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Non
desti meraviglia che si inizi questo convegno di pedagogia speciale
sottolineando il termine e il concetto di "mediatore". Già
nei precedenti appuntamenti avevo definito musica e danza quali
"mediatori analogici" nel difficile processo della educazione
speciale. In questo incontro, finalizzato a fare il punto della
ricerca col contributo di insignì studiosi e attori di
tali mediatori, ho il compito di giustificare l'importanza insieme
alla natura specifica di ognuno di essi e di entrambi.
L'alveo
concettuale è quello delle terapie attive, e non mette
conto ritornare su quanto già detto fin dal primo Convegno
del 1994. Qui si tratta di capire, estendendo l'ambito della
didattica mediate di Olson dalla pedagogia scolastica, così
come brillantemente sta facendo il prof. E. Damiano, alla pedagogia
e all'educazione speciale. Occorre insomma capire in che modo
i mediatori in generale e la musica e il movimento-danza "aiutano"
(ecco la parola terapia!) i soggetti in difficoltà a
superarle e ad aprirsi un varco verso il
mondo 3, come lo chiama K. Popper, ovvero verso la più
ampia possibile civilizzazione.
REALTÀ
E RAPPRESENTAZIONE
Secondo
Kant, ciò che distingue l'uomo dall'animale è
che questi vive secondo la legge, mentre l'uomo vive secondo
la rappresentazione della legge. L'organo della rappresentazione
è la neocortex, il cielo stellato dentro di noi. Anzi,
gli infiniti mondi possibili rappresentabili dalle infinite
connessioni sinaptiche dei nostri due emisferi cerebrali.
La
natura neotenica umana e la continua, quotidiana e fisiologica
tendenza a cercarsi e comunicare fra loro delle miriadi di cellule
cerebrali, fanno sì che l'uomo, ancorché feto
in grembo materno, s'apra alla vita della cultura. La coltivazione
della neocortex è tutta a carico dei mediatori, della
loro capacità di penetrare nell'animo attraverso i sensi,
della loro corrispondenza alla maturità del soggetto,
della loro pertinenza alla situazione, della loro congruenza
con le aspettative più vitali e magari recondite di chi
li attiva e di chi con essi si attiva.
La
realtà non mediata dall'amorevole cura organizzatrice
dell'adulto è incapace da sola di far brillare la luce
dell'intelligenza, ne è capace di organizzare i segni
in simboli. La realtà non solo rimarrebbe incomprensibile
senza la mediazione della cultura, ma diventerebbe un abisso
di terrore dove ogni suono diverso dal ritmo cardiaco interiorizzato
dal feto incuterebbe minaccia, ogni movimento inusitato allerterebbe
l'amigdala alla difesa e alla fuga per la paura.
La
realtà che sentiamo, vediamo, quella in cui ci muoviamo,
il ritmo del tempo, il senso della profondità spaziale
non è la realtà così com'è, ma è
la realtà così come i mediatori culturali della
nostra civiltà l'ha scolpita nella nostra neocortex,
a dispetto dei nostri limiti e col favore della nostra attenzione
partecipativa.
Senza
attenzione e senza partecipazione attiva - in consonanza, direi
- con i mediatori non si struttura in noi alcuna rappresentazione
né cognitivo-razionale né cognitivo-emotiva. Ma
l'attenzione e la partecipazione alla vita fanno tutt'uno col
bambino sano, con quello che non presenta alcun deficit. Il
problema educativo e quindi la domanda su quali mediatori porre
la nostra fiducia, nasce quando vengono meno attenzione e partecipazione,
poca o tanta, per deficit visivo o uditivo, o motorio, o per
deficit mentali dovuti a lesioni cerebrali che interrompono
o distorcono i messaggeri della vita spirituale nel dialogo
dell'uomo con la realtà.
Ecco
che s'impone all'educatore e al pedagogista lo studio dei mediatori
per cercare volta a volta quelli più rispondenti a risvegliare
l'attenzione, a tenerla vigile, a nutrirla per superare la fatica
dell'opposizione del deficit; ricerca di mediatori la cui partecipazione
attiva non richieda al soggetto più di quanto egli non
possa dare al momento, e soprattutto ricerca di mediatori che
aprano insieme sia alla rappresentazione emotiva che
a quella cognitiva.
