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Operatori
sociali e bisogni delle famiglie immigrate
L'attuazione di servizi ai bambini ed alle famiglie immigrate prospetta ai vari operatori sociali una serie di problemi, che si sommano pesantemente ad una progressiva carenza di risorse e ad un'opinione pubblica ambivalente, non immune da manifestazioni di aperta ostilità.
Al di là delle garanzie che la normativa può riconoscere, si nota una difficoltà diffusa da parte dei servizi di rendersi "accessibili" alle persone più deboli; d'altro canto, gli stessi immigrati extracomunitari stentano a considerare il sistema dei servizi sociali come un supporto reale, in grado di fornire un aiuto nel soddisfacimento dei bisogni essenziali (salute, istruzione, casa).
La breve esperienza dei servizi territoriali del nostro Paese (e tra essi possiamo qui comprendere anche la scuola) è stata sufficiente per evidenziare la difficoltà di dare risposte adeguate a domande e bisogni di culture diverse, evitando nel contempo d'imporre la cultura dominante ed operando invece per la valorizzazione dei gruppi minoritari, il tutto finalizzato ad una migliore integrazione nella società.
Per quanto riguarda i minori, gli operatori si trovano spesso di fronte al dilemma di rispettare l'unità della famiglia e contemporaneamente di proteggere i bambini, specialmente quando si abusa di loro o vengono trascurati.
Allora, come perseguire gli standards minimi di istruzione, cura, assistenza dei minori, tenendo conto delle diversità e variabilità etniche e culturali? Come evitare di diventare agenti di "controllo sociale" nell'imporre, per esempio, ai genitori il modo di allevare i propri figli; o ancora peggio, nel punire i genitori "cattivi", togliendo loro i figli, per collocarli in famiglie affidatarie o in istituti?
Questi interrogativi sono appesantiti da una "condizione di sfondo" molto incerta. Da più parti infatti si denuncia che nel nostro Paese gli interventi in materia di immigrazione continuano "ad avere, in notevole misura, un carattere di emergenza, che condiziona la conoscenza scientifica del fenomeno, la sua percezione da parte dell'opinione pubblica, l'attuazione di adeguate politiche e la possibilità di elaborare un progetto di società che sappia cogliere la sfida della sua trasformazione in senso
multietnico" (1).
I
MINORI A SCUOLA
L'inserimento
e l'integrazione dei minori extracomunitari avviene principalmente
attraverso la scuola, che "è per bambini e ragazzi lo
spazio più ampio e diversificato di socializzazione"
(2).
Pur nella diffusa
consapevolezza di questa possibilità, "i modelli e le
strutture educative mostrano difficoltà nel far fronte
alla richiesta di istruzione rappresentata dagli immigrati:
mantenimento della identità culturale, tutela della lingua
e della cultura d'origine (...), fruizione di corsi di lingua
e cultura italiana, fruizione di insegnamenti integrativi nella
lingua e sulla cultura d'origine" (3).
Ciò è
dovuto anche alla peculiarità della situazione italiana,
che "si caratterizza per l'elevato numero di etnie presenti
(135) registrate nella scuola e per la dispersione degli alunni
stranieri sul territorio, salvo concentrazioni in alcune scuole
di centri o periferie urbane" (4).
Sono in molti
ad osservare come i diversi bisogni dei bambini stranieri e
delle loro famiglie abbiano messo in moto un processo di ripensamento
dell'intera attività della scuola (nelle sue componenti
sia strutturali/organizzative che culturali e pedagogico/didattiche)
(5). Secondo A. Perotti, "si è creata l'esigenza di un
nuovo quadro di riferimento: non più i bisogni specifici
degli immigrati, ma le nuove esigenze generali di una società
multiculturale" (6).
La sfida investe
prima di tutto gli insegnanti e "comporta la disponibilità
a mettersi in gioco come persone, aperte al cambiamento, e quindi
a interpretare l'educazione come coeducazione" (7), in un atteggiamento
costante di ricerca. E' chiamata in causa, ancora una volta,
la professionalità docente.
Si pensi, ad
esempio, alla valutazione iniziale delle conoscenze e competenze
del bambino immigrato. Secondo Luigina Passuello, "le prime
difficoltà si pongono a livello di lettura/comprensione
della situazione e dei bisogni dei singoli soggetti, in quanto
gli strumenti di cui normalmente l'insegnante si serve (v. tassonomie
cognitive, affettive, psicomotorie) vanno profondamente ridiscussi,
perché si rendono inattuali rispetto a chi si serve di
altri codici per pensare, comunicare e agire. Tutto questo comporta
per l'insegnante la messa in discussione del suo punto di vista
sull'educazione e delle sue pratiche educative" (8).
