| Dopo
aver scorso quali possono essere le problematiche principali che
si trovano ad affrontare gli alunni stranieri, veniamo ora più
nel concreto e nello specifico dell’insegnamento dell’italiano
come lingua seconda.
Lo scopo di questi articoli è quello infatti di offrire un aiuto
a chi dedica parte del suo tempo ad insegnare la lingua seconda
ai bambini stranieri.
L’idea è pertanto quella di iniziare con una serie di tematiche,
che meriterebbero meriterebbe certamente una trattazione più ampia,
ma che possono configurarsi intanto degli spazi di riflessione
che verranno poi via via approfonditi.
SOMMARIO
L’insegnamento dell’italiano
come lingua 2: quali obiettivi? Innanzitutto
un primo chiarimento: insegnare italiano come L2 non è come insegnare
una lingua straniera. È qualcosa di diverso: per i bambini stranieri,
infatti, l’italiano non è la lingua degli affetti, della casa
e quella con cui hanno iniziato a comunicare con la mamma, ma
non è neppure la lingua straniera appresa attraverso gli strumenti
guidati del libro e delle lezioni. Essi acquisiscono la lingua
giocando, camminando per strada, guardando la televisione, ascoltando
le persone che parlano.
Si tratta allora di una situazione di apprendimento mista,
che consta cioè tanto di momenti espliciti e intenzionali dedicati
al loro specifico problema linguistico (costituiti da sequenzialità
più o meno precise, nonché da esercitazioni sistematiche con relativa
correzione degli errori), tanto di un’acquisizione spontanea.
Questa consapevolezza deve indurre gli insegnanti o comunque gli
adulti italiani che si occupano del bambino a stabilire transfer
continui tra i due momenti. Non è certo la situazione di "bagno
linguistico" che consente al bambino di diventare rapidamente
italofono.
Ora, gli allievi
stranieri hanno due ordini di motivazione per imparare la lingua
italiana:
1.motivazioni strumentali che
riguardano:
- Competenza che consenta di
usare l’italiano dal punto di vista strumentale ossia comunicare
comunque anche se non bene.
- Comunicare bene, ovvero poter
esprimere ciò che si vuole, senza essere per forza considerati
"estranei". A questo deve tendere la scuola.
- Arrivare ad una padronanza
metalinguistica che consenta di frequentare le lezioni
e studiare sui materiali didattici prodotti dalla scuola,
in modo tale che il deficit linguistico non si tramuti in
un più generale deficit di apprendimento.2.
motivazioni psicologiche per non sentirsi per tutta la vita
un "diverso". È importante sottolineare infatti
come non basti la padronanza strumentale per poter inserirsi
pienamente in una comunicazione.
Il compito dell’insegnante
è pertanto quello di guidare l’alunno dal comunicare e basta
al comunicare bene.
Per questo è necessario un lavoro attento sugli obiettivi da prefiggersi.
Possiamo allora sostenere che si può pensare ad un "curricolo
di italiano per allievi stranieri"? In altre parole, è possibile
dare un’indicazione di una serie di contenuti generalmente espressi
come competenze (es. "sa instaurare una comunicazione";
"sa ringraziare"; "sa salutare" ecc.) oppure
di una lista di elementi lessicali (parole varie) che devono
essere apprese in una sequenza più o meno ordinata?
Riferendoci all’analisi
operata da Paolo Balboni ciò non è applicabile in un’ottica d’insegnamento
di L2 perché quando si parla di alunni stranieri è difficilissimo
generalizzare, in quanto sono tantissime le diversità nell’ambito
di:
- provenienza, che
determina una differente concezione di elementi a cui spesso
neanche pensiamo quali, ad esempio, "determinato/indeterminato"
o anche "azione momentanea/azione continua" oppure
diverse logiche alfabetiche (sappiamo, per esempio, che i
bambini arabi scrivono da destra verso sinistra e per i giapponesi
l’ultima pagina è la nostra prima, mentre per i cinesi un
modo solo poco diverso di scrivere una lettera dell’alfabeto
è fonte di irreparabile confusione perché nel loro modo di
scrivere basta un piccolo tratto di penna sopra o sotto la
lettera a fare la differenza…)
- livelli di competenza,
spesso anche pregressi
- motivazioni ad
apprendere, spesso legate al progetto migratorio della famiglia
(le comunità cinesi continuano a spostarsi, nelle famiglie
che vengono dalla guerra c’è la nostalgia e la volontà di
ricostruire laddove tutto è stato distrutto, e così via)
- situazioni diversificate in
cui avviene l’apprendimento: c’è
il mediatore o c’è stato o ci sarà? C’è un insegnante che
in momenti particolari si occupa del bambino?
Tuttavia è possibile
indicare la meta: l’allievo deve arrivare a possedere una competenza
comunicativa, ciò significa che egli deve/dovrà arrivare a:
- saper recepire,
produrre, manipolare testi, ovvero padroneggiare le abilità
linguistiche;
- saper agire socialmente con
la lingua, ovvero saper usare la lingua come strumento di azione
in un determinato contesto;
- sapere codici, cioè sapere la
lingua e saperla integrare con altri codici disponibili per
la comunicazione.
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