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Chi decide d'intraprendere un percorso migratorio deve affrontare anche il problema dello sradicamento, inteso come perdita della cultura, la difficoltà di rimettere radici.
Perciò l'emigrato viene facilmente rappresentato come un portatore di sofferenze, di conflitti, per se stesso e per gli altri. Questo è stato l'unico paradigma usato in tanti anni verso gli immigrati, che poi si è tradotto in interventi pedagogici, psicologici, sociali di tipo compensatorio in modo da "limitare i danni". Ma a partire dagli anni '60 questo concetto è stato rivisto.
Chiarito il fatto che la cultura, "intesa non solo in senso classico come teoria, visione di vita, ma in senso moderno, più ampio, cioè come modus vivendi" (1), non è un'entità stabile e definita ma una realtà permeabile e dinamica, il problema diventa quello d'integrare standards culturali diversi e talvolta contraddittori.
Abbiamo già avuto modo di affermare che l'acquisizione di una propria identità avviene anche attraverso un riconoscimento reciproco tra l'individuo e la società genericamente intesa. Il problema dell'identità per l'immigrato è quindi strettamente legato alla "qualità delle relazioni che il soggetto costruisce/sperimenta nei vari contesti di vita" (2). Ma, poiché l'extracomunitario nella maggior parte dei casi, è una persona con scarsa o nulla contrattualità sul piano delle relazioni, il problema va posto, più correttamente, al contrario: come la società "accoglie" chi proviene da un altro Paese?
Oggi si possono distinguere diversi modelli codificati di rapporto con lo straniero, nessuno dei quali è stato ancora adottato in via prevalente dall'Italia, probabilmente perché finora il nostro Paese è stato molto più terra di emigrazione che di immigrazione.
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