4.
L’avventuroso prefisso -inter
Una riflessione ancora mi pare debba essere dedicata al ruolo
significativo del prefisso -inter.[31]
La didattica interculturale presuppone il riconoscimento della
presenza operante di più culture, anzitutto si è
detto dentro di sé, ma va oltre, deve andare oltre. Deve
essere scambio e, quindi, inevitabilmente meticciamento. E’
banale dirlo, ma non è sufficiente (e neppure necessario)
avere in classe uno o più alunni provenienti da paesi
stranieri per poter dire di fare didattica interculturale, ed
è addirittura errata l’insistente intervista sugli usi
e costumi dei “loro” popoli. Fare didattica interculturale è
soprattutto intraprendere con la propria classe un viaggio avventuroso
attraverso, meglio dentro le culture. Non si tratta tanto di
tollerare la libertà di espressione di culture differenti
dalla propria, quanto scoprire le peculiarità di ognuna.
L’immagine più suggestiva per illustrare questo concetto
la traggo dal Il Signore degli Anelli di John Ronald
Reuel Tolkien. [32]
Legolas l’elfo e Gimli il nano appartengono a due culture totalmente
diverse che, nel corso della missione, finalizzata alla distruzione
dell’Unico Anello, attraverso la Terra di Mezzo, ad ogni occasione
si manifestano in opinioni, valutazioni, punti di vista affatto
diversi se non contrari. In particolare si evidenzia l’inverso
amore/odio per le foreste e le caverne, e di foreste e caverne,
con le loro insidie, ne attraversano parecchie.
L’avventura consente all’elfo e al nano, prima, di superare
la diffidenza reciproca e, poi, di stringere una sincera amicizia
che culmina nella promessa, che si realizzerà, di visitare
insieme le caverne del Fosso di Helm e l’antichissima foresta
di Fangorn:
Gimli era in piedi sulle mura, appoggiato al parapetto ove
sedeva Legolas maneggiando il suo arco e scrutando le tenebre.
«Questo luogo è già di mio maggiore gradimento»,
disse il Nano, pestando i piedi sulle dure pietre. «Il
mio cuore si rinfranca sempre avvicinandosi alle montagne. […]
In cento e un anno della mia razza farei di questo posto una
rocca contro la quale gli eserciti si infrangerebbero come flutti».
«Non lo metto in dubbio», disse Legolas. «Ma
tu sei un Nano, ed i Nani sono gente strana. Io non amo questo
posto, e la luce del giorno non cambierà i miei sentimenti.
Ma tu mi conforti, Gimli, e sono contento di averti accanto,
con le tue robuste gambe e la tua ascia […]».
[…]
Cavalcarono in silenzio per qualche tempo; ma Legolas si guardava
continuamente intorno, e si sarebbe più volte fermato
ad ascoltare i rumori del bosco se Gimli glielo avesse permesso.
[…]
«[…] Sono alberi che non appartengono a queste contrade,
e sanno poco sul conto degli Elfi e degli Uomini. Lontane sono
le valli ove crebbero. E’ dalle profonde vallate di Fangorn,
credo, che essi vengono, Gimli».
«E quello è il più pericoloso dei boschi
della terra di Mezzo», disse Gimli. «Dovrei essere
riconoscente per il loro contributo, ma non li amo. Tu pensi
forse che sono meravigliosi, ma io ho veduto in questa contrada
una cosa ancor più stupenda, più bella di qualunque
foresta o radura: il mio cuore è ancora pieno del suo
ricordo.
«Strano modo di comportarsi quello degli Uomini, Legolas!
Posseggono qui una delle meraviglie del Mondo Settentrionale
e come ne parlano? Chiamandole caverne! […] Mio buon Legolas,
sai che le caverne del Fosso di Helm sono ampie e belle? Vi
sarebbe un interminabile pellegrinaggio di Nani per venirle
a vedere se si conoscesse l’esistenza di simili meraviglie.
Ah sì! Pagherebbero in oro per poter dare appena un’occhiata!».
«Ed io pagherei in oro pur di non entrarvi», disse
Legolas, «e il doppio per uscirne se vi dovessi capitare!».
«Non le hai vedute e perdono le tue parole scherzose»,
disse Gimli. «Ma parli come uno sciocco. […] Le caverne
del Fosso di Helm! Felice il destino che mi condusse fin lì!
Piango ora di doverle lasciare».
[…]
«Mi commuovi, Gimli!», disse Legolas. «Mai
ti avevo sentito parlare in questo modo. Rimpiango quasi di
non aver veduto le caverne. Suvvia! Facciamo un patto: se usciremo
ambedue salvi dalle insidie che ci attendono, faremo un viaggio
insieme. Tu visiterai con me Fangorn, e io verrò poi
con te a vedere il fosso di Helm».
«Questa non sarebbe la via del ritorno che preferirei
scegliere», rispose Gimli. «Ma sopporterò
la visita di Fangorn, se prometti di accompagnarmi nelle caverne
e di condividere la mia ammirazione».
«Te lo prometto», disse Legolas.
[…]
Allora Legolas mantenne la promessa fatta a Gimli, e si recò
con lui alle Caverne Scintillanti; e al ritorno era silenzioso,
e disse soltanto che Gimli era l’unico che potesse trovare parole
adatte a descriverle. «E mai prima d’oggi un Nano aveva
sconfitto un Elfo in una competizione di parole», disse.
«Rechiamoci quindi a Fangorn, per rettificare il punteggio!».[33]
5.
Conclusioni
Solo dopo aver fatto un lavoro con gli studenti su queste premesse
può avere senso lavorare sugli specifici contenuti e
relativi strumenti della didattica interculturale strictu
sensu. Sussidi, giochi, kit didattici... non mancano. Molti
di questi sono il frutto di interessanti esperienze e di conseguenza
si porgono con una sorta di marchio che ne garantisce l’utilizzabilità,
nel senso che i loro autori, non di rado insegnanti, prima di
confezionarli sotto forma di testo li hanno progettati, programmati,
attuati e verificati in contesti concreti (classi, gruppi…).
Si tratta, per favorire l’avvicinamento degli studenti a questi
attrezzi del mestiere, di porgerli loro, non tutti, ma selezionando.
[34] Porgerli
nel senso di metterli loro in mano, di sfogliarli con loro,
di provare ad utilizzarli insieme. Conseguentemente si amplia
il concetto di bibliografia. Gli spunti bibliografici che avevo
successivamente preparato per gli studenti di Genova, volevano
accompagnarli in un approccio alla didattica interculturale
ripercorrendo le tappe del lavoro svolto insieme in aula. Non
miravano alla completezza e non si limitavano a segnalare libri.
Uno stesso titolo compariva più volte sotto diverse categorie
per facilitarne una lettura trasversale.
Avevo, inoltre, riportato i testi citati a lezione
e non rigorosamente scientifici, non ascrivibili alla letteratura
didattica interculturale propriamente detta, per suggerire una
lettura più approfondita e diretta di autori che possono
essere letti da prospettive diverse e che, essendo morti da
“qualche” tempo, non possono più non solo rivendicare
diritti d’autore, ma neppure autorevoli criteri di lettura.
Ecco, riunire uno accanto all’altro un imperatore, un monaco
del deserto, un magister scolastico, un narratore ed
un poeta, [35]
attraversando quasi duemila anni di letteratura, mi era parso
un efficace esempio di approccio interculturale anche tra le
pagine di una lista bibliografica, di là dal limite di
aver citato comunque soltanto autori riconoscibili nella tradizione
occidentale. [36]
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