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MUSICOTERAPIA

 

LA MUSICA E DANZA

MEDIATORI NELL'EDUCAZIONE SPECIALE PER L'HANDICAP

di Franco Larocca

pubblicato su "Musicoterapia per l'Handicap", Atti del 6° Convegno di Musicoterapia, Verona, 1999

 

Non desti meraviglia che si inizi questo convegno di pedagogia speciale sottolineando il termine e il concetto di "mediatore". Già nei precedenti appuntamenti avevo definito musica e danza quali "mediatori analogici" nel difficile processo della educazione speciale. In questo incontro, finalizzato a fare il punto della ricerca col contributo di insignì studiosi e attori di tali mediatori, ho il compito di giustificare l'importanza insieme alla natura specifica di ognuno di essi e di entrambi.

L'alveo concettuale è quello delle terapie attive, e non mette conto ritornare su quanto già detto fin dal primo Convegno del 1994. Qui si tratta di capire, estendendo l'ambito della didattica mediate di Olson dalla pedagogia scolastica, così come brillantemente sta facendo il prof. E. Damiano, alla pedagogia e all'educazione speciale. Occorre insomma capire in che modo i mediatori in generale e la musica e il movimento-danza "aiutano" (ecco la parola terapia!) i soggetti in difficoltà a superarle e ad aprirsi un varco verso il mondo 3, come lo chiama K. Popper, ovvero verso la più ampia possibile civilizzazione.

REALTÀ E RAPPRESENTAZIONE

Secondo Kant, ciò che distingue l'uomo dall'animale è che questi vive secondo la legge, mentre l'uomo vive secondo la rappresentazione della legge. L'organo della rappresentazione è la neocortex, il cielo stellato dentro di noi. Anzi, gli infiniti mondi possibili rappresentabili dalle infinite connessioni sinaptiche dei nostri due emisferi cerebrali.

La natura neotenica umana e la continua, quotidiana e fisiologica tendenza a cercarsi e comunicare fra loro delle miriadi di cellule cerebrali, fanno sì che l'uomo, ancorché feto in grembo materno, s'apra alla vita della cultura. La coltivazione della neocortex è tutta a carico dei mediatori, della loro capacità di penetrare nell'animo attraverso i sensi, della loro corrispondenza alla maturità del soggetto, della loro pertinenza alla situazione, della loro congruenza con le aspettative più vitali e magari recondite di chi li attiva e di chi con essi si attiva.

La realtà non mediata dall'amorevole cura organizzatrice dell'adulto è incapace da sola di far brillare la luce dell'intelligenza, ne è capace di organizzare i segni in simboli. La realtà non solo rimarrebbe incomprensibile senza la mediazione della cultura, ma diventerebbe un abisso di terrore dove ogni suono diverso dal ritmo cardiaco interiorizzato dal feto incuterebbe minaccia, ogni movimento inusitato allerterebbe l'amigdala alla difesa e alla fuga per la paura.

La realtà che sentiamo, vediamo, quella in cui ci muoviamo, il ritmo del tempo, il senso della profondità spaziale non è la realtà così com'è, ma è la realtà così come i mediatori culturali della nostra civiltà l'ha scolpita nella nostra neocortex, a dispetto dei nostri limiti e col favore della nostra attenzione partecipativa.

Senza attenzione e senza partecipazione attiva - in consonanza, direi - con i mediatori non si struttura in noi alcuna rappresentazione né cognitivo-razionale né cognitivo-emotiva. Ma l'attenzione e la partecipazione alla vita fanno tutt'uno col bambino sano, con quello che non presenta alcun deficit. Il problema educativo e quindi la domanda su quali mediatori porre la nostra fiducia, nasce quando vengono meno attenzione e partecipazione, poca o tanta, per deficit visivo o uditivo, o motorio, o per deficit mentali dovuti a lesioni cerebrali che interrompono o distorcono i messaggeri della vita spirituale nel dialogo dell'uomo con la realtà.

