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EDUCAZIONE INTERCULTURALE

 

PROBLEMI DI NATURA LINGUISTICA (1)

di Marialuisa Damini

Segnalazioni bibliografiche

Tutte le manifestazioni di disagio di cui abbiamo già avuto modo di occuparci, non sono disgiunte dalla forma di difficoltà più evidente presentata dai bambini e dalle bambine che arrivano in Italia: il problema della lingua. Certamente, i bambini che arrivano, così come gli adulti - anche se per questi ultimi il discorso da fare è molto più complesso, anche perché coinvolge, talora, le differenze tra i sessi - dopo un primo momento di comprensibile shock culturale, imparare la nuova lingua è fondamentale. Inserirsi in una nuova realtà culturale è strettamente collegato con l'acquisizione della lingua del posto e pertanto imparare l'italiano è correlato tanto a motivazioni strumentali quanto di natura psicologica(2). Le motivazioni strumentali sono abbastanza ovvie e riguardano la necessità prima di tutto di comunicare, poi di comunicare "bene" - in modo da non essere sempre considerati gli "estranei", i "diversi" dai madrelingua italiani - e infine di acquisire una padronanza metalinguistica tale che consenta loro di affrontare con profitto le lezioni scolastiche, perché il deficit linguistico non diventi un deficit di apprendimento generale che poi si tramuta inevitabilmente in un deficit cognitivo, se è vero che la scuola mira non solo a fornire conoscenze, ma anche a creare o perfezionare meccanismi cognitivi. Le motivazioni psicologiche riguardano pertanto la situazione psicologica dell'estraneità: innanzitutto la deprivazione linguistica, per usare le parole di Bernstein, genera una frustrazione che si riflette su tutto il vissuto, agito e sentito, del ragazzo. Secondariamente, il bambino inizia a costruire la propria identità basandosi su dei "privativi", ovvero su ciò che lo allontana dagli italiani. Le conseguenze di ciò sono spesso rilevanti, perché impediscono al giovane la sua piena autorealizzazione umana. Com'è ben sintetizzato da Balboni (3), "sarà il singolo studente a decidere se vuole ritenersi in tutto, in parte o per nulla estraneo sul piano psicologico, ma la scuola deve fornire gli strumenti (linguistici, ma non solo) perché questa persona possa scegliere e non sia costretto ad essere ciò che sarà in rapporto alla cultura italiana". Ancora una volta, pertanto, focalizziamo l'attenzione sull'individualità e quindi sul singolo bambino o bambina. Se, infatti, il dato che accomuna gli stranieri neoarrivati è la non conoscenza dell'italiano, la situazione linguistica può essere estremamente diversa da soggetto a soggetto.
Tre sembrano essere, a grandi linee, i fattori più significativi che definiscono i differenti profili linguistici
(4)

  1. la lingua d'origine, o meglio le lingue d'origine (dal momento che spesso il codice orale è diverso da quello della scolarità e dell'alfabetizzazione);

  2. la scolarizzazione precedente;

  3. l’esposizione alla lingua italiana fuori della scuola.

È importante, infatti, poter ricostruire la situazione linguistica dei bambini stranieri perché molto spesso essi non sono una tabula rasa e ciò che hanno imparato fino al momento del loro arrivo in Italia costituisce una riserva di saperi cui attingere, all’inizio mediante, per esempio, la collaborazione con un mediatore linguistico. Chiedere loro troppo o troppo poco, li spaventa o li demotiva irrecuperabilmente e i disagi sul piano della costruzione della personalità, che si riflettono prima di tutto sul loro comportamento e atteggiamento nei confronti della scuola, influenzano moltissimo lo sviluppo della loro personalità.
Grosso modo, possiamo così sintetizzare le possibili biografie linguistiche dei bambini
(5):

  1. Monolinguismo in italiano (uso orale): quando i bambini sono nati in Italia e i genitori si sforzano con loro di parlare solo italiano.

  2. Bilinguismo italiano/lingua materna (orale): quando i bambini parlano a casa la lingua d'origine e a scuola la lingua italiana.

  3. Monolinguismo nella L1: quando il bambino è appena arrivato e conosce (solo) la sua lingua d'origine, che è stata per lui anche la lingua della scolarizzazione.

  4. Situazione di diglossia (usi orali e scritti): quando il bambino ha imparato a comunicare in una lingua e a scuola ne ha imparata un'altra. È il caso soprattutto di bambini che provengono dalla Tunisia, dal Marocco o dall'Egitto e che hanno imparato a scuola l'arabo classico, mentre usano a casa il dialetto marocchino.

  5. Bilinguismo L1/lingua straniera (usi orali e scritti): quando i bambini provengono da un Paese (tipo Filippine o Sri Lanka) dove la lingua della scuola è europea, mentre a casa vengono utilizzati i dialetti locali.

Considerata pertanto la base linguistica di partenza, è importante sintetizzare quali siano a questo punto nello specifico i bisogni linguistici degli alunni non italofoni. Lo schema, elaborato da Graziella Favaro (6), è molto puntuale e certamente orientativo per un'organizzazione della didattica della lingua seconda.

 

L2 orale

COMUNICARE

  • Comunicare negli scambi interpersonali di base.

