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L'immigrato singolo tende alla invisibilità sociale. Anche qualora sia parte di una associazione o un gruppo della sua stessa etnia, egli tende a risolvere ed esaurire nel suo ambito molte delle esperienze di vita relazionale. L'arrivo del marito, o della moglie, e dei figli, lo obbliga invece ad assumere una identità sociale che mette in discussione i modelli culturali condivisi nella comunità cui ora appartiene. Il nucleo familiare, specie se con figli, diviene visibile, necessita dei servizi e degli operatori (sanitari, sociali, educativi...) e deve necessariamente confrontarsi con la società ospitante.
Contemporaneamente, il ricongiungimento del nucleo familiare permette la ricostruzione di modalità di vita propri della cultura di origine ed una più agevole salvaguardia della propria identità.
Ma le difficoltà a reperire un alloggio e un lavoro nello stesso territorio costringono alcune nuclei ad una nuova separazione. Non sono rari i casi di famiglie immigrate che si sono stabilite nel Meridione, ove è più facile trovare un alloggio a costi più contenuti. Poi però la mancanza di lavoro costringe il marito ad una ulteriore migrazione al Nord in "cerca di fortuna", accontentandosi di sistemazioni alloggiative instabili (una stanza, un centro di accoglienza, quando non addirittura la stessa vecchia automobile).
La precarietà di molti ricongiungimenti è riscontrabile anche dall'aumento del numero degli aborti tra le donne extracomunitarie (1).
In questo percorso di ricongiungimento (o di costruzione della propria famiglia) i minori soffrono sovente di privazioni dovute alle gravi difficoltà ambientali. Questo problema è ben delineato da Luigina Passuello quando scrive che "i bambini stranieri sono bambini di altra cultura ma anche, spesso, bambini con una situazione familiare e sociale più o meno precaria sui quali si riflettono, in forme diverse, insicurezze e problemi degli adulti alle prese con una quotidianità difficile e talora drammatica" (2).
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