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Dopo aver scorso quali possono
essere le problematiche principali che si trovano ad affrontare gli alunni
stranieri, veniamo ora più nel concreto e nello specifico dell’insegnamento
dell’italiano come lingua seconda.
Lo scopo di questi articoli è quello infatti di offrire un aiuto a chi dedica
parte del suo tempo ad insegnare la lingua seconda ai bambini stranieri.
L’idea è pertanto quella di iniziare con una serie di tematiche, che
meriterebbero meriterebbe certamente una trattazione più ampia, ma che possono
configurarsi intanto degli spazi di riflessione che verranno poi via via
approfonditi.
SOMMARIO
La fase del silenzio
Capita molto spesso agli insegnanti di scontrarsi con il silenzio iniziale dei propri alunni, silenzio che sembra mettere in discussione la validità dell'intervento didattico.
Questo periodo è assolutamente normale nei bambini che imparano una lingua: prima capiscono e poi parlano. La durata
della "fase silenziosa" comunque molto da individuo a individuo: ci sono alcuni che si esprimono già dopo qualche giorno, altri dopo sei/sette mesi.
E’ chiaro, infatti, che molto dipende dalla lingua di provenienza degli allievi, dall’indole, dal grado di scolarizzazione.
Tuttavia è necessario non demoralizzarsi o affrettare i tempi: studi condotti su apprendenti adulti e bambini hanno dimostrato che chi comincia a parlare più tardi ha risultati migliori sia nella pronuncia sia nella grammatica rispetto a coloro che avevano iniziato subito a fare esercitazioni orali. Molto spesso capita che un alunno rimasto silenzioso per tre o quattro mesi inizi a parlare esprimendosi meglio di altri compagni che si erano dimostrati meno timorosi.
Evidentemente è necessario un periodo nel quale i dati linguistici sono elaborati e sistemati: l'apprendente si concentra sulla comprensione e ciò sembra andare apparentemente a scapito della comunicazione.
Questo periodo, dunque, ha un grosso valore per l'alunno ed è per questo che esistono diversi metodi che prevedono il rispetto di questo silenzio iniziale.
Il silenzio iniziale ha una propria funzione nello sviluppo di una seconda lingua.
Ma che cosa può fare l’insegnante per rispettare questa fase?
Nella propria programmazione è bene prevedere attività che non richiedono subito la produzione orale da parte dell’alunno. Il primo mese, in pratica, dovrebbe essere dedicato all’ascolto e alla comprensione della nuova lingua. Le attività saranno differenziate e dipendono chiaramente dall’età dell’allievo.
Come verificare il livello di comprensione del ragazzo?
Si possono accettare risposte scritte, sia in L1 che in L2 (o in una L3 comune all’alunno e all’insegnante), risposte orali in L1 oppure “risposte fisiche” (l’alunno, cioè, esegue le azioni indicate dall’insegnante)
Ancora una volta è bene ricordare che anticipare i tempi non serve: spingere “ossessivamente” l’alunno a parlare significherebbe comunque costringerlo ad utilizzare le strutture della prima lingua per colmare vuoti e incertezze, incentivando così la comparsa e la fossilizzazione di errori e forme scorrette.
Conclusioni
Con questo primo saggio si è tentato di approfondire alcuni momenti
specifici della glottodidattica della lingua seconda. Volutamente
non si è dedicato uno spazio maggiore alle tecniche glottodidattiche
e alla metodologia, né alle problematiche relative alla produzione
scritta perché argomenti più specifici saranno oggetto dei prossimi
articoli.
Ci è sembrato tuttavia importante partire da ciò che ci chiediamo
e che chiediamo ad un bambino e ad una bambina venuti da lontano
e che intraprendono ogni giorno un nuovo viaggio: quello di scoprire
sé e gli altri in un mondo nuovo con un nuovo linguaggio.
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