psicoanalitica, da una uretralità non elaborata,
cioè dalla mancata esperienza ed elaborazione della colpevolezza
che presiede alla nascita del senso di responsabilità. Se sovrapponiamo
questo schema a quanto detto rispetto all’educazione del maschio
maghrebino, avanziamo l’ipotesi che il problema sta nell’impossibilità
del ragazzo di sperimentare, nella seconda fase dell’educazione,
la frustrazione (che genera il senso del limite) per una serie
di condizioni di esercizio che non favoriscono questo processo.
Il risultato può essere un comportamento libertino ed irresponsabile
che può talora giungere fino al sadismo.
Un
accenno lo riserviamo al tema delle relazioni con il genere femminile,
che nel bullo hanno un carattere meramente strumentale: per lui,
infatti, ciò che è importante è accumulare conquiste ed esibire
le proprie prodezze sessuali con le ragazze. Quanto più, poi,
una ragazza smentisce il senso d’onnipotenza che il maschio falsamente
ha coltivato (e, insieme, il modello di femminilità legittimato
dal patriarcato) tanto più rischia di manifestarsi anche l’accanimento
violento.
Il
percorso sin qui seguito vale solamente come ipotesi di ricerca,
benché sia sostenuto da osservazioni sul campo. L’auspicio è che
le piste tracciate aprano ad ulteriori approfondimenti: di essi
l’educazione ha urgente bisogno perché le sfide poste dai fenomeni
migratori aumentano di giorno in giorno e richiedono agli educatori
studio e capacità di interventi creativi.
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