PROBLEMI
DELL'INTEGRAZIONE SCOLASTICA
Lo sviluppo di
un bambino non è il risultato di un'azione pedagogica
isolata, ma di una serie di atti educativi continua e globale
che coinvolge l'ambiente familiare, lo spazio sociale e le strutture
educative e scolastiche.
Le difficoltà
di ordine economico, psicologico, affettivo, la precarietà
del progetto migratorio, gli atteggiamenti dei genitori, costantemente
oscillanti fra la stabilizzazione e la nostalgia del ritorno,
si proiettano sul bambino e influenzano in maniera profonda
il processo d'integrazione a scuola con i coetanei locali.
Inoltre va ricordato
che il senso di provvisorietà è rinforzato dalle
condizioni economiche e giuridiche dell'immigrato extracomunitario
in Italia: nessuna reale possibilità di promozione professionale
e di mobilità lavorativa; necessità di negoziare
spesso il diritto a rimanere, attraverso il rinnovo annuale
del permesso di soggiorno. A ciò si aggiunga la situazione
abitativa precaria e la difficoltà di comunicare in italiano.
Infine la diffusa
condizione di analfabetismo o di bassa scolarizzazione, la disinformazione
sul sistema scolastico e sulle strutture assistenziali ed educative,
rappresentano fattori che rendono estremamente difficile ai
genitori stranieri progettare e collaborare alla formazione
della prole. Vi è, da una parte, una certa aspettativa
nella riuscita scolastica dei figli, dall'altra l'incapacità
a seguirli e a sostenerli nella loro carriera scolastica.
Si ha spesso
la tentazione di leggere in chiave puramente didattica la riuscita
o il fallimento della scolarizzazione dei bambini stranieri,
quando occorrerebbe invece considerare più attentamente
gli aspetti psicosociali ed affettivi. Per esemplificare, il
bambino "altro" subisce inevitabilmente (in termini positivi
o negativi che siano) una maggior attenzione sia dai propri
coetanei che dagli adulti. Il rapporto di disuguaglianza che
caratterizza lo status giuridico dello straniero si riflette
su tutti gli aspetti della sua identità psicologica,
sociologica e antropologica. Egli percepisce presto "la differenza"
e su questa percezione imposta i pilastri della propria personalità,
della propria appartenenza.
Se poi consideriamo
che la necessità lavorativa dei genitori affida presto
il bambino ai luoghi di babysitting prima e di scolarizzazione
poi, diviene fondamentale la presenza di strutture e di persone
che integrino l'intervento educativo della famiglia e che siano
in grado di svolgere non solamente un ruolo di custodia, ma
anche di offrire stimoli e di contribuire allo sviluppo di tutte
le sue potenzialità.
D'altro canto,
l'analisi dei fattori che influiscono sul successo dell'inserimento
scolastico deve tener conto, oltre alle eventuali condizioni
di svantaggio socioculturale, anche di tutte le omissioni di
cui la scuola e la società sono responsabili.
Ad esempio, l'informazione
e l'orientamento sui servizi educativi e scolastici passano
attraverso canali comunicativi che difficilmente raggiungono
i genitori extracomunitari. Inoltre nella scuola dell'obbligo
non è prevista oggi nessuna forma specifica di sostegno
per l'accoglienza e l'inserimento di bambini stranieri non italofoni.
Perciò nei primi tre o quattro mesi, com'è stato
ampiamente dimostrato (9), gli alunni extracomunitari "se ne
stanno chiusi in se stessi, come staccati da tutto: (...) devono
imparare a conoscere la nuova scuola, le regole, la disciplina;
devono imparare l'italiano per comunicare con gli altri, per
giocare, e infine l'italiano per studiare, la lingua per esprimere
idee, concetti, astrazioni" (10).
Per questo problema
non sembra sufficiente quanto previsto dal nuovo ordinamento
della scuola elementare (Legge n. 148/1990, art. 9, 2° comma):
"nell'ambito delle ore di insegnamento, una quota può
essere destinata al recupero individualizzato o per gruppi ristretti
di alunni con ritardo nei processi di apprendimento, anche con
riferimento ad alunni stranieri, in particolare provenienti
da paesi extracomunitari". Per la scuola media non sono previste
neppure queste poche risorse. |