| Molto
spesso, nell’insegnamento dell’italiano come lingua seconda, si
sottolinea l’importanza di far fronte alla risorsa del “laboratorio
linguistico”. Esso è comunemente inteso come uno spazio
pensato ad hoc per l’insegnamento/apprendimento dell’italiano
ed è considerato una situazione di apprendimento certamente
molto utile. Può essere quindi interessante chiarire che
cosa significhi usare una didattica di tipo laboratoriale e dare
alcune tracce operative per il lavoro con i ragazzi stranieri.Che
cosa s’intende, infatti, per laboratorio? Chiarirlo, anche rifacendosi
alla storia della pedagogia, può offrire preziosi strumenti
anche per la pratica didattica quotidiana.
“Il
modello della didattica dei laboratori è rintracciabile
soprattutto (ma non certo esclusivamente) nella pedagogia dell’attivismo
di Dewey e Kilpatrick. In particolare tre sono i principi che
tale modello coltiva e che per noi risultano di particolare interesse:
-
gli scopi dell’educazione vanno fondati sui bisogni intrinseci
del soggetto che apprende;
-
la cooperazione contribuisce efficacemente a “liberare e organizzare”
le capacità di chi apprende e a trasformarle in competenze;
-
la valenza educativa delle attività sta nelle connessioni
e nella flessibilità di percorsi riconosciuti dall’alunno
come significativi per sé e spendibili nel compito
di intervenire sulla realtà”
[1].
Uno
degli obiettivi prioritari dell’azione educativa è lo sviluppo
della persona nelle sue capacità individuali e sociali
per metterla in condizione di poter pensare ed agire con autonomia
di giudizio, permettendo positivi e fecondi rapporti di collaborazione
con gli altri. Partendo
dagli interessi della persona e dalla sua esperienza è
più agevole realizzare questo processo perché ogni
individuo impara più facilmente ciò che vive in
una condizione di collaborazione con gli altri e di accettazione
dell’ambiente. In questa situazione educativa, le attività
(pratiche, tecniche, intellettuali ed affettive) sono intimamente
congiunte.
“La
didattica dei laboratori assume una funzione importante nella
scuola come attività intenzionale per promuovere gli apprendimenti
in libera cooperazione con gli altri individui. La sua particolarità
sta nel proposito di dar vita ad una strategia o ad un piano da
concretizzare attraverso azioni organizzate.
Dalla
situazione problematica scaturisce un processo dinamico e costruttivo
in cui l’alunno viene sostenuto dall’insegnante che lo indirizza,
lo sollecita alla scoperta dei percorsi possibili, lo sostiene
nella fatica di affrontare le difficoltà” [2].
Pensare pertanto all’interno di ogni singola realtà scolastica
a dei laboratori linguistici per apprendenti stranieri significa
trovare spazi e tempi in cui essi possano utilizzare la lingua
migliorando le proprie abilità e competenze, prevedendo
momenti di rinforzo e recupero in un clima sereno e collaborativo.
Questo
riferimento alla collaborazione e alla cooperazione è assai
importante. Lavorare con alunni non italofoni significa, infatti,
lavorare con differenti abilità e competenze, dovute tanto
ai ritmi e agli stili di apprendimento quanto alla cultura d’origine,
al grado di scolarizzazione nel Paese di appartenenza, al tipo
di scuola frequentata, alla distanza della lingua natale rispetto
all’italiano. L’idea è pertanto quella di favorire un apprendimento
collaborativo, ma con piani e livelli diversi di collaborazione.
Infatti, si può lavorare coinvolgendo prima tutto il gruppo
con uno stimolo (ad esempio un gioco, una filastrocca, una favola,
una visita d’istruzione), impostando un primo lavoro “comune”.
Si potranno poi prevedere dei sottogruppi per età, per
“livello”, per lingua d’origine, che sviluppino varie parti di
un’attività didattica pensata in modo che ogni lavoro possa
basarsi sulle competenze reali degli allievi. Questa può
essere la fase del “gioco nel gioco”: della preparazione e nella
condivisione delle regole attraverso la scrittura, il disegno
eccetera. Dopo la fase dello scambio delle informazioni si potrà
passare al gioco insieme. Per comprendere meglio la scansione
di queste attività possiamo pensare alla costruzione di
un grande “giro dell’oca”. Tra gli alunni partecipanti al laboratorio
ci sarà chi scrive le regole, chi le disegna, chi prepara
i “segnalini” per poi alla fine giocare tutti insieme. L’unica
condizione che l’insegnante potrebbe porre è quella di
parlare italiano durante la preparazione del gioco o anche solo
durante il gioco.
