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Perché
questo titolo per introdurci alle riflessioni sulle esperienze
dei convenuti che vedono nella musica una delle modalità
di servizio all'handicap?
Ognuno
vede che si tratta, ovviamente, di una metafora, di un'analogia;
ma non è, né vuole essere un semplice artificio
poetico, una similitudine ad effetto per catturare l'attenzione.
In
quest'espressione si nascondono sia una visione antropologica
dei deficit sia una precisa concezione dell'handicap.
Se
infatti dico: "sono un povero Cristo" la metafora di cui mi
servo mi consente di portar fuori, al di là dell'orgoglioso
consorzio umano, la mìa nudità, senza perdere
con ciò l'essenza dell'autostima e del valore d'essere
"unto" dal divino.
Anche
quando il poeta esulta pregando:
"Vergine
madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura
... " espone
negli ossimori (l'ossimoro è la compresenza di due opposti:
vergine che si oppone a madre, figlia dei tuo figlio, umile
e alta più che creatura) il mistero dei Verbo incarnato
e così veicola sul piano dell'espressione le verità
della fede che altrimenti non potrebbero essere partecipate.
Là
dove la razionalità fatica a cogliere la deficienza ontologica
dell'uomo, il suo limite, il male che lo aggredisce d'ogni parte,
l'ésprit de finesse, invece, ossia l'intuito dei poeta
cerca "poieticamente" di cogliere il mistero e lo esprime appunto
con l'analogia, con gli ossimori, con le figure retoriche. In
questo caso si tratta di un'analogia di proporzionalità,
non di una semplice similitudine: il deficit sta alla pausa
come lo iato organico o l'assenza di una funzione sta all'assenza
del suono. La prosecuzione dell'analogia o, se si vuole, il
suo approfondimento ci fa dunque dire che l'handicap sta al
silenzio come la resistenza all'azione sta alla resistenza all'essere.
DEFICIT,
HANDICAP, EDUCAZIONE SPECIALE Ogni
deficit che debilita in qualche suo aspetto una persona umana
va visto come deficienza o carenza di corretto funzionamento
di un organo. L'origine dei deficit può essere fisio-patogena
o socio-patogena.
Il
deficit organico è assenza o cattivo funzionamento di
un organo, oppure debolezza di una funzione che rende difficili
alcuni sinergismi funzionali necessari all'espletamento delle
azioni, dei pensieri, della creatività in un mondo che
ci attende come concreatori.
L'handicap,
conseguente al deficit si presenta come resistenza all'educazione,
cioè allo sviluppo umano, all'acquisizione di quelle
capacità che manifestano l'uomo persona e personalità;
ossia come resistenza al perfetto e dinamico equilibrio dei
sinergismi funzionali necessari alla piena realizzazione della
finalità ultima dell'etero-educazione: la libertà
di autoprogettarsi.
L'educazione
speciale, in quanto ricerca delle modalità più
idonee al superamento della resistenza, nonostante il deficit,
proprio mentre persegue le finalità educative, cura i
deficit E li cura proprio perché educa la persona; perciò
ogni terapia attiva (dalla fisioterapia, alla chinesiterapia,
all'ippoterapia, all'idroterapia, alla psicoterapia, alla musicoterapia...)
ben diversa da tutte le terapie passive in cui manca la partecipazione
volontaria, continua e cosciente dei soggetto (quali le terapie
chirurgiche, chimiche ecc ... ) prima che essere terapia occorre
che sia educazione autentica, ossia caratterizzata da integralità,
integrazione, armonia e gerarchia dei valori e simultaneità.
Nella
musicoterapia, l'educazione all'ascolto ed alla produzione dei
propri ritmi interiori, la musica, mediatore analogico commisto
a quelli dell'esperienza diretta e della simbolizzazione sonora,
attrae potentemente la persona a divenire personalità;
e così la musica mentre attiva tutta la persona, cura
più o meno direttamente il sinergismo organico e i sinergismi
funzionali dinamizzandoli, entro il moto d'ogni organo-strumento
corporeo, vicariando o stimolando l'organo e le funzioni deficitarie.
Le
iniziati resistenze, e persino quelle residue, andranno lette,
quali pause nell'armonia della persona che in tal modo diviene
sempre più matura.
PAUSA,
ACCENTO E RITMO Nella
vibrazione sinfonica ed intenzionalmente orchestrata di corpi
animati anche solo dal moto o dalla voce o dal suono di strumenti,
si esprime la vitalità dei ritmo che è ordine,
anzi messaggio ordinato a suscitare nell'animo un nuovo equilibrio
con le possibilità offerte dal corpo.
Ma
l'ordine fra le note e gruppi di note, così come l'ordine
fra le parole e gruppi di parole, esige intervalli e pause;
e gli intervalli e le pause, soffi di silenzio fra segnali sonori
successivi, creano e ricreano, insieme agli accenti, i diversi
ritmi melodici che penetrano dolcemente a rinforzo di inusitate
risonanze.
