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MUSICOTERAPIA

 

DEFICIT COME PAUSA

Musicoterapia per l'educazione speciale

di Franco Larocca

pubblicato su "Musicoterapia per l'Handicap", Atti del 1° Convegno di Musicoterapia, Verona, 1994

 

Perché questo titolo per introdurci alle riflessioni sulle esperienze dei convenuti che vedono nella musica una delle modalità di servizio all'handicap?

Ognuno vede che si tratta, ovviamente, di una metafora, di un'analogia; ma non è, né vuole essere un semplice artificio poetico, una similitudine ad effetto per catturare l'attenzione.

In quest'espressione si nascondono sia una visione antropologica dei deficit sia una precisa concezione dell'handicap.

Se infatti dico: "sono un povero Cristo" la metafora di cui mi servo mi consente di portar fuori, al di là dell'orgoglioso consorzio umano, la mìa nudità, senza perdere con ciò l'essenza dell'autostima e del valore d'essere "unto" dal divino.

Anche quando il poeta esulta pregando:

"Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura ... "

espone negli ossimori (l'ossimoro è la compresenza di due opposti: vergine che si oppone a madre, figlia dei tuo figlio, umile e alta più che creatura) il mistero dei Verbo incarnato e così veicola sul piano dell'espressione le verità della fede che altrimenti non potrebbero essere partecipate.

Là dove la razionalità fatica a cogliere la deficienza ontologica dell'uomo, il suo limite, il male che lo aggredisce d'ogni parte, l'ésprit de finesse, invece, ossia l'intuito dei poeta cerca "poieticamente" di cogliere il mistero e lo esprime appunto con l'analogia, con gli ossimori, con le figure retoriche. In questo caso si tratta di un'analogia di proporzionalità, non di una semplice similitudine: il deficit sta alla pausa come lo iato organico o l'assenza di una funzione sta all'assenza del suono. La prosecuzione dell'analogia o, se si vuole, il suo approfondimento ci fa dunque dire che l'handicap sta al silenzio come la resistenza all'azione sta alla resistenza all'essere.

DEFICIT, HANDICAP, EDUCAZIONE SPECIALE

Ogni deficit che debilita in qualche suo aspetto una persona umana va visto come deficienza o carenza di corretto funzionamento di un organo. L'origine dei deficit può essere fisio-patogena o socio-patogena.

Il deficit organico è assenza o cattivo funzionamento di un organo, oppure debolezza di una funzione che rende difficili alcuni sinergismi funzionali necessari all'espletamento delle azioni, dei pensieri, della creatività in un mondo che ci attende come concreatori.

L'handicap, conseguente al deficit si presenta come resistenza all'educazione, cioè allo sviluppo umano, all'acquisizione di quelle capacità che manifestano l'uomo persona e personalità; ossia come resistenza al perfetto e dinamico equilibrio dei sinergismi funzionali necessari alla piena realizzazione della finalità ultima dell'etero-educazione: la libertà di autoprogettarsi.

L'educazione speciale, in quanto ricerca delle modalità più idonee al superamento della resistenza, nonostante il deficit, proprio mentre persegue le finalità educative, cura i deficit E li cura proprio perché educa la persona; perciò ogni terapia attiva (dalla fisioterapia, alla chinesiterapia, all'ippoterapia, all'idroterapia, alla psicoterapia, alla musicoterapia...) ben diversa da tutte le terapie passive in cui manca la partecipazione volontaria, continua e cosciente dei soggetto (quali le terapie chirurgiche, chimiche ecc ... ) prima che essere terapia occorre che sia educazione autentica, ossia caratterizzata da integralità, integrazione, armonia e gerarchia dei valori e simultaneità.

Nella musicoterapia, l'educazione all'ascolto ed alla produzione dei propri ritmi interiori, la musica, mediatore analogico commisto a quelli dell'esperienza diretta e della simbolizzazione sonora, attrae potentemente la persona a divenire personalità; e così la musica mentre attiva tutta la persona, cura più o meno direttamente il sinergismo organico e i sinergismi funzionali dinamizzandoli, entro il moto d'ogni organo-strumento corporeo, vicariando o stimolando l'organo e le funzioni deficitarie.

Le iniziati resistenze, e persino quelle residue, andranno lette, quali pause nell'armonia della persona che in tal modo diviene sempre più matura.

PAUSA, ACCENTO E RITMO

Nella vibrazione sinfonica ed intenzionalmente orchestrata di corpi animati anche solo dal moto o dalla voce o dal suono di strumenti, si esprime la vitalità dei ritmo che è ordine, anzi messaggio ordinato a suscitare nell'animo un nuovo equilibrio con le possibilità offerte dal corpo.

Ma l'ordine fra le note e gruppi di note, così come l'ordine fra le parole e gruppi di parole, esige intervalli e pause; e gli intervalli e le pause, soffi di silenzio fra segnali sonori successivi, creano e ricreano, insieme agli accenti, i diversi ritmi melodici che penetrano dolcemente a rinforzo di inusitate risonanze.

