Riflessioni
conclusive
Gli
aspetti presentati in questo lavoro lasciano comprendere come
la scuola italiana si trovi di fronte a richieste di rinnovamento
finalizzate all’inserimento e all'integrazione degli alunni
stranieri che la frequentano. Alla luce delle similitudini e
delle diversità riscontrate per le nove categorie analizzate,
potrebbe essere di aiuto chiedersi come venga gestita ed affrontata
ognuna di esse.
Avere un bambino straniero con un’età maggiore rispetto
al resto della classe richiede lo “sforzo”, da parte dell’insegnante,
di programmare e proporre attività didattiche che permettano
agli alunni stranieri di mettere in gioco le proprie capacità
cognitive, senza far pesare loro la scarsa padronanza della
lingua italiana. Ad esempio, si potrebbero presentare dei compiti
in cui non è richiesto necessariamente l’utilizzo e la
padronanza della lingua italiana, come esercizi di matematica
o di logica svolti con dati rappresentati attraverso delle immagini.
Nella consegna di tali compiti occorre però prestare
attenzione al grado di comprensione del bambino verso l’esercizio
affidatogli, altrimenti si corre il rischio di provocare e/o
incrementare nel bambino la convinzione di non essere capace
ed intaccare in modo poco funzionale lo sviluppo della propria
autostima scolastica.
Come si è detto precedentemente, la presenza della difficoltà
linguistica sperimentata dai bambini stranieri è dovuta
anche all’utilizzo quotidiano della lingua madre nelle famiglie
d’origine dei bambini. È importante sottolineare come
un notevole compito della scuola italiana sia quello di sostenere
e favorire la presenza del bilinguismo durante la frequenza
scolastica, in particolare nella scuola primaria, in cui si
pongono le basi dei due differenti codici linguistici. Questo
perché potenziare il bilinguismo aiuta i bambini ad aumentare
la loro capacità di orientamento nella vita ed aumentare
il livello di comunicazione e di comprensione delle persone
nell'ambiente in cui vivono.
Analizzando il numero di alunni per classe, l’orario delle lezioni,
la frequenza scolastica e i compiti a casa nelle diverse Nazioni,
l’insegnante dovrebbe sempre tenere in considerazione il disagio
provato dai bambini stranieri di fronte alle tante diversità
della scuola italiana, e monitorare così le richieste
scolastiche verso i bambini stranieri sulla base di tale difficoltà,
favorendo in questo modo l’integrazione, la partecipazione diretta
e il rendimento degli alunni stessi.
Un’ulteriore riflessione nasce dalla presenza, nella scuola
italiana, di più figure educative a partire dalla scuola
dell’infanzia, a differenza degli altri Paesi presi in esame.
È importante che gli insegnanti sappiano creare una buona
piattaforma comunicativa con i bambini, dove per comunicativa
non si intende solamente la presenza di un buon dialogo, ma
anzi occorre partire dalla accuratezza della comunicazione non
verbale, che lascia trasparire molto di sé e dell’altro,
anche e soprattutto nei bambini stranieri che non padroneggiano
la lingua italiana. Prestando maggiore attenzione all’uso del
corpo, della mimica e della postura durante l’interazione con
il bambino, egli si sentirà più sicuro nella nuova
esperienza scolastica e si porranno in questo modo le basi per
lo sviluppo di una relazione significativa con l’insegnante,
e per la promozione del processo di integrazione del bambino
stesso.
L’atteggiamento di chiusura dei genitori immigrati che a volte
gli insegnanti percepiscono nei confronti della scuola non deve
essere frainteso, ma anzi si dovrebbe cercare e trovare un modo
per aprire un dialogo tra insegnanti e genitori stranieri, che
favorisca il processo di integrazione dello stile di vita familiare
e quello scolastico del bambino.
Questo lavoro non vuole essere un’analisi esaustiva degli aspetti
trattati, quanto piuttosto un punto di partenza per un’ulteriore
riflessione personale, che permetta di accostarsi in modo differente
nei confronti del “diverso”, promuovendo e favorendo l’inserimento
del bambino straniero nel suo nuovo mondo.
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