I
MEDIATORI
E'
ormai invalso l'uso disinvolto del termine "media", e certo
le originarie matrici che lo compongono ("me" come accusativo
di "ego" e "dia" che ritroviamo in "dia-logos", dialogo, in
dies -ei, giorno, attraversamento, apertura) non trova
più l'animo attento al suo significato più arcaico.
Mediare
(da cui mediatore, mediale) non è solo ciò che
sta in mezzo, il luogo dello scambio, ma indica il venire in
chiaro, l'esporsi, il mettere in luce ciò che nei due
poli rimarrebbe in ombra. Chi media non è più
solo se stesso; è anche già un po' l'altro; com-pone
il proprio logos con il logos dell'altro; s'affaccia insomma
con coraggio sull'altro universo, mantenendosi presso di sé
quel tanto per non perdersi, per non frammentare la propria
identità. E il contenuto del mediare non può essere
altro che il proprio io, la propria nudità, comunque
si ricopra - di musica o di danza, di acqua o d'animali, di
giochi o di simboli - comunque s'annunci alla ritrosia dell'altro,
non è che invito all'altro ad aprirsi, a mostrarsi, a
mettersi in gioco, a venire in luce.
Perciò
la funzione dei mediatori è di chiamare a far parte,
a prender parte, e... a farlo con attenzione, con vigile attesa
ad un richiamo affatto nuovo pur se presentito come mimesi arcana
e arcaica d'un ancestrale ritorno a casa.
I
mediatori sono più efficaci nel risvegliar l'attenzione
di chi è impaurito da un deficit nella misura in cui
(nell'idro-terapia) s'ha memoria d'un contatto rivitalizzante,
[nelle pet-terapie (compresa l'ippoterapia e la cino-terapia)]
in cui s'ha memoria d'una comunicazione ch'altro non richiede
che d'esser vivi e di sentirsi in sintonia con la natura al
livello delle pure funzioni vitali.
Ecco
perché quanto più i mediatori vanno da quella
esperienza diretta, alla rappresentazione iconica del reale,
a quella analogica e infine simbolica, tanto più è
richiesta maturità globale e quindi meno indicate per
gli affetti da deficit severi. Più i mediatori s'avvicinano
al simbolo più richiedono attenzione e partecipazione.
Più s'avvicinano all'esperienza vitale e diretta più
fungono da richiamo all'attenzione e alla partecipazione.
Due
soli mediatori fanno eccezione, sono la danza e la musica, ovvero
il movimento e il suono.
MUSICA
E DANZA: MEDIATORI UNIVERSALI
Nei
precedenti incontri ho avuto modo di definire la musica qual
mediatore analogico e con essa, per attrazione, la danza.
E
certamente suono e movimento che dal caos primordiale per la
legge dell'entropia s'organizza in cosmo, giungendo alla periferia
dell'universo, dico nelle membra umane, qual eco d'origine cosmica.
I cieli, ossia le galassie, danzano e suonano arcane armonie
che a noi giungono flebili attraverso i milioni d'anni luce.
Eppure
dentro le nostre membra il ritmo, insieme moto e suono, o se
vogliamo moto sonoro o suono che muove, è, costituisce
"esperienza prima dell'esserci (si ricordi che l'udito è
il primo senso a risvegliarsi già nel terzo quarto mese
di gestazione!). Questo è sufficiente per annoverare
musica e danza tra i. primi mediatori, quelli dell'esperienza
diretta e vitale, quelli che richiamano spontaneamente l'attenzione
e dispongono a partecipare quasi per risonanza e in cui l'animo
s'espone attraverso il corpo in movimento ritmico, con primitiva
semplicità e con la gioia e il buon umore di chi sente
in se il pulsar della vita.
