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EDUCAZIONE INTERCULTURALE

 

Insegnare l’italiano ai bambini stranieri:
alcune indicazioni didattiche

di Marialuisa Damini

Segnalazioni bibliografiche

Dopo aver scorso quali possono essere le problematiche principali che si trovano ad affrontare gli alunni stranieri, veniamo ora più nel concreto e nello specifico dell’insegnamento dell’italiano come lingua seconda.
Lo scopo di questi articoli è quello infatti di offrire un aiuto a chi dedica parte del suo tempo ad insegnare la lingua seconda ai bambini stranieri.
L’idea è pertanto quella di iniziare con una serie di tematiche, che meriterebbero meriterebbe certamente una trattazione più ampia, ma che possono configurarsi intanto degli spazi di riflessione che verranno poi via via approfonditi.


SOMMARIO
L’insegnamento dell’italiano come lingua 2: quali obiettivi?

Innanzitutto un primo chiarimento: insegnare italiano come L2 non è come insegnare una lingua straniera. È qualcosa di diverso: per i bambini stranieri, infatti, l’italiano non è la lingua degli affetti, della casa e quella con cui hanno iniziato a comunicare con la mamma, ma non è neppure la lingua straniera appresa attraverso gli strumenti guidati del libro e delle lezioni. Essi acquisiscono la lingua giocando, camminando per strada, guardando la televisione, ascoltando le persone che parlano. 
Si tratta allora di una situazione di apprendimento mista, che consta cioè tanto di momenti espliciti e intenzionali dedicati al loro specifico problema linguistico (costituiti da sequenzialità più o meno precise, nonché da esercitazioni sistematiche con relativa correzione degli errori), tanto di un’acquisizione spontanea. 
Questa consapevolezza deve indurre gli insegnanti o comunque gli adulti italiani che si occupano del bambino a stabilire transfer continui tra i due momenti. Non è certo la situazione di "bagno linguistico" che consente al bambino di diventare rapidamente italofono.

Ora, gli allievi stranieri hanno due ordini di motivazione per imparare la lingua italiana:

1.motivazioni strumentali che riguardano:

    1. Competenza che consenta di usare l’italiano dal punto di vista strumentale ossia comunicare comunque anche se non bene.
    2. Comunicare bene, ovvero poter esprimere ciò che si vuole, senza essere per forza considerati "estranei". A questo deve tendere la scuola.
    3. Arrivare ad una padronanza metalinguistica che consenta di frequentare le lezioni e studiare sui materiali didattici prodotti dalla scuola, in modo tale che il deficit linguistico non si tramuti in un più generale deficit di apprendimento.2. motivazioni psicologiche per non sentirsi per tutta la vita un "diverso". È importante sottolineare infatti come non basti la padronanza strumentale per poter inserirsi pienamente in una comunicazione.

Il compito dell’insegnante è pertanto quello di guidare l’alunno dal comunicare e basta al comunicare bene.
Per questo è necessario un lavoro attento sugli obiettivi da prefiggersi.
Possiamo allora sostenere che si può pensare ad un "curricolo di italiano per allievi stranieri"? In altre parole, è possibile dare un’indicazione di una serie di contenuti generalmente espressi come competenze (es. "sa instaurare una comunicazione"; "sa ringraziare"; "sa salutare" ecc.) oppure di una lista di elementi lessicali (parole varie) che devono essere apprese in una sequenza più o meno ordinata?

Riferendoci all’analisi operata da Paolo Balboni ciò non è applicabile in un’ottica d’insegnamento di L2 perché quando si parla di alunni stranieri è difficilissimo generalizzare, in quanto sono tantissime le diversità nell’ambito di:

    • provenienza, che determina una differente concezione di elementi a cui spesso neanche pensiamo quali, ad esempio, "determinato/indeterminato" o anche "azione momentanea/azione continua" oppure diverse logiche alfabetiche (sappiamo, per esempio, che i bambini arabi scrivono da destra verso sinistra e per i giapponesi l’ultima pagina è la nostra prima, mentre per i cinesi un modo solo poco diverso di scrivere una lettera dell’alfabeto è fonte di irreparabile confusione perché nel loro modo di scrivere basta un piccolo tratto di penna sopra o sotto la lettera a fare la differenza…)
    • livelli di competenza, spesso anche pregressi
    • motivazioni ad apprendere, spesso legate al progetto migratorio della famiglia (le comunità cinesi continuano a spostarsi, nelle famiglie che vengono dalla guerra c’è la nostalgia e la volontà di ricostruire laddove tutto è stato distrutto, e così via)
    • situazioni diversificate in cui avviene l’apprendimento: c’è il mediatore o c’è stato o ci sarà? C’è un insegnante che in momenti particolari si occupa del bambino?

Tuttavia è possibile indicare la meta: l’allievo deve arrivare a possedere una competenza comunicativa, ciò significa che egli deve/dovrà arrivare a:

  1. saper recepire, produrre, manipolare testi, ovvero padroneggiare le abilità linguistiche;
  2. saper agire socialmente con la lingua, ovvero saper usare la lingua come strumento di azione in un determinato contesto;
  3. sapere codici, cioè sapere la lingua e saperla integrare con altri codici disponibili per la comunicazione.

 

Pubblicato su Educare.it per gentile concessione dell'autore.


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