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MUSICOTERAPIA

 

FUNZIONE TERAPEUTICA DELLA MUSICA E MUSICOTERAPIA

 

di Pietro Diambrini

 

 

Esiste forse un confine netto fra quella che possiamo considerare come funzione terapeutica della musica e la musicoterapica, oppure stiamo utilizzando due diverse "locuzioni" per indicare, in pratica, la stessa "sostanza"?

Che cos'è la Musicoterapia?

Cerchiamo, prima di tutto, di proporre una o più definizioni: secondo l’associazione nazionale di musicoterapia degli U.S.A. essa è caratterizzata dall’ "uso della musica per scopi terapeutici: il ristabilimento, il mantenimento e il miglioramento della salute mentale e fisica".

"Il (musico)terapeuta – ci dice l’associazione professionale musicoterapeuti della Gran Bretagna – lavora con una varietà di pazienti, sia bambini che adulti, che possono avere handicap emotivi, fisici, mentali o psicologici".

Molto interessante appare la definizione suggerita dal prof. Benenzon per il quale la musicoterapia "è da una parte una disciplina scientifica che si occupa dello studio e della ricerca del complesso suono-essere umano con l’obiettivo di cercare elementi di diagnosi e metodi terapeutici. Dal punto di vista terapeutico la musicoterapia è una disciplina paramedica che utilizza il suono, la musica e il movimento per provocare effetti regressivi e aprire canali di comunicazione, con l’obiettivo di attivare, per il loro tramite, il processo di socializzazione e di inserimento sociale" (R. Benenzon, Manuale di Musicoterapia, Borla, Roma 1992).

La funzione terapeutica della musica scaturisce da quel particolare "potere" che ha il suono di entrare direttamente in contatto con i centri nervosi dell’uomo provocando, anche inconsciamente, reazioni di segno assai diverso.

Per gli antichi Egiziani, ad esempio (se ne trova testimonianza in antichi papiri medici datati 1500 a.c.), il fascino della musica aveva una notevole influenza nella fertilità della donna.

Anche la Bibbia riporta una testimonianza a favore dell’uso terapeutico del suono: "e così, ogni qualvolta il cattivo spirito venuto da Dio investiva Saul, Davide prendeva la cetra e si metteva a suonare; Saul si calmava e stava meglio poiché lo spirito maligno si ritirava da lui e lo lasciava in pace" (Samuele 1, 16 - 23).

I greci, che attribuivano alla musica un ruolo determinante nelle loro teorie cosmogoniche e metafisiche, utilizzarono il suono nella prevenzione e la cura di malattie fisiche e mentali.

Nel 1500 troviamo un documento interessante relativo al pittore Huga van der Goes colpito da follia..."si vedeva perduto e condannato all’inferno e voleva suicidarsi", un caso di melanconia. Lo si portò a Bruxelles dove si chiamò il padre superiore Thomas che, dopo averlo esaminato, trovò che il paziente soffriva dello stesso male di Saul e, ricordandosi che costui s’era calmato mentre David suonava, fece suonare diversi strumenti presso il malato e dispose altri spettacoli ricreativi coi quali contava di espellere i fantasmi (Benenzon 1992).

Moltissimi dei nostri comportamenti quotidiani sono "figli" dell’effetto "terapeutico" della musica. Il più comune è quello di ascoltare musica per rilassarsi dalle fatiche e dallo stress della giornata; anche andare in discoteca per "bombardarsi" di musica assordante è un "comportamento terapeutico" che tende a "staccare la spina" da tutto il mondo circostante (con i suoi problemi, le sue angosce, difficoltà, ecc.) per "immergersi", perdendosi, nel mare burrascoso dei decibel.

Pensiamo poi ad ogni mamma affettuosa che, per calmare il pianto del suo bambino, intona una dolce "ninna nanna" o ai suoni diversi (voci, rumori di casa, musica preferita) che contribuiscono a "svegliare" quei pazienti in stato di coma.