È
importante sottolineare come anche la dimensione della competitività,
indubbiamente parte costitutiva del gioco e del giocare, può
essere stemperata nei suoi eccessi grazie all’impostazione collaborativa
del lavoro, senza nulla togliere all'elemento della gara che rende
il gioco più avvincente. D’altro canto, anche le difficoltà
legate alla personalità, ad esempio la scarsa fiducia in
se stessi, possono essere volte in positivo da attività
di tipo competitivo. In questo contesto le innumerevoli opportunità
fornite da una didattica collaborativa forniscono una valida sponda
per moderarne gli effetti negativi. Un gruppo ben bilanciato,
infatti, in cui tutti i membri assumono un ruolo basato sulle
caratteristiche migliori dei singoli, è ancora più
fondamentale se nella classe, o all’interno del laboratorio, esistono
studenti con scarsa stima di sé. “Per esempio, può
essere altamente negativo costringere una persona che ha difficoltà
a gestire la lingua oralmente a svolgere il ruolo del portavoce
del gruppo, mentre esaltare le doti di questa persona apporta
un'iniezione di fiducia per l'individuo e insegna a operare in
modo collaborativo in un gruppo” [3].
Infatti, se è vero che il fine ultimo di un percorso di
educazione linguistica non può essere, comunque, la sola
padronanza della lingua oggetto di studio e degli elementi culturali,
ma l'acquisizione anche di strategie di apprendimento, di abilità
di studio, di capacità di interazione che portino a migliorare
le caratteristiche dell'individuo, allora conferire ad un'attività
linguistica di tipo comunicativo, o anche a un esercizio sulla
forma di matrice strutturalistica, l'aspetto di un gioco può
renderli più motivanti e divertenti e può innescare
quei meccanismi (rule of forgetting) che agevolano l'acquisizione
spontanea.
Da
queste riflessioni risulta evidente quanto possa essere utile
una didattica laboratoriale con gli alunni stranieri. Ciò
si evince anche da riferimenti con recenti ed interessanti studi
psicopedagogici.
In “La cultura dell’educazione” J. Bruner richiama l’attenzione
sul fatto che oggi gli psicanalisti riconoscono che la personalità
implica una narrazione e che la nevrosi è il riflesso di
una storia insufficiente, incompleta o inadeguata su se stessi.
La narrazione ha la stessa importanza per la coesione di una cultura
che per la strutturazione di una vita individuale.
Che cosa ha a che fare tutto ciò con il laboratorio linguistico?
Se non intendiamo il laboratorio, e le attività che vi
si svolgono in modo riduttivo, ovvero come luogo e azioni finalizzate
tecnicisticamente all’acquisizione dell’italiano, essi possono
giocare un ruolo facilitante nell’aiutare gli alunni immigrati
ad apprendere la lingua funzionalmente adeguata a un loro inserimento
sociale e scolastico mentre svolgono l’importante compito vitale
di integrare passato e presente, qui e altrove, costruendo una
loro identità personale. Nel laboratorio dovremmo allora
collocare:
-
I segni delle provenienze e delle appartenenze: immagini, scritte,
libri nelle lingue materne, collegamenti a siti internet e carte
geografiche dei luoghi di origine, planisferi .
-
Le tracce dei percorsi e delle storie personali: immagini, fotografie,
storie e “autobiografie”, giochi, oggetti, libri e quaderni
portati dai Paesi di origine...
-
Gli strumenti del passaggio: parole per accogliere in L1 e in
italiano, liste di parole bilingui, dizionari e glossari, raccolte
organizzate e sistematiche di immagini, testi e materiali per
l’apprendimento dell’italiano
-
Gli “angoli” strutturati utili per organizzare situazioni comunicative
e operative: giochi linguistici (es. diversi tipi di giochi
dell’oca), materiali e attrezzature multimediali, “angolo casetta”
per i più piccoli, teatrino dei burattini ( si tratta
di situazioni che favoriscono giochi di ruolo, simbolici, di
simulazione)... [4]
Come
si può notare la didattica e l’organizzazione delle attività
all’interno del laboratorio tiene in grande considerazione la
partecipazione e la motivazione effettiva all’apprendimento. Per
questo sono così presenti i riferimenti alla didattica
ludica. Ci occuperemo pertanto nel prossimo intervento di questo
argomento specifico.
Suggerimenti
operativi per l’organizzazione pratica del laboratorio linguistico
Il primo elemento da curare quando arriva un alunno straniero
è la definizione dei livelli di competenza iniziale, verificati
con apposite prove d’ingresso. Si può fare riferimento
alla scala globale del portfolio europeo delle lingue, in quanto
altri sistemi di valutazione delle conoscenze risultano essere
difficilmente “trasferibili” da un ordine di scuola all’altro
o quando un ragazzo cambia scuola. In questi casi è bene
infatti utilizzare il più possibile un “linguaggio comune”.
I gruppi non dovrebbero superare le dieci unità .
E’
bene tener presente, inoltre, che l’italiano che dev’essere appreso
è “lingua seconda”, cioè lingua d’uso, di comunicazione
quotidiana; a scuola il ragazzo segue un apprendimento guidato,
ma contemporaneamente apprende per immersione nella realtà
extrascolastica.