Ecco che s'impone all'educatore e al pedagogista lo studio dei mediatori per cercare volta a volta quelli più rispondenti a risvegliare l'attenzione, a tenerla vigile, a nutrirla per superare la fatica dell'opposizione del deficit; ricerca di mediatori la cui partecipazione attiva non richieda al soggetto più di quanto egli non possa dare al momento, e soprattutto ricerca di mediatori che aprano insieme sia alla rappresentazione emotiva che a quella cognitiva.

I MEDIATORI

E' ormai invalso l'uso disinvolto del termine "media", e certo le originarie matrici che lo compongono ("me" come accusativo di "ego" e "dia" che ritroviamo in "dia-logos", dialogo, in dies -ei, giorno, attraversamento, apertura) non trova più l'animo attento al suo significato più arcaico.

Mediare (da cui mediatore, mediale) non è solo ciò che sta in mezzo, il luogo dello scambio, ma indica il venire in chiaro, l'esporsi, il mettere in luce ciò che nei due poli rimarrebbe in ombra. Chi media non è più solo se stesso; è anche già un po' l'altro; com-pone il proprio logos con il logos dell'altro; s'affaccia insomma con coraggio sull'altro universo, mantenendosi presso di sé quel tanto per non perdersi, per non frammentare la propria identità. E il contenuto del mediare non può essere altro che il proprio io, la propria nudità, comunque si ricopra - di musica o di danza, di acqua o d'animali, di giochi o di simboli - comunque s'annunci alla ritrosia dell'altro, non è che invito all'altro ad aprirsi, a mostrarsi, a mettersi in gioco, a venire in luce.

Perciò la funzione dei mediatori è di chiamare a far parte, a prender parte, e... a farlo con attenzione, con vigile attesa ad un richiamo affatto nuovo pur se presentito come mimesi arcana e arcaica d'un ancestrale ritorno a casa.

I mediatori sono più efficaci nel risvegliar l'attenzione di chi è impaurito da un deficit nella misura in cui (nell'idro-terapia) s'ha memoria d'un contatto rivitalizzante, [nelle pet-terapie (compresa l'ippoterapia e la cino-terapia)] in cui s'ha memoria d'una comunicazione ch'altro non richiede che d'esser vivi e di sentirsi in sintonia con la natura al livello delle pure funzioni vitali.

Ecco perché quanto più i mediatori vanno da quella esperienza diretta, alla rappresentazione iconica del reale, a quella analogica e infine simbolica, tanto più è richiesta maturità globale e quindi meno indicate per gli affetti da deficit severi. Più i mediatori s'avvicinano al simbolo più richiedono attenzione e partecipazione. Più s'avvicinano all'esperienza vitale e diretta più fungono da richiamo all'attenzione e alla partecipazione.

Due soli mediatori fanno eccezione, sono la danza e la musica, ovvero il movimento e il suono.

MUSICA E DANZA: MEDIATORI UNIVERSALI

Nei precedenti incontri ho avuto modo di definire la musica qual mediatore analogico e con essa, per attrazione, la danza.

E certamente suono e movimento che dal caos primordiale per la legge dell'entropia s'organizza in cosmo, giungendo alla periferia dell'universo, dico nelle membra umane, qual eco d'origine cosmica. I cieli, ossia le galassie, danzano e suonano arcane armonie che a noi giungono flebili attraverso i milioni d'anni luce.

Eppure dentro le nostre membra il ritmo, insieme moto e suono, o se vogliamo moto sonoro o suono che muove, è, costituisce "esperienza prima dell'esserci (si ricordi che l'udito è il primo senso a risvegliarsi già nel terzo quarto mese di gestazione!). Questo è sufficiente per annoverare musica e danza tra i. primi mediatori, quelli dell'esperienza diretta e vitale, quelli che richiamano spontaneamente l'attenzione e dispongono a partecipare quasi per risonanza e in cui l'animo s'espone attraverso il corpo in movimento ritmico, con primitiva semplicità e con la gioia e il buon umore di chi sente in se il pulsar della vita.

