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Entriamo qui nel concreto dell'accoglienza per analizzare i problemi di chi arriva da lontano, prima di focalizzare la nostra attenzione sulla problematica linguistica, che non può tuttavia essere disgiunta da altri ordini di difficoltà legate al processo migratorio. Ora, per fare questo è fondamentale "dotarsi di strumenti di lettura dell'impatto del fenomeno migratorio della nostra società, andando a lavorare intorno a due parametri: da un lato la conoscenza delle condizioni di vita materiali, sociali, psicologiche che un immigrato vive nella società italiana, dedicando una speciale attenzione ai fattori che inducono nel medio e lungo periodo all'indebolimento dell'identità e dell'appartenenza alla propria comunità. Dall'altro la conoscenza della sua cultura d'origine nei descrittori socio-economici, etici e religiosi, evitando tuttavia di appiattire l'individuo su uno scenario di valori astratti, perché ognuno s'inscrive nelle sue origini secondo relazioni dinamiche, ritenendosi portatore di alcuni valori piuttosto che di altri, seguendo ad esempio percorsi di continuità piuttosto che di innovazione"(2).
È solo incontrando davvero l'altro che si possono trovare gli strumenti per esplicitare dei bisogni e delle domande, che altrimenti verrebbero con difficoltà anche solo formulati. Con il singolo bambino o bambina stranieri può essere importante cercare di acquisire quanti più elementi siano necessari, per comprendere il suo percorso dentro la vicenda dell'immigrazione. Percorso che quasi mai, proprio per le caratteristiche più o meno traumatiche con cui è vissuto, è privo di disagi che prestissimo vengono ad esplicitarsi.
Molto concretamente possiamo definire questi disagi nelle seguenti
tipologie, pur tenendo presente che nella realtà concreta del
singolo bambino o bambina non sono mai così chiari, ma presenti
in forma magmatica e confusa, spesso poco chiara anche al soggetto
stesso. Ognuna di queste forme disagio racchiude, tuttavia, in
sé anche delle potenzialità positive. Non possiamo dimenticare
infatti che, com'è ben sottolineato da Portera, "il vivere in
seno a più culture può rappresentare un enorme arricchimento,
a condizione però che si abbia la possibilità di scegliere in
maniera libera fra standard dell'una e dell'altra cultura"
(3).
Inoltre, il conflitto che apre alla crisis, al cambiamento
nel senso etimologico del termine, non è necessariamente negativo,
ma può aprire invece a potenzialità positive che contribuiscono
ad arricchire e non ad impoverire l'identità del soggetto in questione.
I disagi (4)
che i bambini e le bambine immigrati vivono possono essere dunque:
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Disagi legati al viaggio
della migrazione, che racchiudono in sé: il possibile
abbandono da parte di chi è emigrato prima (spesso il padre,
a volte la madre, a volte ancora tutti e due i genitori) e
il successivo abbandono di chi si è curato del bambino fino
alla partenza della/delle figure genitoriali; dei traumi nelle
sequenze spazio-temporali; difficoltà d'inserimento nella
società d'arrivo; parziale perdita degli apprendimenti passati.
Anche se è nato in Italia, non è, comunque sia, infrequente
la possibilità che il bambino erediti in qualche misura gli
effetti del viaggio dei genitori. Il bambino ha così difficoltà
a collocare in un contesto di riferimento chiaro i valori
trasmessi dai genitori, accusando nel contempo un senso di
disagio e di inadeguatezza di fronte agli standard richiesti
dalla società italiana. È in ogni caso vero che il rischio
costante è che il bambino si senta "strappato" dalle sue radici
più profonde e che il senso di lacerazione, spesso a lui inconscio
o comunque non ben presente, determini dei problemi anche
sul comportamento, che si possono manifestare con comportamenti
di chiusura o di aggressività, di incapacità di adattarsi
alle regole, di blocchi dell'apprendimento… Compito dell'educatore
è prima di tutto quello di non omologare il disagio ad altri
disagi, quindi cercare delicatamente di intervenire, utilizzando
per esempio la figura del mediatore culturale o privilegiando
con ragazzi e famiglie il momento informale per entrare in
contatto. Per l'insegnante significa spesso mettere tra parentesi
la propria funzione di "colui/colei che insegna", appunto,
per calarsi in chi accoglie e che fa fatica a capire, a spiegarsi,
ad entrare in contatto. È la medesima fatica che stanno facendo
loro, i nostri ragazzi e, spesso ancor più, le loro famiglie.
Riconoscerlo significa creare quella sim-patia che in questi
casi è davvero fondamentale.
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Disagi legati all'inserimento
scolastico, che riguardano tanto le reazioni della scuola
stessa (relazione con i pari, inserimento in classi troppo
inferiori per età o in gruppi demotivanti per i ragazzi),
quanto il rapporto scuola-famiglia e l'atteggiamento della
famiglia verso la scuola.
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Disagi legati all'acquisizione
della personalità, legati a rotture nella trama identitaria.
L'identità di ciascuno è racchiusa, infatti, secondo Pierre
Benghozi, un etno-psicoterapeuta francese di origine algerina,
in una maglia la cui trama e l'ordito sono dati dai legami
con le generazioni (filiazione) e le relazioni sociali (affiliazione).
Nell'esperienza della migrazione, la filiazione è messa in
discussione dall'indebolimento dei legami generazionali, di
cui abbiamo già parlato, e l'affiliazione dalle più o meno
effettive difficoltà di integrazione e riconoscimento sociale,
soprattutto con il gruppo dei pari. Ne conseguono le difficoltà
sul piano della costruzione dell'identità e la necessità che
qualcuno si faccia carico di aiutare a ricucire, con pazienza
e, si potrebbe aggiungere, con affetto, i fili più o meno
compromessi.
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Disagi culturali,
relativi alle differenze tra i diversi contesti che trasmettono
i valori di fondo, che vanno pertanto esplorati e compresi,
se non condivisi, dando alla famiglia la possibilità di conservare
e negoziare i propri valori nella migrazione.
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Disagi linguistici, di cui ci occuperemo in maniera più approfondita nel prossimo intervento.
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