Si
dà il caso che la diversa posizione di intervalli e pause
nello stesso spartito dia luogo a ritmi diversi e quindi persino
a emozioni opposte, ma in ogni caso niente ritmo, niente ordine,
niente accento senza pause.
La
pausa, persino quando manca nella sequenza oggettiva dei suono,
come nei tic-tac, tic-tac, tic-tac d'un orologio, l'orecchio
interiore percepisce quel suono a gruppi di due con un intervallo
maggiore fra il tac e il successivo tic, anche se oggettivamente
non c'è neppure un millesimo di secondo in più
tra i due tac e tic: è il fenomeno della ritmizzazione
soggettiva: là dove la natura presenti un continuo e
magari una confusione, lo spirito umano vi pone le proprie articolazioni,
i propri ritmi, i propri soffi di vitale silenzio.
Coloro
che non sanno ballare, per esempio, e che pure vogliono imparare,
ma non vi riescono, sono presto tacciati di un handicap.
In
realtà costoro hanno una dote: non cogliendo i cromatismi
ritmici oggettivi di una determinata musica, intervengono in
essa con una propria organizzazione percettiva ritmica: del
tutto soggettiva. Chissà cosa sarebbero in grado di produrre
se fossero messi in grado di improvvisare!
L'organizzazione
ritmica soggettiva che raggruppa a due o a tre, ma non a gruppi
di quattro, note diverse, scompare se l'intervallo si avvicina
ai 5 centesimi di secondo: in tal caso si ha la pausa.
In
una sinfonia, ben lo sappiamo, altro è la pausa strumentale,
funzionale all'armonia sinfonica, altro è la pausa corale
funzionale all'armonia psicoemotiva dell'ascolto.
La
pausa intesa come silenzio incarnato, si fa vero e proprio suono
compositivo nello sviluppo convergente all'unità dell'opera
dei vari motivi: essa, la pausa, costituisce il luogo della
ripresa ricreativa, il luogo della sedimentazione e della metabolizzazione
delle percezioni sonore.
Dentro
la pausa c'è la presenza dell'assente, un potente richiamo
all'ulteriorità: l'attesa che placa le emozioni vissute
e prepara l'animo ad accogliere il nuovo.
Tra
un motivo e una sua ripresa o rielaborazione, la pausa funge
da luogo della ricapitolazione e dell'interiorizzazione mnestica.
ARMONIA
DELL'UOMO NELL'ARMONIA DELL'UNIVERSO: IL RUOLO DEL SILENZIO
Com'è
possibile vedere e considerare il singolo deficit una felix
culpa organica nell'armonia dell'uomo, o, generalizzando, il
male come una misteriosa alba salvifica nell'armonia dell'Umanità?
Come
fanno i vuoti abissali e i fenomeni catastrofici ad assumersi
la responsabilità organica essenziale di rendere possibile
l'armonia dell'Universo? Dobbiamo considerarle distrazioni del
Creatore o piuttosto un richiamo della sapienza alla coscienza
di essere per l'altro, per l'ulteriorità, un continuo
anelito alla pienezza?
Più
misterioso della nota vibrante e del suono è dunque il
silenzio che anima la pausa, e l'assente che vive nel presente,
è il limite che s'annida nell'essere.
Come
la vitalità dei suono penetra nel silenzio creativogenico
della pausa e ne riceve forza e colore, così il fiat
creativo dei dialogo originario anima il nulla e lo stravolge
in non-nulla, esistenza di vibrazioni -in cui il Logo eterno
informa scandendo suoni intrisi di significato, sicché
anche la pausa è suono e pure il silenzio è musica.
Anzi: senza il silenzio delle pause, niente scansione, niente
ordine, niente ri-creazione dei motivi; senza pausa ogni spartito
sarebbe monotonia ed uniformità.
La
pausa corale è certo un silenzio grave ed incombente,
simile all'angoscia mortale se fosse smemoratezza dell'ulteriorità.
Quel silenzio entro l'opera non funge da semplice sfondo, come
vorrebbe la teoria della Gestalt: esso dà vitalità
agli stagli percettivi delle figure e delle tematiche turgide
di significati ricomposti in gerarchie valoriali, e quindi secondo
accenti diversi.
L'esistenza
d'ogni singolo suono è deficienza ontologica della totalità
dei fraseggio, ma proprio per questo è rinvio al significato
del tutto. Esattamente come ogni mia parola presa da sola è
deficitaria: bisogna rinviarla al tutto.
Niente
esistenza singolare senza ritmo, niente melodia senza intervalli,
niente capolavoro senza pause, come non v'è unità
senza molteplicità, non v'è dialogo senza logoi
e senza la pausa, il silenzio, la ripresa nel "dià-"
del dialogo.
Silenzio
e pausa dunque sono impercezioni funzionati alla ricapitolazione
mnestica di ciò che nello scorrere del tempo non è
più, e insieme anticipazione progettuale del non ancora:
attimo fuggente in cui il silenzio si espande e la musa creativa
prende corpo.
La
resistenza alla pienezza, l'handicap, è vinta sol che
si veda la pausa come attesa attiva d'una nuova vitalità
possibile e fattiva.