  • Arricchire il lessico, descrivere, narrare, comprendere messaggi e prendere la parola in situazioni comunicative quotidiane e ricorrenti.

L2 scritta

leggere – scrivere

  • Padroneggiare le tecniche di base della lettura-scrittura (decodifica e trascrizione).
  • Comprendere e produrre testi scritti.
L2 orale e scritta

studiare

  • Comprendere testi e messaggi orali relativi alle diverse discipline (consegne, spiegazioni, parole chiave, glossari, ecc.).
  • Comprendere testi riferiti allo studio.
L2 orale e scritta

riflettere sulla L2

  • Usare in modo corretto le strutture della lingua.
  • Riflettere sulle strutture (anche usando termini metalinguistici).

L2 orale e scritta

mantenere e sviluppare la L1

  • Mantenere e sviluppare le competenze nella lingua d’origine e/o di scolarità, orale e scritta.

 

Sintetizzando ulteriormente, ciò che il bambino ha bisogno di imparare, per gradi successivi, è la lingua della prima comunicazione; l’italiano per narrare, esprimere stati d’animo, riferire cose che lo riguardano, ovvero idee, esperienze, progetti; leggere e scrivere; la lingua per studiare; la riflessione linguistica.
Naturalmente tutto ciò abbisogna prima di tutto di tempo e pazienza. Cummins(7), nella sua distinzione tra BICS (Basic Interpersonal Communication Skills, abilità comunicative interpersonali di base) e CALP (Cognitive–Academic Language Proficiency, abilità linguistica cognitivo–accademica), ipotizza che ci vogliono almeno due anni per sviluppare attività di interazione verbale in attività contestualizzate e in media cinque–sette anni per sviluppare le abilità linguistiche necessarie per svolgere attività a bassa contestualizzazione, quali lo studio delle discipline. Non solo. Anche il progetto migratorio della famiglia gioca un ruolo molto forte sull’apprendimento linguistico, così come i contatti sociali extrascolastici che hanno i bambini stranieri. Come a dire che la loro vita non comincia e finisce a scuola, e la conoscenza del contesto, che il bambino vive, è fondamentale.

Quali risposte ai bisogni linguistici

Naturalmente, non è possibile dare in poche righe delle risposte ai tantissimi interrogativi che sono sottesi ai disagi che abbiamo visto. Ogni punto, e ciò è più evidente se ci riferiamo ai disagi di tipo linguistico, meriterebbe una trattazione lunga e approfondita, il più possibile legata alla concretezza della realtà del bambino o della bambina stranieri che ciascuno di noi in questo momento immagina.
Si possono però ricordare alcune idee fondamentali:

  1. Occorrono degli input comprensibili e sempre contestualizzati – legati cioè ai bisogni reali di chi apprende – per insegnare la L2, che utilizzino anche il non verbale e che si trovino in quella che Vygotsky chiama "zona di sviluppo prossimale" che è appena un po’ più avanzata rispetto alle capacità del bambino.

  2. Esistono delle sequenze di apprendimento che vanno prima conosciute e poi rispettate, per non provocare ansia o, al contrario, demotivazione.

  3. Il periodo del silenzio di alcuni bambini va rispettato, senza l’ansia da parte dell’insegnante di vedere subito il risultato.

  4. Puntare su ciò che il bambino ha imparato per innestare delle strategie sociali.

 

NOTE:

  1. L’intervento è ripreso dal mio articolo già pubblicato in Aa.Vv., La promozione dell’apprendimento linguistico nell’Unione Europea e nella realtà veronese. Tre giornate per le lingue. Atti del Convegno Internazionale Verona 4-6 dicembre 2002, a cura di P. Ligas e P. Frassi, Assolingue – Verona, Libreria Editrice Universitaria Verona. In questa sezione si è fatto riferimento alla distinzione L1 (lingua materna, che un individuo ha appreso per prima, da bambino) e L2, lingua seconda, con cui ci si riferisce ad ogni lingua appresa dopo la prima. In un’accezione più ristretta, però, lingua seconda si riferisce solo ad una lingua appresa in un Paese dove è parlata abitualmente, e si oppone pertanto alla lingua straniera.
  2. Cfr. Paolo E. Balboni, Approccio alla lingua italiana per allievi stranieri, in Aa.,Vv., Approccio alla lingua italiana per allievi stranieri, Theorema Libri 2000, pp. 55-62.
  3. Cfr. Paolo E. Balboni, Op.cit., p. 57.
  4. Cfr. P. Ellero, G. Favaro, A. Mastromarco, G. Pallotti, P. Russomando, Imparare l’italiano. Imparare in italiano. Alunni stranieri e apprendimento della seconda lingua, Guerini e Associati 1999, p.14 e ss.
  5. Cfr. Graziella Favaro, Insegnare l’italiano agli alunni stranieri, La Nuova Italia 2002, pp. 5-6.
  6. Cfr. Graziella Favaro, Op.cit., p. 37.
  7. J. Cummins, Bilinguism and Special Education Issues in Assessment and Pedagogy, Multilingual Matters, Avon 1984.

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Pubblicato su Educare.it per gentile concessione dell'autore.


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