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EDUCAZIONE INTERCULTURALE

 

APPRENDERE (ED INSEGNARE)
QUANDO L'ITALIANO E' LA SECONDA LINGUA

Introduzione

di Marialuisa Damini

Segnalazioni bibliografiche

Questa rubrica nasce con l'intento di presentare riflessioni ed esperienze sulle problematiche relative all'insegnamento al bambino straniero dal punto di vista linguistico. I bambini e le bambine "d'altrove" non saranno considerati come un insieme indifferenziato, in cui soggetti e bisogni si confondono e diventa difficile fare attenzione all'individualità di ciascuno. Non è la stessa cosa, infatti, focalizzare le difficoltà linguistiche incontrate da un preadolescente o da un bambino di sette anni o da un adulto; così come sono diversi gli ostacoli da superare per un cinese o per una brasiliana. 
Ecco il motivo per cui queste brevi riflessioni teoriche saranno non tanto intervallate quanto sostanziate con esempi di tentativi di accoglienza realizzati da gruppi di docenti o da singoli educatori.

Teoria e pratica quotidiana nell'accoglienza dei bambini stranieri: 
la storia di Fatima

Inizierò ricordando Fatima, una bimba reale, bosniaca, di nove anni, con troppe cose da dire e troppo poche parole per esprimerle. Troppe cose da dire e da raccontare perché Fatima ha vissuto la guerra in Bosnia a metà degli anni Novanta. È scappata dall'orrore di un'infanzia che le crollava intorno attraversando sterpaglie e boschi, con la madre, la sorella di poco più grande, le cugine, pochi uomini. Gli altri erano al fronte, e tra questi c'era il suo papà.
Queste cose me le ha raccontate lei, prima disegnandole, poi in un italiano stentato, poi piano piano ha imparato a scriverle. Un percorso lungo e non facile, quello di Fatima, che, arrivata in Italia da poco più di un anno, divisa tra le mura domestiche in cui parlava solo bosniaco, la scuola dove sentiva l'italiano, la televisione che ugualmente trasmetteva solo programmi in italiano, di fronte all'ennesima frase che non era riuscita a comprendere, era scoppiata in lacrime gridando: "Non capisco l'italiano, non so più il bosniaco: ma allora chi sono io?". L'acquisizione della lingua italiana come acquisizione della propria nuova identità, la perdita della lingua materna come perdita della propria prima identità: ritengo che questa richiesta d'aiuto dovrebbe farci riflettere. 
Vi ho parlato di Fatima, ma avrei potuto raccontarvi di Mourad, di Abdi, di Abrahim, di Gemille, di Suad, di Feriha… di tutti quei bambini e bambine la cui presenza in Italia non costituisce più - e gli insegnanti lo sanno bene - un'irruzione sorprendente e improvvisa nella realtà scolastica quotidiana. La presenza dei bambini stranieri in Italia
(1) ha avuto un incremento, negli ultimi dieci anni, del 750% (2). Gli alunni stranieri in Italia sono infatti 181.767, con una percentuale del 2,31% sulla totalità degli alunni e delle alunne presenti nelle nostre scuole. Nell'anno scolastico 1991-1992 erano 25.000. Addirittura, se facciamo un altro salto, e nemmeno troppo ampio, indietro, nell'anno scolastico 1983-1984 solo lo 0,06% degli studenti aveva cittadinanza non italiana. La percentuale rispetto all'intera popolazione studentesca è il 2% circa: non elevatissima se ci confrontiamo con la situazione degli altri Paesi europei. Ma in Italia ci sono due caratteristiche importanti da ricordare. Innanzitutto, la presenza degli alunni stranieri è assai disomogenea e differenziata sul territorio nazionale ed è, in particolare, di gran lunga più elevata nelle aree del Nord del Paese, specialmente in quelle regioni in cui la situazione socio-economica è migliore. In secondo luogo, a differenza degli altri Paesi europei in cui la tradizione multiculturale è stata da sempre più importante, in Italia il cambiamento, soprattutto per il mondo della scuola, è stato rapidissimo. Ma c'è di più. Nelle scuole italiane sono rappresentate globalmente ben 186 cittadinanze. Le lingue parlate sono accorpabili in 78 gruppi e 18 sono i credi religiosi professati dalle famiglie. Un ventaglio assai ampio di esperienze e particolarità, se si pensa che gli Stati del mondo sono 195. Tornando ora al presente, il Paese straniero più rappresentato come numero di alunni nelle nostre scuole è sicuramente l'Albania, cui seguono il Marocco e la ex-Jugoslavia, che insieme fanno quasi 80.000 presenze. Si tratta, pertanto, di Paesi "dell'altra sponda", vicini geograficamente ma anche vicini di storia. Un'ultima notazione in quest'ambito riguarda, infine, le cittadinanze emergenti, ovvero quelle le cui consistenze nell'anno scolastico 2001-2002 risultino almeno triplicate rispetto l'anno scolastico 1995-1996. Le più rappresentative sono il Perù, l'Ecuador, le Filippine, la Tunisia, seguite da India, Ghana e Pakistan e da altre con presenze però inferiori alle 2000 unità.
Le difficoltà operative legate alla frammentazione sono evidenti: non è facile ipotizzare programmazioni, servizi, materiali, strumenti ad hoc in presenza di realtà tanto diverse tra loro.
Rimane da chiedersi se, stanti così le cose, è possibile pensare a delle ipotesi di crescita ulteriore delle presenze? Presumibilmente, ci troviamo di fronte a due tendenze: da un lato, nel prossimo futuro saranno i nuovi nati dai nuclei di stranieri stabilizzatisi in Italia a rafforzare la presenza di alunni con cittadinanza non italiana nel sistema scolastico italiano. D'altro lato, i processi di ricongiungimento, in seguito anche all'entrata in vigore di provvedimenti di razionalizzazione dell'ingresso degli immigrati, potrebbero essere in calo. Il fenomeno, pertanto, non si arresterà, ma rimarrà costante. 
Ciò che è vero è che, comunque, il fatto che questi bambini non costituiscono una sorta di meteora, ma sono invece figli di immigrati giovani, il cui progetto migratorio è quello di rimanere in Italia per periodi relativamente lunghi e talora per sempre, ci fa comprendere come sia necessario studiare attentamente i bisogni di chi arriva per organizzarne gli apprendimenti. Non solo: la loro presenza impone anche una riflessione a respiro più ampio, che deve coinvolgere quelli che, invece, in Italia sono nati e che probabilmente vi resteranno, partendo proprio dai più piccoli, dalle nuove generazioni, da quei bambini che con i compagni venuti da lontano condividono gran parte della giornata a scuola, il momento della mensa e i giochi in cortile. Con loro, infatti, i nostri figli domani lavoreranno e discuteranno. E il rispetto e il dialogo si costruiscono da bambini.

 

NOTE:

  1. Tutti i dati di questo paragrafo sono stati desunti da: Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Alunni con cittadinanza non italiana. Scuole statali e non statali. Anno Scolastico 2001–2002, EDS – Servizio di Consulenza all’Attività Programmatoria. Cfr. inoltre "Immigrati e scuola" da Caritas, Immigrazione – Dossier Statistico 2001, pp. 230–239.
  2. Dato citato in P. Ellero, G. Favaro, A. Mastromarco, G. Pallotti, P. Russomando, Imparare l’italiano. Imparare in italiano. Alunni stranieri e apprendimento della seconda lingua, Guerini e Associati 1999, p.13.

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Pubblicato su Educare.it per gentile concessione dell'autore.


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