E ancora guardiamo tutti quei contesti dove la musica rievoca sensazioni vissute, ricordi e, di conseguenza, ci offre momenti di pace, di nostalgia, di ansia, di terrore… Oppure consideriamo l’aspetto "catartico" del suonare e del cantare (non si dice, forse, canta che ti passa…?) dove l’esecutore viene letteralmente "rapito" dalla produzione di suoni e ritmi e, partecipando con il corpo e con la mente, opera una vera e propria catarsi emotiva che lo libera e lo esalta.

Sintetizzando possiamo dunque considerare la musicoterapia come quella scienza che riflette sul complesso rapporto biologico e psicologico fra il suono e l’essere umano e elabora le strategie terapeutiche atte a migliorare, mantenere, ristabilire la salute mentale e fisica dei soggetti che presentano handicap emotivi, fisici, mentali o psicologici. E’ possibile inoltre affermare che la musicoterapia nasce da quella funzione terapeutica naturalmente "emanata" dalla musica, e si sviluppa secondo propri metodi di ricerca, analisi, e intervento.

La Musica … Per Educare

Nell’ambito dell’educazione sonora e musicale possiamo allora ipotizzare l’attuazione di percorsi didattici che siano "impregnati" anche di quella importante funzione terapeutica di cui abbiamo appena detto.

I destinatari non evidenziano particolari "patologie" (in questo caso dovremmo chiamare in causa l’esperta musicoterapia); sono tutti nostri bambini e ragazzi ai quali vogliamo offrire l’occasione per vivere in maniera più "umana" il tempo scolastico migliorando, di conseguenza, il "rendimento" specifico (riferito quindi all’educazione sonora e musicale) e generale (riferito a tutte le altre attività curricolari). Riprendendo una delle definizioni citate in precedenza, potremmo dire che la finalità dell’utilizzo didattico (programmato "scientificamente" e non improvvisato) della funzione terapeutica della musica è quella di mantenere e migliorare la salute mentale e fisica di tutti gli alunni. Ciò rappresenterà inevitabilmente anche un prezioso contributo "terapeutico" (che non sarà isolato, ovviamente, ma integrato da interventi specialistici operati da vari esperti – pedagogista, psicologo, logopedista, terapista della riabilitazione, musicoterapeuta, ecc. – a seconda del "problema" specifico) per quei soggetti che evidenziano particolari "difficoltà" (handicap emotivi, fisici, mentali, psicologici, ecc.).

L’operatore è un Educatore Musicale Specializzato, con competenze sia nell’ambito tecnico-musicale che in quello psicopedagogico. Egli è in grado di progettare interventi educativi a livelli diversi (per la scuola materna, per il ciclo primario e per la scuola secondaria) "dosando" con sapienza ed efficacia la "somministrazione terapeutica" del suono e della musica.

Il "territorio sonoro" ideale

Le strategie d’intervento possono essere le più varie. L’Educatore Musicale può innanzi tutto mirare alla realizzazione di un "territorio sonoro" adeguato; un "ambiente acustico" vivibile e ben accogliente per i suoi bambini o ragazzi (se è doveroso insegnare ai bambini a rispettare l’ambiente perché esso è garanzia di civiltà e "vivibilità" – e dunque non distruggerlo, non inquinarlo, ecc. – sarà altrettanto importante abituarli a creare e coltivare un "ambiente acustico" ideale, "pulito" (non a caso si parla sempre più spesso dell’inquinamento acustico e dei suoi deleteri effetti sulla psiche umana), a "dimensione bambino" (e quindi "arredarlo" in maniera conveniente esattamente come avviene per l’arredamento di un’aula scolastica).