Si dà il caso che la diversa posizione di intervalli e pause nello stesso spartito dia luogo a ritmi diversi e quindi persino a emozioni opposte, ma in ogni caso niente ritmo, niente ordine, niente accento senza pause.

La pausa, persino quando manca nella sequenza oggettiva dei suono, come nei tic-tac, tic-tac, tic-tac d'un orologio, l'orecchio interiore percepisce quel suono a gruppi di due con un intervallo maggiore fra il tac e il successivo tic, anche se oggettivamente non c'è neppure un millesimo di secondo in più tra i due tac e tic: è il fenomeno della ritmizzazione soggettiva: là dove la natura presenti un continuo e magari una confusione, lo spirito umano vi pone le proprie articolazioni, i propri ritmi, i propri soffi di vitale silenzio.

Coloro che non sanno ballare, per esempio, e che pure vogliono imparare, ma non vi riescono, sono presto tacciati di un handicap.

In realtà costoro hanno una dote: non cogliendo i cromatismi ritmici oggettivi di una determinata musica, intervengono in essa con una propria organizzazione percettiva ritmica: del tutto soggettiva. Chissà cosa sarebbero in grado di produrre se fossero messi in grado di improvvisare!

L'organizzazione ritmica soggettiva che raggruppa a due o a tre, ma non a gruppi di quattro, note diverse, scompare se l'intervallo si avvicina ai 5 centesimi di secondo: in tal caso si ha la pausa.

In una sinfonia, ben lo sappiamo, altro è la pausa strumentale, funzionale all'armonia sinfonica, altro è la pausa corale funzionale all'armonia psicoemotiva dell'ascolto.

La pausa intesa come silenzio incarnato, si fa vero e proprio suono compositivo nello sviluppo convergente all'unità dell'opera dei vari motivi: essa, la pausa, costituisce il luogo della ripresa ricreativa, il luogo della sedimentazione e della metabolizzazione delle percezioni sonore.

Dentro la pausa c'è la presenza dell'assente, un potente richiamo all'ulteriorità: l'attesa che placa le emozioni vissute e prepara l'animo ad accogliere il nuovo.

Tra un motivo e una sua ripresa o rielaborazione, la pausa funge da luogo della ricapitolazione e dell'interiorizzazione mnestica.

ARMONIA DELL'UOMO NELL'ARMONIA DELL'UNIVERSO: IL RUOLO DEL SILENZIO

Com'è possibile vedere e considerare il singolo deficit una felix culpa organica nell'armonia dell'uomo, o, generalizzando, il male come una misteriosa alba salvifica nell'armonia dell'Umanità?

Come fanno i vuoti abissali e i fenomeni catastrofici ad assumersi la responsabilità organica essenziale di rendere possibile l'armonia dell'Universo? Dobbiamo considerarle distrazioni del Creatore o piuttosto un richiamo della sapienza alla coscienza di essere per l'altro, per l'ulteriorità, un continuo anelito alla pienezza?

Più misterioso della nota vibrante e del suono è dunque il silenzio che anima la pausa, e l'assente che vive nel presente, è il limite che s'annida nell'essere.

Come la vitalità dei suono penetra nel silenzio creativogenico della pausa e ne riceve forza e colore, così il fiat creativo dei dialogo originario anima il nulla e lo stravolge in non-nulla, esistenza di vibrazioni -in cui il Logo eterno informa scandendo suoni intrisi di significato, sicché anche la pausa è suono e pure il silenzio è musica. Anzi: senza il silenzio delle pause, niente scansione, niente ordine, niente ri-creazione dei motivi; senza pausa ogni spartito sarebbe monotonia ed uniformità.

La pausa corale è certo un silenzio grave ed incombente, simile all'angoscia mortale se fosse smemoratezza dell'ulteriorità. Quel silenzio entro l'opera non funge da semplice sfondo, come vorrebbe la teoria della Gestalt: esso dà vitalità agli stagli percettivi delle figure e delle tematiche turgide di significati ricomposti in gerarchie valoriali, e quindi secondo accenti diversi.

L'esistenza d'ogni singolo suono è deficienza ontologica della totalità dei fraseggio, ma proprio per questo è rinvio al significato del tutto. Esattamente come ogni mia parola presa da sola è deficitaria: bisogna rinviarla al tutto.

Niente esistenza singolare senza ritmo, niente melodia senza intervalli, niente capolavoro senza pause, come non v'è unità senza molteplicità, non v'è dialogo senza logoi e senza la pausa, il silenzio, la ripresa nel "dià-" del dialogo.

Silenzio e pausa dunque sono impercezioni funzionati alla ricapitolazione mnestica di ciò che nello scorrere del tempo non è più, e insieme anticipazione progettuale del non ancora: attimo fuggente in cui il silenzio si espande e la musa creativa prende corpo.

La resistenza alla pienezza, l'handicap, è vinta sol che si veda la pausa come attesa attiva d'una nuova vitalità possibile e fattiva.