Ma danza e musica si fan messaggeri di sogni, aprono, nelle volute e volteggi, nel riempir gli spazi di infinite immagini, la realtà visibile e la ridisegnano scolpendola con vigore entro le connessioni sinaptiche al punto da entrare in "trance" come sciamani e ballerini di flamenco posson testimoniare. Ma non solo: la Grande Sfida n°4 di sabato scorso ha visto centinaia di disabili andare in estasi in discoteca: appunto con musica e danza.

Musica e danza sono però soprattutto mediatori analogici, e in più modi: in senso comunicativo e in senso contenutistico.

Come livello comunicativo disgiunto dalla parola, musica e danza assumono una sintassi particolare, ricchissima, molto più ricca di quella linguistico-verbale. Ma si tratta d'una sintassi in cui il suono da solo , e a maggior ragione se congiunti, si riesce a dar corpo ai più sottili sentimenti del cuore umano. Musica e danza simulano, ossia mimano, ricordano, ripresentano in un linguaggio divino quel che parola non disse, quel che il verbo non poté esprimere.

Se la rappresentazione della realtà si fa simbolo nella parola e si chiude nell'intelligenza razionale, o, se si vuole, s'apre alla geometrica vivisezione della realtà della parola univoca e ubbidiente alle leggi del numero (grammatica e sintassi codificate), la rappresentazione della medesima realtà nella danza e nella musica s'apre ad una cognitività emotiva ed empatica, olistica comunque, che della realtà nulla dimentica, ricomprendendola e ri-creandola in una dimensione che trascende e spazio e tempo.

Musica e danza in quanto mediatori analogici sono i più idonei a mantener desta "attenzione del sordo, dell'ipovedente, del down, dell'idrocefalo, del cerebroleso, del debole mentale, del cranioleso e di tutti quei soggetti con deficit mentali secondari. Questo perché musica e danza sono mediatori anche in senso contenutistico sia per similitudine con la realtà, sia perché con la realtà hanno un rapporto di proporzionalità diretta.

La similitudine anzitutto: i motivi grevi e i moti lenti richiamano l'animo all'incombente pericolo, i motivi eccitati, soprattutto alti e i moti scattanti, richiamano al risveglio, all'uscita, al mettersi in cammino festante, i motivi dolci, ampi, aperti e i motivi vezzosi annunciano distensione e pace e godimento interiore e persino estasi.

La proporzionalità dell'analogia col reale è più difficile da cogliere. Tuttavia basti pensare ai seguenti rapporti:

"il suono sta al ritmo come la natura sta alla vita"

o ancora:

"la danza sta al moto come il movimento sta al divenire"

un movimento danzante dà concretezza di moto all'astratto divenire della natura.

Ciò che permane nella musica e nella danza da una parte e nella natura e nella realtà dall'altra è la medesima onda vibrante, ciò che specifica ognuna è, in superficie o in profondità, quell'x ignota che ne costituisce il logos e che con i fragili e poveri strumenti cerchiamo di misurare in hz (hertz).

Per l'analogia di proporzionalità tuttavia musica e danza ci strappan le lacrime, ci infervoran le feste, solennizzano i riti, muovono a guerre, alleviano il dolore, addolciscono gli animi esacerbati, aprono a nostalgia, incutono timore, pongono in sospensione gli animi, risvegliano ad antiche memorie. 

CONCLUSIONE

Se i mediatori aiutano a rappresentarci la. realtà in senso pieno nella simbolizzazione astratta del cognitivismo razionale, poiché c'è una cognitività emotiva altrettanto importante di quella razionale, se riuscissimo a svilupparle entrambe in sinergia, la nostra civiltà compirebbe un salto di qualità: inizierebbe l'era del dialogo creativo, che è anzitutto dialogo fra i due cervelli (fra i due emisferi).

Occupandoci di handicap, sappiamo che con i mediatori di musica e danza possiamo aiutarli (ecco la terapia!) a rappresentarsi la realtà con l'intelligenza emotiva. Solo chi ha ésprit de finesse può cogliere quanta saggezza, ossia grazia recondita, vi sia in questi mediatori. Lo sapevano i primitivi, lo sanno, lo vivono gli handicappati

Lo studio è pubblicato sul sito per gentile concessione dell'autore.


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