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Diversi
studi di psicologia cognitivista affermano che il giudizio nei
confronti del diverso da noi viene appreso più
dal linguaggio comune che dalla sola percezione visiva. Seguendo
questa tesi si può sostenere che il razzismo cresce nel
quotidiano laddove i comportamenti ed i giudizi, che il mondo
adulto adotta, tendono a rafforzare nei bambini stereotipi e
pregiudizi.
La
costruzione sociale del razzismo perpetuata nella vita di ogni
giorno è il tema centrale del saggio "La pelle giusta"
di Paola Tabet (1).
Si tratta un lavoro di ricerca riguardo alle modalità
tramite le quali le argomentazioni razziste sono oggi percepite
e rielaborate dai bambini fra i sette e i tredici anni (alunni
cioè delle scuole elementari e medie) (2).
I bambini, sottoposti all'elaborazione di brevi componimenti,
hanno dimostrato, nella loro maggioranza, di aver assorbito
la "lezione" che la società offre loro e, purtroppo,
spesso gli adulti non forniscono strumenti di adeguata rielaborazione.
I
canali che diffondono questi concetti vanno dalla letteratura
antropologica di massa, alle vignette, agli odierni programmi
televisivi fino alla narrativa più specifica per ragazzi.
Travestiti di innocenza essi consentono la trasmissione di messaggi
etnocentrici che si rafforzano con l'intensificarsi dei processi
di socializzazione.
Come
afferma Maria Antonietta Saracino (3),
"l'immagine dell'altro che portiamo dentro di noi è prepotentemente
letteraria". Quest'autrice ci fa notare come in realtà
non si sia ancora verificato un autentico incontro con l'altro.
Fin quando continueremo a considerarci gli unici soggetti
della relazione, fin quando il diverso sarà solo
oggetto dei nostri discorsi, non possiamo affermare di
sapere realmente ascoltare l'altro.
L'immagine
della diversità è di fatti costruita in base ai
propri modelli ed attuata sempre per differenza da questi. Il
risultato è quello di un analisi dell'altro come essere
mancante rispetto alla nostra presupposta completezza e perfezione.
Dobbiamo inoltre notare - con sincero rammarico- che anche chi
si dichiara antirazzista non è immune da tali semplificazioni.
Se
il mondo adulto occidentale si ostina a rimanere fermo su queste
posizioni ai bambini - privi di un proprio senso critico- non
rimane che adeguarsi. Paola Tabet ammette che nei bambini più
piccoli c'è un istinto di genuina curiosità verso
l'altro. Se, tuttavia, ad essi arrivano degli input terrorizzanti
si avvia un meccanismo di costruzione della paura. Il nero,
in particolare, si presta come simbolo in cui incarnare ossessioni
ed angosce appartenenti alla fantasmatica sia infantile sia
adulta.
In
questa prospettiva, nero è dunque sinonimo di male (4)
basti pensare alla favola dell'uomo nero che spaventa
da generazioni i bambini. La paura si serve dunque di archetipi
che rafforzano la costruzione di barriere difensive e relegano
l'altro nella sfera del negativo.
Chiedendo
ai bambini d'immaginare e descrivere una situazione in cui i
genitori fossero neri, oltre alle sensazioni legate alla paura,
un altro giudizio che emerge è lo schifo e la vergogna
(5). Tuttavia, "questo schifo non
può in alcun modo essere considerato come la manifestazione
di un movimento soggettivo e istintivo" (6),
in quanto, come Tabet sostiene, il disgusto è un sentimento
costruito culturalmente. L'autrice ci fornisce un chiaro esempio
facendoci riflettere da una parte sul modello d'educazione all'igiene
tipico delle società occidentali - e, dunque, sui relativi
tabù che l'accompagnano- dall'altra sulla reazione dei
bambini che, al contrario, istintivamente, giocano con i loro
escrementi e secrezioni.
I
sentimenti negativi (di disgusto, paura ecc.…) portano dunque
il bambino ad elaborare strategie di difesa per affrontare un
problema con l'altro che non è stato risolto.
Le soluzioni adottate sono molteplici e vanno dalla negazione
del problema ("era uno scherzo" (7),
"era un sogno") all'azione vera e propria. Si può così,
allora, fuggire, nasconderli (perché ci si vergogna di
loro), cacciarli oppure "imbiancarli" (8).
Arroccati
in questa artificiosità di giudizi spesso non ci accorgiamo
neppure dei conseguenti problemi d'identità che creiamo
nello straniero. Intanto - come è successo e succede
per gli afroamericani statunitensi- nel continente africano
vanno a ruba nocive creme sbiancanti e i bambini emigrati fanno
esperimenti casalinghi con la candeggina con la speranza di
diventare della pelle giusta (9).
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