Ma
danza e musica si fan messaggeri di sogni, aprono, nelle volute
e volteggi, nel riempir gli spazi di infinite immagini, la realtà
visibile e la ridisegnano scolpendola con vigore entro le connessioni
sinaptiche al punto da entrare in "trance" come sciamani e ballerini
di flamenco posson testimoniare. Ma non solo: la Grande Sfida
n°4 di sabato scorso ha visto centinaia di disabili andare in
estasi in discoteca: appunto con musica e danza.
Musica
e danza sono però soprattutto mediatori analogici, e
in più modi: in senso comunicativo e in senso contenutistico.
Come
livello comunicativo disgiunto dalla parola, musica e danza
assumono una sintassi particolare, ricchissima, molto più
ricca di quella linguistico-verbale. Ma si tratta d'una sintassi
in cui il suono da solo , e a maggior ragione se congiunti,
si riesce a dar corpo ai più sottili sentimenti del cuore
umano. Musica e danza simulano, ossia mimano, ricordano, ripresentano
in un linguaggio divino quel che parola non disse, quel che
il verbo non poté esprimere.
Se
la rappresentazione della realtà si fa simbolo nella
parola e si chiude nell'intelligenza razionale, o, se si vuole,
s'apre alla geometrica vivisezione della realtà della
parola univoca e ubbidiente alle leggi del numero (grammatica
e sintassi codificate), la rappresentazione della medesima realtà
nella danza e nella musica s'apre ad una cognitività
emotiva ed empatica, olistica comunque, che della realtà
nulla dimentica, ricomprendendola e ri-creandola in una dimensione
che trascende e spazio e tempo.
Musica
e danza in quanto mediatori analogici sono i più idonei
a mantener desta "attenzione del sordo, dell'ipovedente, del
down, dell'idrocefalo, del cerebroleso, del debole mentale,
del cranioleso e di tutti quei soggetti con deficit mentali
secondari. Questo perché musica e danza sono mediatori
anche in senso contenutistico sia per similitudine con la realtà,
sia perché con la realtà hanno un rapporto di
proporzionalità diretta.
La
similitudine anzitutto: i motivi grevi e i moti lenti richiamano
l'animo all'incombente pericolo, i motivi eccitati, soprattutto
alti e i moti scattanti, richiamano al risveglio, all'uscita,
al mettersi in cammino festante, i motivi dolci, ampi, aperti
e i motivi vezzosi annunciano distensione e pace e godimento
interiore e persino estasi.
La
proporzionalità dell'analogia col reale è più
difficile da cogliere. Tuttavia basti pensare ai seguenti rapporti:
"il
suono sta al ritmo come la natura sta alla vita"
o
ancora:
"la
danza sta al moto come il movimento sta al divenire"
un movimento danzante dà concretezza di moto all'astratto
divenire della natura.
Ciò
che permane nella musica e nella danza da una parte e nella
natura e nella realtà dall'altra è la medesima
onda vibrante, ciò che specifica ognuna è, in
superficie o in profondità, quell'x ignota che ne costituisce
il logos e che con i fragili e poveri strumenti cerchiamo di
misurare in hz (hertz).
Per
l'analogia di proporzionalità tuttavia musica e danza
ci strappan le lacrime, ci infervoran le feste, solennizzano
i riti, muovono a guerre, alleviano il dolore, addolciscono
gli animi esacerbati, aprono a nostalgia,
incutono timore, pongono in sospensione gli animi, risvegliano
ad antiche memorie.
CONCLUSIONE
Se
i mediatori aiutano a rappresentarci la. realtà in senso
pieno nella simbolizzazione astratta del cognitivismo razionale,
poiché c'è una cognitività emotiva altrettanto
importante di quella razionale, se riuscissimo a svilupparle
entrambe in sinergia, la nostra civiltà compirebbe un
salto di qualità: inizierebbe l'era del dialogo creativo,
che è anzitutto dialogo fra i due cervelli (fra i due
emisferi).
Occupandoci
di handicap, sappiamo che con i mediatori di musica e danza
possiamo aiutarli (ecco la terapia!) a rappresentarsi la realtà
con l'intelligenza emotiva. Solo chi ha ésprit de
finesse può cogliere quanta saggezza, ossia grazia
recondita, vi sia in questi mediatori. Lo sapevano i primitivi,
lo sanno, lo vivono gli handicappati
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