L'armonia
dell'Universo, quella dell'Umanità e quella d'ogni singolo
uomo vivono e si esprimono dentro il silenzio della pausa, dentro
la deficienza ontologica che le costituisce.
IL
RECUPERO DELLA PERSONALITÀ TRA MUSICOTERAPIA ED EDUCAZIONE
ALL'ASCOLTO Deficit
come pausa e pausa come riposo del ritmo entro la melodia: queste
sono metafore della "magnifica diversità dei simili"
come poeticamente s'esprime Paul Claudel.
La
relativa soggettività dell'intervallo nel ritmo e l'intervento
personale nel dare significato alla pausa nel fraseggio dell'opera,
sono metafore della relativa soggettività di ciò
che è deficit ed handicap nelle culture e nelle civiltà
umane.
Pensiamo
ai ciechi, nell'antichità, erano considerati i rappresentanti
della divinità sulla terra.
Quanti
tesori di umanità sono stati vilipesi e calpestati dalla
mediocrità irresponsabile di coscienze tronfie ed accecate
dalla funzione d'esser addetti ai lavori e perciò cristallizzati
da canoni burocratizzati?
Il
genio che s'identifica al valore, un Ligabue ad es., pittore
sì naif, ossia ingenuo, ma tanto intriso di luce e di
forma, da essere tutt'uno con esse, non fu certo ben accetto
alla schiera dei ciechi dei suo tempo!
Un
deficit, handicap conseguenti, pause nella sinfonia della persona,
fanno spesso nel senso comune da alibi giustificativo per il
rifiuto globale della persona stessa: come se un cieco non possa
goder sinfonie, comporne o interpretarle con la danza, o un
sordo parlare e poetare, o un down creare accostamenti cromatici
arditi o uno spastico non possa divenire ministro della Repubblica.
Eppure sino a qualche lustro fa tale era la nostra cultura.
Perché,
l'ha sperimentato Sacks (l'autore di "Vedere voci" chi non riesce
a camminare può invece ballare? e come mai il balbuziente
può invece cantare?
Perché
nella sinfonia della operatività umana, l'handicap è
una pausa strumentale, momentanea, e il deficit è funzionale
alla nostra presa di coscienza d'essere costituiti di deficienza
ontologica: tutti.
La
tentazione dell'onnipotenza è salvaguardata nella nostra
civiltà ricca purtroppo di disastri e di dolore: le nostre
pause; dalla coscienza dei nostri deficit, dalla resistenza
che il nostro "non" oppone al richiamo della perfezione autarchica;
siamo obbligati all'ulteriorità, all'alterità.
La
vitalità di ognuno è nel dialogo col suo altro;
e l'altro è, affascinante dialogo creativo, il mistico
silenzio di Dio in cui l'io si ricrea.
Come,
senza la pausa, l'empito emotivo rischierebbe il processo a
valanga, fino a morirne, motivo di meccanismi di difesa della
distrazione e della noia, così, senza i deficit, l'orgoglio
dell'umanità diverrebbe la tentazione suprema: essere
Dei! E ci consacreremmo al tenebroso silenzio della morte.
Se
la personalità è tensione al dover essere della
persona, l'educazione all'ascolto e la musicoterapia sono in
grado di aprire ogni coscienza, persino quella comatosa, al
senso dell'ulteriorità, al dialogo con l'altro, all'interiorizzazione
del valori universali tutti presenti entro la risonanza dell'anima
alle sapienti vibrazioni dei corpi dei musicoterapeuti.
Se
è un mistero già solo la comprensione d'un suono,
è ancor più oscuro capire come la musica muova
le fibre più profonde dei nostro io. Tuttavia è
certo che non v'è sensibilità all'essere, alla
vita, senza educazione all'ascolto.
La
musicoterapia è uno dei mediatori educativi fra i meno
conosciuti, ma fra i più potenti, soprattutto quando
i deficit fossero molto gravi e le esperienze che ormai abbiamo
sono tanto per confermarcelo scientificamente.
In
conclusione Se
la musica vista e usata come mediatore analogico, è capace
di aprire l'umanità più genuina al valori dell'ulteriorità
portandoci oltre la razionalità del razionalismo scientista,
deprivato di calore e di gioia, essa va integrata nella coscienza
educativa degli educatori di domani affinché: gli autistici
si aprano agli altri, i down si aprano all'azione, i sordi si
aprano all'astrazione, i ciechi si aprano alla visione, il debole
mentale si apra alla comprensione, lo spastico alla danza, il
comatoso alla coscienza riflessa, lo psichiatrico al contatto
con la realtà, ogni persona si apra all'intuizione che
il mistero dell'esistenza si cela nelle pause dell'armonia del
cosmo, dove anche la deficienza ontologica, la pausa appunto,
ha un senso ed un significato.
Anzi,
la pausa, l'intervallo catastrofico fra due ordini armonici
e melodici diversi, consente d'intuire il perché del
bruco e il perché della farfalla: nel bozzolo, la pupa
(handicap e deficit) è la loro pausa, il loro silenzio. |