Per questo, le attività che devono essere programmate all’interno
di un laboratorio linguistico di italiano come lingua seconda
vengono scandite in unità di apprendimento più che
in unità didattiche. Già nello scorso intervento,
infatti, abbiamo evidenziato come l’unità di apprendimento
si attagli meglio allo studio dell’italiano come lingua seconda,
in cui la programmazione degli interventi non può essere
mai “predefinita”, ma deve tenere conto di volta in volta di tutti
gli stimoli e delle nuove acquisizioni di cui ogni suo singolo
alunno si sta via via impossessando e che non possono non essere
presi in considerazione. Nel campo dell’apprendimento della lingua
seconda, infatti, le acquisizioni possono essere imprevedibili
e casuali e diverse da allievo ad allievo. Molta differenza fanno
infatti le relazioni sociali del bambino o del ragazzo – se avvengono
solo in seno alla famiglia in cui si parla spesso la lingua di
provenienza, o se invece prendono in considerazione anche il gruppo
dei pari italiani o stranieri, in cui comunque la lingua “franca”
è l’italiano, eccetera – o il contatto con i mezzi d’informazione,
televisione, giornali, internet eccetera.
E’
inoltre da considerare l’aspetto “interculturale” del contesto
del laboratorio, perché, pur essendo il numero degli allievi
stranieri sempre più consistente nelle nostre scuole, è
pur vero che difficilmente – e probabilmente non è nemmeno
preferibile – si può pensare di realizzare dei gruppi di
laboratorio a seconda delle aree di provenienza degli allievi.
All’interno di un percorso, si deve dare spazio pertanto anche
al confronto, allo scambio del proprio vissuto per riconoscere
e valorizzare le differenze, con l’obiettivo di far comprendere
a ciascuno la relatività dei punti di vista.
Sulle modalità di intervento è da tener presente
che:
- è
preferibile che a svolgere questa attività sia personale
interno alla scuola. Se ci si rivolge al volontariato o ad enti
esterni, assicurarsi una programmazione comune e una modalità
di lavoro concordata;
- è
necessario stendere un progetto adeguato che tenga conto del
numero di allievi, dei livelli di conoscenza, del numero di
ore e del materiale a disposizione;
- è
utile programmare l'intervento durante le ore scolastiche (non
più di due ore al giorno). I laboratori pomeridiani,
in orario extrascolastico, sono spesso, per vari motivi, disertati
dai ragazzi;
- è
importante mantenere un raccordo continuo con gli insegnanti
di classe per dare continuità al lavoro;
-
all'inizio conviene privilegiare la comunicazione orale e i
giochi di relazione (specie nella scuola di base);
- è
opportuno che al laboratorio, se possibile, sia destinata un'aula
apposita, in modo da poterla "addobbare" adeguatamente
(cartelli in lingua, cartelloni, carte geografiche...) e dotare
dei materiali indispensabili al lavoro quotidiano.
Importanti
sono anche alcune indicazioni pratiche desunte dal testo curato
da Graziella Favaro “Imparare l’italiano Imparare in italiano”
edito da Guerini e associati, in cui nell’intervento di
Riassumendo
si legge che la metodologia utilizzata dal docente di L2 prevede:
- Attenzione
alla pronuncia, una maggiore lentezza nella comunicazione orale
e stacco tra le parole
-
Uso di lessico ad alta frequenza
-
Uso graduato di strutture sintattiche corrette, complete ma
al tempo stesso semplificate
-
Uso di supporti non linguistici
-
Ciclicità nella presentazione delle strutture linguistiche
-
Scelta di argomenti di difficoltà e complessità
progressiva
-
Creazione di un clima favorevole alla comunicazione anche attraverso
la simulazione di situazioni che pongono l’allievo in una realtà
verificabile nella vita quotidiana
-
Somministrazione ripetuta di esercizi strutturali per favorire
la memorizzazione del materiale linguistico presentato
Conclusioni
Da
quanto preso in considerazione, si evince che il momento dell’apprendimento
dell’italiano all’interno di un laboratorio linguistico è
fondamentale per gli allievi stranieri. Esso è senz’altro
un “ambiente” artificiale più “protetto” e più controllato
dall’insegnante, in cui i ragazzi ricevono sollecitazioni all’apprendimento
in qualche modo più “controllate” rispetto a quelle che
essi ricevono all’interno della classe. Non solo.
Il
contesto del laboratorio è facilitante, oltre che sul piano
sociale - la presenza di un minor numero di alunni facilita le
loro relazioni, soprattutto perché tutti sono accomunati
dal fatto di venire da lontano, e anche le relazioni con l’insegnante
- anche cognitivo. L’alunno viene favorito nello sviluppo della
padronanza e dell’autonomia, viene stimolato più efficacemente
al confronto, alla collaborazione e al colloquio. Si riscontra
una maggiore facilità di apprendimento linguistico in quanto
è consueto il dialogo con l’insegnante che porta ad accettare
e comprendere, ad esempio, le correzioni. Esso è anche
un ambito di sfogo emotivo in cui gli alunni possono parlare di
sé, un ambito dunque più familiare, “intimo”.
Per tutti questi motivi si auspica una sempre maggior presenza
di laboratori linguistici nelle scuole, invitando a mettere il
più possibile in rete i risultati ottenuti, in modo che
la ricchezza di ogni singola esperienza possa davvero diventare
patrimonio di molti.
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