Ma che cosa contraddistingue un "ambiente acustico" ideale? Prima di tutto il giusto equilibrio fra suono e silenzio che può essere ottenuto valorizzando i momenti di "ascolto silenzioso" e riducendo l’intensità e la quantità dei suoni emessi. Non è impossibile, basterà dare il buon esempio: l’insegnante che quattro ore su quattro utilizza la sua voce con un tono "graffiante" e con un’intensità molto elevata non solo non contribuisce alla realizzazione del giusto territorio sonoro ma, di riflesso, autorizza i suoi alunni(che agiscono prevalentemente per imitazione) a comportarsi in maniera simile. Il rumore genera, in una sorta di spirale acustica, altro rumore. Erroneamente, a volte, si è convinti di dover "parlare più forte" dei nostri interlocutori per farci meglio sentire. Abbassare l’intensità del suono e "addolcire" (senza troppo "miele"!) la voce, ha, invece, un inaspettato effetto catalizzante. Se è vero che un suono forte (un richiamo, un rimprovero, ecc), dosato e distribuito nel momento giusto, ottiene qualche risultato, è anche vero che i bambini tenderanno ad imitare la maestra che parla con tono pacato, dolce, che non strilla quasi mai (del resto ci sono molti altri modi di "catturare" e "mantenere" l’attenzione degli alunni: per esempio la comunicazione visiva – uno sguardo di disapprovazione ha sicuramente una maggiore efficacia di un urlo disperato – oppure una giusta motivazione all’attività didattica; o il generale atteggiamento personale dell’educatore – che deve rappresentare un esempio positivo né troppo "permissivo", né troppo "esigente" – ecc.). Creare dunque l’ambiente acustico ideale significa anche imparare ad utilizzare la propria voce, comunicando in maniera adeguata attraverso il giusto tono e la giusta intensità per il bene comune.

L’esperienza musicale come "atto di regressione"

Un’altra "dimensione" pedagogica dell’educazione sonora e musicale si "impregna" di "valore terapeutico".

E’ ormai patrimonio comune la convinzione che l’esperienza con i suoni rappresenti il fondamentale punto di partenza per una didattica che conduca ad una effettiva conquista della competenza musicale. Del resto non è più possibile pensare che "la musica" si può "fare" solo se si "sanno leggere le note" (purtroppo qualcuno ne è ancora convinto!). E’ un po’ come pensare che non sia possibile "parlare" se non si "sanno leggere le lettere dell’alfabeto e le parole che esse compongono". In altre parole non è certo pensabile anteporre la grammatica alla pratica e, proprio come accade per il linguaggio, il bambino prima apprende, per imitazione (arrivando ad utilizzarlo in maniera coerente e creativa) e solo dopo ne impara la codificazione scritta, anche per la musica sarà fondamentale, prima dell’alfabetizzazione di base, esercitare una significativa attività sonora.

Una didattica ispirata al "fare per conoscere" riscopre, saggiamente, l’esperienza primordiale dell’uomo riconoscendo alle fasi iniziali della vita un ruolo fondamentale per la crescita e la formazione psicologica e intellettuale.

Cantare, suonare, danzare rappresentano dei comportamenti naturalmente osservabili in tutti i bambini fin dalla più tenera età. Usare la voce per parlare/cantare, battere oggetti contro oggetti o contro superfici varie e muoversi stimolati dall’irresistibile "sound" della musica sono segnali della quotidiana "vitalità" della maggior parte dei bambini (che non conoscono "inibizioni" finché qualche "adulto" poco "sensibile" non ne crea qualcuna). E dunque percorrere, a qualsiasi età (scolare o non scolare che sia), un itinerario che privilegi, prima di tutto, l’esperienza musicale, significa compiere un atto "regressivo" che ci porta a riesumare quei sentimenti, sensazioni, stati psicologici vissuti durante il periodo infantile, inconsciamente sopiti ma presumibilmente presenti in tutti noi.

