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Tutte le manifestazioni di disagio
di cui abbiamo già avuto modo di occuparci, non sono disgiunte
dalla forma di difficoltà più evidente presentata dai bambini
e dalle bambine che arrivano in Italia: il problema della lingua.
Certamente, i bambini che arrivano, così come gli adulti - anche
se per questi ultimi il discorso da fare è molto più complesso,
anche perché coinvolge, talora, le differenze tra i sessi - dopo
un primo momento di comprensibile shock culturale, imparare la
nuova lingua è fondamentale. Inserirsi in una nuova realtà culturale
è strettamente collegato con l'acquisizione della lingua del posto
e pertanto imparare l'italiano è correlato tanto a motivazioni
strumentali quanto di natura psicologica(2).
Le motivazioni strumentali sono abbastanza ovvie e riguardano
la necessità prima di tutto di comunicare, poi di comunicare "bene"
- in modo da non essere sempre considerati gli "estranei", i "diversi"
dai madrelingua italiani - e infine di acquisire una padronanza
metalinguistica tale che consenta loro di affrontare con profitto
le lezioni scolastiche, perché il deficit linguistico non diventi
un deficit di apprendimento generale che poi si tramuta inevitabilmente
in un deficit cognitivo, se è vero che la scuola mira non solo
a fornire conoscenze, ma anche a creare o perfezionare meccanismi
cognitivi. Le motivazioni psicologiche riguardano pertanto la
situazione psicologica dell'estraneità: innanzitutto la deprivazione
linguistica, per usare le parole di Bernstein, genera una frustrazione
che si riflette su tutto il vissuto, agito e sentito, del ragazzo.
Secondariamente, il bambino inizia a costruire la propria identità
basandosi su dei "privativi", ovvero su ciò che lo allontana dagli
italiani. Le conseguenze di ciò sono spesso rilevanti, perché
impediscono al giovane la sua piena autorealizzazione umana. Com'è
ben sintetizzato da Balboni
(3),
"sarà il singolo studente a decidere se vuole ritenersi in tutto,
in parte o per nulla estraneo sul piano psicologico, ma la scuola
deve fornire gli strumenti (linguistici, ma non solo) perché questa
persona possa scegliere e non sia costretto ad essere ciò che
sarà in rapporto alla cultura italiana". Ancora una volta, pertanto,
focalizziamo l'attenzione sull'individualità e quindi sul singolo
bambino o bambina. Se, infatti, il dato che accomuna gli stranieri
neoarrivati è la non conoscenza dell'italiano, la situazione linguistica
può essere estremamente diversa da soggetto a soggetto.
Tre sembrano essere, a grandi linee, i fattori più significativi
che definiscono i differenti profili linguistici
(4):
-
la lingua d'origine, o meglio le lingue d'origine (dal momento che spesso il codice orale è diverso da quello della scolarità e
dell'alfabetizzazione);
-
la scolarizzazione
precedente;
-
l’esposizione alla lingua
italiana fuori della scuola.
È importante, infatti, poter
ricostruire la situazione linguistica dei bambini stranieri perché molto spesso
essi non sono una tabula rasa e ciò che hanno imparato fino al momento
del loro arrivo in Italia costituisce una riserva di saperi cui attingere, all’inizio
mediante, per esempio, la collaborazione con un mediatore linguistico. Chiedere
loro troppo o troppo poco, li spaventa o li demotiva irrecuperabilmente e i
disagi sul piano della costruzione della personalità, che si riflettono prima
di tutto sul loro comportamento e atteggiamento nei confronti della scuola,
influenzano moltissimo lo sviluppo della loro personalità.
Grosso modo, possiamo così sintetizzare le possibili biografie linguistiche dei
bambini(5):
-
Monolinguismo in italiano (uso orale): quando i bambini sono nati in Italia e i genitori si sforzano con loro di parlare solo italiano.
-
Bilinguismo italiano/lingua materna (orale): quando i bambini parlano a casa la lingua d'origine e a scuola la lingua italiana.
-
Monolinguismo nella L1: quando il bambino è appena arrivato e conosce (solo) la sua lingua d'origine, che è stata per lui anche la lingua della scolarizzazione.
-
Situazione di diglossia (usi orali e scritti): quando il bambino ha imparato a comunicare in una lingua e a scuola ne ha imparata un'altra. È il caso soprattutto di bambini che provengono dalla Tunisia, dal Marocco o dall'Egitto e che hanno imparato a scuola l'arabo classico, mentre usano a casa il dialetto marocchino.
-
Bilinguismo L1/lingua straniera (usi orali e scritti): quando i bambini provengono da un Paese (tipo Filippine o Sri Lanka) dove la lingua della scuola è europea, mentre a casa vengono utilizzati i dialetti locali.
Considerata pertanto
la base linguistica di partenza, è importante sintetizzare quali
siano a questo punto nello specifico i bisogni linguistici degli
alunni non italofoni. Lo schema, elaborato da Graziella Favaro
(6),
è molto puntuale e certamente orientativo per un'organizzazione
della didattica della lingua seconda. |
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L2 orale COMUNICARE |
-
Comunicare negli scambi
interpersonali di base.