L'armonia dell'Universo, quella dell'Umanità e quella d'ogni singolo uomo vivono e si esprimono dentro il silenzio della pausa, dentro la deficienza ontologica che le costituisce.

IL RECUPERO DELLA PERSONALITÀ TRA MUSICOTERAPIA ED EDUCAZIONE ALL'ASCOLTO

Deficit come pausa e pausa come riposo del ritmo entro la melodia: queste sono metafore della "magnifica diversità dei simili" come poeticamente s'esprime Paul Claudel.

La relativa soggettività dell'intervallo nel ritmo e l'intervento personale nel dare significato alla pausa nel fraseggio dell'opera, sono metafore della relativa soggettività di ciò che è deficit ed handicap nelle culture e nelle civiltà umane.

Pensiamo ai ciechi, nell'antichità, erano considerati i rappresentanti della divinità sulla terra.

Quanti tesori di umanità sono stati vilipesi e calpestati dalla mediocrità irresponsabile di coscienze tronfie ed accecate dalla funzione d'esser addetti ai lavori e perciò cristallizzati da canoni burocratizzati?

Il genio che s'identifica al valore, un Ligabue ad es., pittore sì naif, ossia ingenuo, ma tanto intriso di luce e di forma, da essere tutt'uno con esse, non fu certo ben accetto alla schiera dei ciechi dei suo tempo!

Un deficit, handicap conseguenti, pause nella sinfonia della persona, fanno spesso nel senso comune da alibi giustificativo per il rifiuto globale della persona stessa: come se un cieco non possa goder sinfonie, comporne o interpretarle con la danza, o un sordo parlare e poetare, o un down creare accostamenti cromatici arditi o uno spastico non possa divenire ministro della Repubblica. Eppure sino a qualche lustro fa tale era la nostra cultura.

Perché, l'ha sperimentato Sacks (l'autore di "Vedere voci" chi non riesce a camminare può invece ballare? e come mai il balbuziente può invece cantare?

Perché nella sinfonia della operatività umana, l'handicap è una pausa strumentale, momentanea, e il deficit è funzionale alla nostra presa di coscienza d'essere costituiti di deficienza ontologica: tutti.

La tentazione dell'onnipotenza è salvaguardata nella nostra civiltà ricca purtroppo di disastri e di dolore: le nostre pause; dalla coscienza dei nostri deficit, dalla resistenza che il nostro "non" oppone al richiamo della perfezione autarchica; siamo obbligati all'ulteriorità, all'alterità.

La vitalità di ognuno è nel dialogo col suo altro; e l'altro è, affascinante dialogo creativo, il mistico silenzio di Dio in cui l'io si ricrea.

Come, senza la pausa, l'empito emotivo rischierebbe il processo a valanga, fino a morirne, motivo di meccanismi di difesa della distrazione e della noia, così, senza i deficit, l'orgoglio dell'umanità diverrebbe la tentazione suprema: essere Dei! E ci consacreremmo al tenebroso silenzio della morte.

Se la personalità è tensione al dover essere della persona, l'educazione all'ascolto e la musicoterapia sono in grado di aprire ogni coscienza, persino quella comatosa, al senso dell'ulteriorità, al dialogo con l'altro, all'interiorizzazione del valori universali tutti presenti entro la risonanza dell'anima alle sapienti vibrazioni dei corpi dei musicoterapeuti.

Se è un mistero già solo la comprensione d'un suono, è ancor più oscuro capire come la musica muova le fibre più profonde dei nostro io. Tuttavia è certo che non v'è sensibilità all'essere, alla vita, senza educazione all'ascolto.

La musicoterapia è uno dei mediatori educativi fra i meno conosciuti, ma fra i più potenti, soprattutto quando i deficit fossero molto gravi e le esperienze che ormai abbiamo sono tanto per confermarcelo scientificamente.

In conclusione

Se la musica vista e usata come mediatore analogico, è capace di aprire l'umanità più genuina al valori dell'ulteriorità portandoci oltre la razionalità del razionalismo scientista, deprivato di calore e di gioia, essa va integrata nella coscienza educativa degli educatori di domani affinché: gli autistici si aprano agli altri, i down si aprano all'azione, i sordi si aprano all'astrazione, i ciechi si aprano alla visione, il debole mentale si apra alla comprensione, lo spastico alla danza, il comatoso alla coscienza riflessa, lo psichiatrico al contatto con la realtà, ogni persona si apra all'intuizione che il mistero dell'esistenza si cela nelle pause dell'armonia del cosmo, dove anche la deficienza ontologica, la pausa appunto, ha un senso ed un significato.

Anzi, la pausa, l'intervallo catastrofico fra due ordini armonici e melodici diversi, consente d'intuire il perché del bruco e il perché della farfalla: nel bozzolo, la pupa (handicap e deficit) è la loro pausa, il loro silenzio.

 

Lo studio è pubblicato sul sito per gentile concessione dell'autore.


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