La produzione musicale come "catarsi emotiva"

Cantare, suonare, danzare, oltre che ad identificarsi con quell’azione "regressiva" di cui dicevamo in precedenza, può presentarsi come attività finalizzata alla "terapeutica liberazione" dell’esecutore dagli "aspetti negativi della realtà". Ciò è possibile producendo suono e musica non tanto in modo "spontaneamente disordinato" (non è facendo rumore scomposto – urlando e battendo con violenza contro gli oggetti sonori – che ci si "libera") quanto "rilasciando" gradualmente "energia creativa". Si parte dalla riproduzione "oggettiva" (canonica, guidata, ripetitiva) del prodotto sonoro per lasciarsi "catturare" a poco a poco dalle emozioni e dalle suggestioni che la nostra stessa "energia creativa musicale" produce. E’ un po’ come "lasciarsi andare" dunque al dolce "corteggiamento" della melodia, al magico "abbraccio" dell’armonia, all’impetuoso "turbinio" ritmico che rapisce il corpo e la mente.

La realizzazione di un "soddisfacente" prodotto musicale individuale e/o collettivo, rappresenta una sorta di "stress positivo"; un’attività "stancante" (perché richiede dosi massicce di energia) e "appagante" (perché soddisfa le emozioni, rilassa la mente e il corpo) al tempo stesso.

Affinché vi sia però una reale "catarsi terapeutica" è indispensabile che gli alunni siano messi nelle condizioni di affrontare una valida e significativa esperienza vocale, strumentale e ritmico-corporea. Ciò non significa giungere a livelli estetici elevati: tutt’altro. Significa suonare, cantare e danzare avendo piena coscienza di ciò che si sta facendo (non ripetendo dunque in modo stereotipato e insignificante ciò che viene proposto) maturando gradatamente un proprio "stile" comunicativo e un "gusto" estetico (nel senso più ampio del termine) che permetta di dare un "senso" alla personale azione sonora.

La Musica … Per "Terapizzare

Concludiamo questa nostra ricognizione sul rapporto fra funzione terapeutica della musica e musicoterapia cercando, senza "invadere" il campo specifico, di mettere in evidenza, in maniera molto generale e quanto mai generica, le coordinate scientifiche e metodologiche della musicoterapia.

In linea di principio, secondo quanto affermato nelle pagine precedenti, è possibile affermare che, quello del musicoterapeuta, è un intervento specialistico, mai isolato, e sempre "mirato" ad un disturbo o ad una patologia ben definita.

Dalle definizioni che abbiamo riportato all’inizio del nostro discorso, appare evidente che la terapia musicale (sarebbe più sensato, come accade per l’ambito educativo, parlare di terapia sonora e musicale), pensata prevalentemente come "disciplina paramedica, agisce essenzialmente come tecnica psicologica; vale a dire che il suo apporto terapeutico risiede nella modificazione di problemi emotivi, di atteggiamenti, della energia della dinamica psichiatrica; la cui ultima istanza sarà… quella di modificare la patologia da cui è affetto l’essere umano, sia essa somatica o psichica". "Uno dei fenomeni più profondi prodotti dal suono e dalla musica, è la capacità di provocare stati regressivi nell’essere umano. Nell’applicazione psichiatrica della musicoterapia questa proprietà è fondamentale" (Benenzon 1992).

L’effetto "regressivo" della musica è in grado di aprire quei canali di comunicazione indispensabili per attivare il processo di apertura e inserimento sociale dei pazienti in terapia.

Autore: Pietro Diambrini è diplomato in "organo e composizione organistica" e in "didattica della musica". Attualmente è docente di Pedagogia Musicale presso il Conservatorio di Campobasso. Vanta diverse esperienze professionali, in qualità di consulente e formatore, anche con Rai Educational. Collabora con le riviste "Scuola Materna" e "Scuola e Didattica". Tra le varie pubblicazioni, "Il paese dei 7 suoni - Idee e progetti per le attività sonoro-musicali nella scuola materna " ed. La Scuola, Brescia, 1999. Altri lavori sono in fase di stampa.

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copyright © Educare.it - Anno I, Numero 3, Febbraio 2001


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