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EDUCAZIONE INTERCULTURALE

 

 

Quale didattica interculturale?
prima parte

di Stefano Piana

Sommario:

1. Quale formazione interculturale oggi? | 2. Un pensiero interculturale | 3. Formare alla consapevolezza | 4. L’avventuroso prefisso -inter

Quando alcuni anni fa Renza Cerri [1] mi propose di curare per il corso di didattica generale un modulo dedicato all’intercultura accettai con entusiasmo. Da diverso tempo mi occupavo di educazione alla pace e gestione dei conflitti interpersonali come formatore del LaborPace [2] ed avevo già avuto modo di incontrare i temi dell’intercultura. Avrei potuto rielaborare le esperienze formative ed ampliare le letture, avrei potuto supportare un lavoro di prevalente pratica formativa con una ricerca più sistematica. Era il giugno 2001. Le lezioni del “mio” modulo erano programmate per ottobre. Quell’estate ci fu prima Genova con gli scontri del G8 [3] e poi New York. L’entusiasmo scemò. Avvertii il bisogno di affrontare una domanda tanto più urgente quanto più si avvicinava il primo appuntamento con gli studenti: gli attentati dell’11 settembre postulavano il fallimento o la necessità dell’intercultura?
Le pagine che seguono sono la registrazione delle riflessioni che allora svolsi per tentare una risposta. Le ritrovo oggi, rileggendole per preparare di un intervento che mi è stato chiesto per un seminario sul tema del minore extra comunitario.[4] Sono trascorsi quasi 5 anni e parecchie decine di attentati, che vuol dire centinaia di persone uccise, tra cui molti bambini. Alcuni mesi fa, poi, sono esplose le banlieue parigine.[5] Mi pare che possano offrire ancora qualche spunto di riflessione. Ho soltanto aggiornato alcuni dati e inserito il riferimento a qualche testo uscito nel frattempo e chi mi è parso utile ad ampliare il discorso ed offrire piste per l’approfondimento.

1. Quale formazione interculturale oggi?
La scuola italiana è sempre più multiculturale.[6] E forse proprio la scuola è l’ambito dove gli stranieri, a dispetto delle opinioni comuni, creano/incontrano meno difficoltà.[7] Ciò non significa, ovviamente, che gli insegnanti si sentano preparati ad affrontare le classi “colorate”, ma ciò comporta, altrettanto ovviamente, che i luoghi istituzionalmente deputati alla formazione degli insegnanti non possono non considerare l’evoluzione del fenomeno immigrazione e la sua conseguente incidenza sulla popolazione, in particolare scolastica.[8] Chi si prepara alla professione docente è bene che cominci da subito a rapportarsi con la multiculturalità, a immaginarsi mediatore culturale e, contemporaneamente, multiculturale.[9]
La bibliografia sul tema è già vastissima, in continua crescita e, conseguentemente, per gli studenti, dispersiva. Non solo, ma la costante evoluzione del quadro normativo, il moltiplicarsi di studi sondaggi e statistiche rende il tema dell’interculturalità difficilmente afferrabile. Si legge un testo, un saggio e se ne ricava un’impressione di datato: i “numeri” che riporta fanno riferimento ad una realtà ormai superata.
Come, dunque, aiutare gli studenti che si preparano ad esercitare la professione docente ad aprire il proprio curriculum ai temi dell’interculturalità?
Non basta. C’è stato l’11 settembre. L’11 settembre, è stato detto, ha cambiato il mondo. Io non so dire quanto ciò sia vero, per quanti; ma mi pare che dopo quei tragici fatti non si possano più affrontare i temi legati ai rapporti tra civiltà e culture, in particolar modo nei luoghi formativi, senza problematizzare. E il primo problema da tenere presente e da mettere a fuoco è la radicalizzazione dei punti di vista, la polarizzazione senza scampo. L’11 settembre ha ristretto lo spazio per il dibattito critico. Sulla scia delle legittime forti emozioni (incredulità, sconcerto, paura, rabbia, sdegno…), è stato necessario schierarsi: pro o contro, di qua o di là. E chi ha tentato di non stare al gioco, chi ha perseguito gli ardui sentieri della critica è stato comunque letto come schierato, fiancheggiatore, traditore o infiltrato. L’affermazione: - Nulla può giustificare un crimine come quello che ha sconvolto gli USA l’11 settembre. Deve essere chiaro. Ma detto questo, non si può non interrogarsi sulle ragioni e sui problemi che stanno dietro atti simili; è riletta così: - I terroristi hanno le loro buone motivazioni, probabilmente hanno ragione. Il fine, anche per loro, giustifica i mezzi.
Ground zero viene presentato come l’incontrovertibile prova dell’attendibilità della profezia di Huntington: o l’Occidente recupera la propria identità, con le responsabilità conseguenti, o si perderà per sempre.[10] Essere occidentale, allora, dopo quel fatale giorno, significa provare orgoglio e rabbia, e l’orgoglio e la rabbia non lasciano molto spazio alla critica sulla quale, peraltro, tanta parte di quella tradizione che si è soliti chiamare occidentale si è fondata.[11]
La polarizzazione era, del resto, già stata avviata. Prima dell’11 settembre ci sono stati il 20 e 21 luglio, il Vertice G8. Le vicende, pure esse tragiche, nelle debite proporzioni, svoltesi in quei giorni a Genova, e che hanno non pochi legami tematici con le questioni dell’interculturalità, avevano già spaccato in due il mondo.
Ecco, riflettere per alcune lezioni con studenti universitari che si preparano alla professione docente, sulla caratterizzazione interculturale della didattica non è possibile, non è credibile senza un preliminare ragionamento sullo sfondo, di cui certo si può anche non essere consapevoli, dell’attualità.
Il programma delle lezioni preparato per tempo non era più sostenibile. La presentazione dei temi e degli strumenti per la didattica interculturale richiedeva un nuovo fondamento, un preliminare lavoro di scavo. L’essenziale mi pareva, e continua a parermi, l’elaborazione di un nuovo pensiero critico su cui fondare razionalmente una pedagogia ed una didattica interculturali.

