| Quando
alcuni anni fa Renza Cerri [1]
mi propose di curare per il corso di didattica generale un modulo
dedicato all’intercultura accettai con entusiasmo. Da diverso
tempo mi occupavo di educazione alla pace e gestione dei conflitti
interpersonali come formatore del LaborPace [2]
ed avevo già avuto modo di incontrare i temi dell’intercultura.
Avrei potuto rielaborare le esperienze formative ed ampliare
le letture, avrei potuto supportare un lavoro di prevalente
pratica formativa con una ricerca più sistematica. Era
il giugno 2001. Le lezioni del “mio” modulo erano programmate
per ottobre. Quell’estate ci fu prima Genova con gli scontri
del G8 [3]
e poi New York. L’entusiasmo scemò. Avvertii il bisogno
di affrontare una domanda tanto più urgente quanto più
si avvicinava il primo appuntamento con gli studenti: gli attentati
dell’11 settembre postulavano il fallimento o la necessità
dell’intercultura?
Le pagine che seguono sono la registrazione delle riflessioni
che allora svolsi per tentare una risposta. Le ritrovo oggi,
rileggendole per preparare di un intervento che mi è
stato chiesto per un seminario sul tema del minore extra comunitario.[4]
Sono trascorsi quasi 5 anni e parecchie decine di attentati,
che vuol dire centinaia di persone uccise, tra cui molti bambini.
Alcuni mesi fa, poi, sono esplose le banlieue parigine.[5]
Mi pare che possano offrire ancora qualche spunto di riflessione.
Ho soltanto aggiornato alcuni dati e inserito il riferimento
a qualche testo uscito nel frattempo e chi mi è parso
utile ad ampliare il discorso ed offrire piste per l’approfondimento.
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Autore:
Stefano Piana: laureato in lettere
classiche e abilitato all’insegnamento di materie letterarie
nella scuola secondaria, collabora con la cattedra di Didattica
Generale della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università
di Genova, con il LaborPace - Laboratorio permanente di ricerca
ed educazione alla pace della Caritas di Genova, con l’ente
di formazione Endofap Liguria. E’ socio fondatore del GRED Gruppo
di Ricerca Educativa e Didattica.
E’ impiegato di ruolo dell’Amministrazione Civile dell’Interno
presso il VI Reparto Mobile della Polizia di Stato di Genova
dove si occupa della Biblioteca – Centro Memorie del 900 “Giovanni
Palatucci” che, in collaborazione con la Direzione, ha ideato,
progettato e contribuito a realizzare.
E-mail: stefano.piana@unige.it
Note:
[1]
Renza Cerri, professore straordinario di Didattica generale
presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università
degli studi di Genova, per sviluppare attività educative
e di ricerca nel 2000 ha radunato intorno alla sua cattedra
un gruppo di giovani collaboratori con i quali nel maggio del
2004 ha fondato un'associazione culturale con uno statuto e
obiettivi di ricerca e di servizio: il GRED, gruppo di ricerca
educativa e didattica (http://www.gred.it). L’intercultura è
una delle aree di attenzione del Gred.
[2]
Il LaborPace
è un gruppo di lavoro della Caritas diocesana di Genova
da un decennio impegnato in attività di ricerca e di
progettazione ed intervento educativo sui temi della pace, della
nonviolenza, della gestione dei conflitti, della giustizia e
della solidarietà (http://www.caritasgenova.it/LaborPace/Laborpace.htm).
[3]
Cfr. Duccio
Demetrio, Educare dopo Genova, in “Animazione sociale”, n. 10,
ottobre 2001, pp. 11-17.
[4]
Il seminario
“Della tutela del minore extra comunitario, organizzato dall’Associazione
Consulta Diocesana per le attività a favore dei minori
e delle famiglie si è svolto a Genova il 31.05.2006 (cfr.
http://www.consultadiocesana.org).
[5]
“Il caso
francese, a mio modesto avviso ci dimostra che non esistono
più modelli da imitare. […]Né in America né
in Europa ci sono più modelli sicuri che ci servano a
programmare il futuro; dobbiamo rimettere tutto in discussione,
dobbiamo ripensare tutto. […] Marcelle Padovani (giornalista
del Nouvel Observateur), che in un’intervista su l’Unità
[7 novembre 2005, p. 2] fa notare semplicemente questo: Signori,
i cittadini che stanno realizzando questi fatti sconvolgenti
non sono immigrati clandestini, sono cittadini francesi a pieno
titolo, sono i figli della terza o quarta generazione di immigrati
che vivono in Francia, dunque sono persone che giuridicamente
si dovrebbero considerare integrate, cioè incluse. […]
La ragione che porta Padovani a me sembra molto interessante.
Queste persone stanno male; il malessere, il disagio di queste
persone che vivono nelle periferie in Francia è dovuto
– attenti! – alla mancanza di futuro, alla mancanza cioè
della possibilità di una ascesa nella società.”
Antonio Nanni, Le società multiculturali al bivio: fra
mescolanze informi e integrazione fra culture differenti, conversazione
tenuta al Gruppo Piccapietra l’8 novembre 2005, Genova, trascrizione
della registrazione non riveduta dall’autore. Nonostante, come
il passo di Nanni sembra confermare, le banlieue in fiamme nulla
abbiano a che fare con aspetti religiosi o di scontri tra culture
differenti o addirittura contrapposte, ma rimandino all’urgenza
di problemi di esclusione e immobilità sociale, la comunicazione
pubblica spesso le ha presentate come nuova conferma dello scontro
di civiltà, che l’Occidente, ingenuo, si sarebbe seminato
e coltivato nel proprio seno
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