-
Arricchire il lessico,
descrivere, narrare, comprendere messaggi e prendere la parola in situazioni
comunicative quotidiane e ricorrenti.
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L2 scritta
leggere
– scrivere |
- Padroneggiare le tecniche di base della
lettura-scrittura (decodifica e trascrizione).
- Comprendere e produrre testi scritti.
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L2 orale e scritta
studiare
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- Comprendere testi e messaggi orali relativi
alle diverse discipline (consegne, spiegazioni, parole chiave, glossari,
ecc.).
- Comprendere testi riferiti allo studio.
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L2 orale e scritta
riflettere
sulla L2
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- Usare in modo corretto le strutture della
lingua.
- Riflettere sulle strutture (anche usando
termini metalinguistici).
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L2 orale e scritta
mantenere
e sviluppare la L1 |
- Mantenere e sviluppare le competenze nella
lingua d’origine e/o di scolarità, orale e scritta.
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Sintetizzando ulteriormente, ciò che il bambino ha
bisogno di imparare, per gradi successivi, è la lingua della prima
comunicazione; l’italiano per narrare, esprimere stati d’animo,
riferire cose che lo riguardano, ovvero idee, esperienze, progetti;
leggere e scrivere; la lingua per studiare; la riflessione
linguistica.
Naturalmente tutto ciò abbisogna prima di tutto di tempo e
pazienza. Cummins(7),
nella sua distinzione tra BICS (Basic Interpersonal Communication
Skills, abilità comunicative interpersonali di base) e CALP (Cognitive–Academic
Language Proficiency, abilità linguistica cognitivo–accademica),
ipotizza che ci vogliono almeno due anni per sviluppare attività di
interazione verbale in attività contestualizzate e in media cinque–sette
anni per sviluppare le abilità linguistiche necessarie per svolgere
attività a bassa contestualizzazione, quali lo studio delle
discipline. Non solo. Anche il progetto migratorio della famiglia
gioca un ruolo molto forte sull’apprendimento linguistico, così
come i contatti sociali extrascolastici che hanno i bambini stranieri.
Come a dire che la loro vita non comincia e finisce a scuola, e la
conoscenza del contesto, che il bambino vive, è fondamentale.
Quali risposte ai bisogni linguistici
Naturalmente, non è possibile dare in poche righe
delle risposte ai tantissimi interrogativi che sono sottesi ai disagi
che abbiamo visto. Ogni punto, e ciò è più evidente se ci riferiamo
ai disagi di tipo linguistico, meriterebbe una trattazione lunga e
approfondita, il più possibile legata alla concretezza della realtà
del bambino o della bambina stranieri che ciascuno di noi in questo
momento immagina.
Si possono però ricordare alcune idee fondamentali:
-
Occorrono degli input comprensibili e sempre
contestualizzati – legati cioè ai bisogni reali di chi apprende
– per insegnare la L2, che utilizzino anche il non verbale e che
si trovino in quella che Vygotsky chiama "zona di sviluppo
prossimale" che è appena un po’ più avanzata rispetto
alle capacità del bambino.
-
Esistono delle sequenze di apprendimento che
vanno prima conosciute e poi rispettate, per non provocare ansia
o, al contrario, demotivazione.
-
Il periodo del silenzio di alcuni bambini va
rispettato, senza l’ansia da parte dell’insegnante di vedere
subito il risultato.
-
Puntare su ciò che il bambino ha imparato per
innestare delle strategie sociali.
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| NOTE:
- L’intervento è ripreso dal mio
articolo già pubblicato in Aa.Vv., La promozione dell’apprendimento
linguistico nell’Unione Europea e nella realtà veronese. Tre giornate
per le lingue. Atti del Convegno Internazionale Verona 4-6 dicembre
2002, a cura di P. Ligas e P. Frassi, Assolingue – Verona,
Libreria Editrice Universitaria Verona. In questa sezione si è
fatto riferimento alla distinzione L1 (lingua materna,
che un individuo ha appreso per prima, da bambino) e L2, lingua
seconda, con cui ci si riferisce ad ogni lingua appresa dopo
la prima. In un’accezione più ristretta, però, lingua seconda
si riferisce solo ad una lingua appresa in un Paese dove è parlata
abitualmente, e si oppone pertanto alla lingua straniera.
- Cfr. Paolo E. Balboni, Approccio
alla lingua italiana per allievi stranieri, in Aa.,Vv., Approccio
alla lingua italiana per allievi stranieri, Theorema Libri
2000, pp. 55-62.
- Cfr. Paolo E. Balboni, Op.cit.,
p. 57.
- Cfr. P. Ellero, G. Favaro, A.
Mastromarco, G. Pallotti, P. Russomando, Imparare l’italiano.
Imparare in italiano. Alunni stranieri e apprendimento della seconda
lingua, Guerini e Associati 1999, p.14 e ss.
- Cfr. Graziella Favaro, Insegnare
l’italiano agli alunni stranieri, La Nuova Italia 2002, pp.
5-6.
- Cfr. Graziella Favaro, Op.cit.,
p. 37.
- J. Cummins, Bilinguism and
Special Education Issues in Assessment and Pedagogy, Multilingual
Matters, Avon 1984.
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Pubblicato su Educare.it per gentile concessione dell'autore.
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