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Autore: Stefano Piana: laureato in lettere classiche e abilitato all’insegnamento di materie letterarie nella scuola secondaria, collabora con la cattedra di Didattica Generale della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Genova, con il LaborPace - Laboratorio permanente di ricerca ed educazione alla pace della Caritas di Genova, con l’ente di formazione Endofap Liguria. E’ socio fondatore del GRED Gruppo di Ricerca Educativa e Didattica.
E’ impiegato di ruolo dell’Amministrazione Civile dell’Interno presso il VI Reparto Mobile della Polizia di Stato di Genova dove si occupa della Biblioteca – Centro Memorie del 900 “Giovanni Palatucci” che, in collaborazione con la Direzione, ha ideato, progettato e contribuito a realizzare.
E-mail: stefano.piana@unige.it

Note:
[6] Cfr. Ministero della Pubblica Istruzione, Alunni con cittadinanza non italiana. Scuole statali e non statali. - Anno scolastico 2005-2006, Roma, Dicembre 2006 su http://www.pubblica.istruzione.it/mpi/pubblicazioni/index.shtml. Si veda anche Antonio Nanni, Stefano Curci, Buone pratiche per fare intercultura, Bologna, EMI, 2005, pp. 9-12.
[7] Quando trascrissi queste riflessioni nel 2001 rimandavo all’articolo Stranieri in classe senza troppi conflitti di Federica Micardi su «Il sole 24 ore» del 21 gennaio 2002. Oggi segnalo anche Camilla Pagani, Francesco Robustelli, Marek a scuola. Gli insegnanti e l’inserimento degli alunni stranieri nella scuola italiana, Milano, Franco Angeli, 2005. Nelle conclusioni gli autori scrivono che “il tema dell’inserimento degli alunni stranieri nella scuola è percepito dai docenti come inscindibile da tutti gli altri problemi che caratterizzano la loro normale pratica quotidiana sia in riferimento agli alunni stranieri che agli alunni italiani”, p. 119, il grassetto è mio. “Avvenire”, il 18 gennaio 2006, a pagina 6 dava conto della ricerca col titolo: Stranieri in classe? C’è integrazione.
[8] Per un panorama aggiornato: Caritas, Migrantes, Immigrazione. Dossier statistico 2006. XVI rapporto sull’immigrazione, Roma, Idos, 2006 e Fondazione ISMU, Undicesimo rapporto sulle migrazioni 2005, Milano, Franco Angeli, 2006.
[9] Multiculturale, multietnico, interculturale, interetnico… i molteplici termini che si adoperano per parlare dei temi legati all’immigrazione sono ancora da molti studenti percepiti e adoperati come sinonimi. Non solo c’è differenza tra il prefisso inter e il prefisso multi (o pluri), ma anche le radici culturale ed etnico non hanno propriamente lo stesso significato. Si vedano Antonio Nanni, Sergio Abbruciati, Per capire l’interculturalità. Parole-chiave, Bologna, EMI, 1999; René Gallissot, Mondher Kilani, Annamaria Rivera, L’imbroglio etnico in quattordici parole-chiave. Nuova edizione ampliata e aggiornata, Bari, Dedalo, 2001; AA. VV., Dizionario delle diversità. Parole e concetti per capire l’immigrazione, Roma, Edup, 2004; Giuliana Gennai, Lessico interculturale, Bologna, EMI, 2005. In queste pagine si adopereranno i termini “-culturali”, intendendo col prefisso multi la semplice compresenza di culture differenti, col prefisso inter lo scambio, cioè una compresenza vitale, una relazione capace di trasformare le persone con le relative culture che ne partecipano.
[10] Cfr. S. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano, 2000. In realtà il testo di Huntington non è centrato sul tema di un inevitabile scontro tra occidente o cristianesimo e islam, ma sui media si è utilizzato più il titolo che non i contenuti.
[11] Il riferimento è all’articolo La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci pubblicato sul «Il Corriere della Sera» del 29 settembre 2001 e al dibattito che ne è seguito non solo nel nostro paese. L’intervento anticipava Oriana Fallaci, La rabbia e l’orgoglio, Milano, Rizzoli, 2001, cui hanno fatto seguito altri interventi ora raccolti in Oriana Fallaci, La trilogia: La rabbia e l’orgoglio – La forza della ragione – Oriana Fallaci intervista se stessa – L’apocalisse, Milano, Rizzoli, 2004.

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copyright © Educare.it - Anno VII, Numero 3, Febbraio 2007


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