| Quale
rapporto tra L1 e L2?
Pensiamo a Fatima (vedi),
che piangeva perché stava disimparando il bosniaco per imparare
l’italiano e riflettiamo su questa situazione: è un bene o un
male? È normale che sia così? Il “sacrificio” della lingua materna
è davvero un tributo dovuto per inserirsi nel nuovo sistema culturale?
Fino agli anni Ottanta l’idea predominante era quella che nel
cervello non ci fosse uno spazio sufficiente per due lingue, per
cui tutta la regione cerebrale che veniva occupata da una lingua
era portata via all’altra. In termini di competenza linguistica,
questo significherebbe che l’alzarsi della competenza linguistica
in una lingua dovrebbe corrispondere con l’abbassarsi della competenza
dell’altra, ovvero che se le due lingue fossero del medesimo livello,
la padronanza di entrambe sarebbe quanto meno scarsa. In realtà,
studi più recenti effettuati da Cummins ipotizzano che ci sia
un rapporto più interattivo tra la L1 e la L2, cosicché è necessario
che la L1 sia sviluppata perché le sue risorse possano essere
trasferite nella L2.
Cummins spiega questo processo con una metafora: nella stessa
regione del cervello vi sarebbe un magazzino (think–tank) che
contiene gli elementi di una o più lingue. Sarebbe pertanto lo
stesso sviluppo cognitivo a far funzionare entrambi i sistemi
linguistici, e gli stimoli e i feed-back di ciascuna lingua farebbero
crescere non solo l’abilità della singola lingua, ma anche la
capacità complessiva del magazzino. Il bilinguismo pertanto è
negativo solo se esso comporta la perdita, parziale o totale della
L1 quando non si è ancora completato lo sviluppo linguistico:
questo viene allora bloccato e deve allora ricominciare in una
seconda lingua, mal padroneggiata.
Inoltre, anche le ricadute sul piano psicologico sono pesanti:
perdere la propria lingua d’origine significa perdere la possibilità
di comunicare con i propri genitori e quindi con le proprie radici
e con la propria identità culturale più profonda.
Quali
risposte ai bisogni linguistici analizzati: alcune proposte
Naturalmente, non è possibile dare
in poche righe delle risposte ai tantissimi interrogativi che
sono sottesi ai disagi elencati nei paragrafi precedenti. Ogni
punto, e ciò è più evidente se ci riferiamo ai disagi di tipo
linguistico, meriterebbe una trattazione lunga e approfondita,
il più possibile legata alla concretezza della realtà del bambino
o della bambina stranieri che ciascuno di noi in questo momento
immagina.
Si possono però ricordare alcune idee fondamentali:
- Occorrono degli input comprensibili
e sempre contestualizzati – legati cioè ai bisogni reali di
chi apprende – per insegnare la L2, che utilizzino anche il
non verbale e che si trovino in quella che Vygotsky chiama “zona
di sviluppo prossimale” che è appena un po’ più avanzata rispetto
alle capacità del bambino.
- Esistono delle sequenze di apprendimento
che vanno prima conosciute e poi rispettate, per non provocare
ansia o, al contrario, demotivazione.
- Il periodo del silenzio di alcuni
bambini va rispettato, senza l’ansia da parte dell’insegnante
di vedere subito il risultato.
- Puntare su ciò che il bambino
ha imparato per innestare delle strategie sociali.
Conclusioni
La presenza dei bambini e delle
bambine stranieri nelle nostre scuole è, come abbiamo visto, una
realtà sempre più diffusa. Come sottolineavamo all’inizio, allora,
è importante frantumare l’immaginaria folla indistinta degli “stranieri”
per scoprire le singole identità autonome, separate, originali.
La relazione si costruisce infatti tra persone, mai tra folle
o popolazioni intere.
Il nostro compito, non solo di
insegnanti e di educatori, ma prima di tutto di cittadini del
mondo è quello di fare tesoro delle differenze, dandoci e dando
occasioni reali per scardinare certe immagini standardizzate delle
culture “altre”, che spesso possono sfuggire a chi non è abituato
al decentramento, a guardare la propria cultura con gli occhi
degli altri, a preoccuparsi, per esempio, come ci sottolinea Tosi,
“delle difficoltà spesso implicite nel ridurre ad una sola illustrazione
tutte le varietà e diversità interne di un Paese, delle sue tradizioni
o delle abitudini della sua gente” .
Come è acutamente spiegato dal sociologo Adel Jabbar
(1),
è necessario attrezzarsi per non cadere nella tentazione di piegare
la diversità presente nelle classi con alunni stranieri a ciò
che corrisponde nel nostro immaginario. Parimenti, è fondamentale
evitare la facile semplificazione “Siamo tutti uguali”. Non è
vero, e spesso le differenze balzano agli occhi più sferzanti
delle somiglianze, soprattutto per i bambini. Siamo certamente,
infatti, tutti uguali in dignità, ma diversi nei vissuti, nelle
competenze, nel modo di porci e relazionarci, di raccontarci e
di esprimerci.
Del resto, proprio i confronti tra le varie lingue, soprattutto
nell’età dello sviluppo, può offrire stimoli e confronti interessanti
per far apprezzare e valorizzare la diversità culturale. Ed è
proprio l’osservazione delle diverse espressioni delle culture
la base per innestare il dialogo, il confronto, l’inter-azione,
ovvero, in una parola, l’intercultura. |