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Esiste
forse un confine netto fra quella che possiamo considerare come
funzione terapeutica della musica e la musicoterapica,
oppure stiamo utilizzando due diverse "locuzioni"
per indicare, in pratica, la stessa "sostanza"?
Che
cos'è la Musicoterapia?
Cerchiamo,
prima di tutto, di proporre una o più definizioni: secondo
l’associazione nazionale di musicoterapia degli U.S.A. essa è
caratterizzata dall’ "uso della musica per scopi terapeutici:
il ristabilimento, il mantenimento e il miglioramento della salute
mentale e fisica".
"Il
(musico)terapeuta – ci dice l’associazione professionale
musicoterapeuti della Gran Bretagna – lavora con una varietà
di pazienti, sia bambini che adulti, che possono avere handicap
emotivi, fisici, mentali o psicologici".
Molto interessante
appare la definizione suggerita dal prof. Benenzon per il quale
la musicoterapia "è da una parte una disciplina
scientifica che si occupa dello studio e della ricerca del complesso
suono-essere umano con l’obiettivo di cercare elementi di diagnosi
e metodi terapeutici. Dal punto di vista terapeutico la musicoterapia
è una disciplina paramedica che utilizza il suono, la musica
e il movimento per provocare effetti regressivi e aprire canali
di comunicazione, con l’obiettivo di attivare, per il loro tramite,
il processo di socializzazione e di inserimento sociale"
(R. Benenzon, Manuale di Musicoterapia, Borla, Roma
1992).
La funzione
terapeutica della musica scaturisce da quel particolare "potere"
che ha il suono di entrare direttamente in contatto con i centri
nervosi dell’uomo provocando, anche inconsciamente, reazioni di
segno assai diverso.
Per gli antichi
Egiziani, ad esempio (se ne trova testimonianza in antichi papiri
medici datati 1500 a.c.), il fascino della musica aveva una notevole
influenza nella fertilità della donna.
Anche la
Bibbia riporta una testimonianza a favore dell’uso terapeutico
del suono: "e così, ogni qualvolta il cattivo spirito
venuto da Dio investiva Saul, Davide prendeva la cetra e si metteva
a suonare; Saul si calmava e stava meglio poiché lo spirito
maligno si ritirava da lui e lo lasciava in pace" (Samuele
1, 16 - 23).
I greci,
che attribuivano alla musica un ruolo determinante nelle loro
teorie cosmogoniche e metafisiche, utilizzarono il suono nella
prevenzione e la cura di malattie fisiche e mentali.
Nel 1500
troviamo un documento interessante relativo al pittore Huga van
der Goes colpito da follia..."si vedeva perduto e condannato
all’inferno e voleva suicidarsi", un caso di melanconia.
Lo si portò a Bruxelles dove si chiamò il padre
superiore Thomas che, dopo averlo esaminato, trovò che
il paziente soffriva dello stesso male di Saul e, ricordandosi
che costui s’era calmato mentre David suonava, fece suonare diversi
strumenti presso il malato e dispose altri spettacoli ricreativi
coi quali contava di espellere i fantasmi (Benenzon 1992).
Moltissimi
dei nostri comportamenti quotidiani sono "figli" dell’effetto
"terapeutico" della musica. Il più comune è
quello di ascoltare musica per rilassarsi dalle fatiche e dallo
stress della giornata; anche andare in discoteca per "bombardarsi"
di musica assordante è un "comportamento terapeutico"
che tende a "staccare la spina" da tutto il mondo circostante
(con i suoi problemi, le sue angosce, difficoltà, ecc.)
per "immergersi", perdendosi, nel mare burrascoso dei
decibel.
Pensiamo
poi ad ogni mamma affettuosa che, per calmare il pianto del suo
bambino, intona una dolce "ninna nanna" o ai suoni diversi
(voci, rumori di casa, musica preferita) che contribuiscono a
"svegliare" quei pazienti in stato di coma.
E ancora
guardiamo tutti quei contesti dove la musica rievoca sensazioni
vissute, ricordi e, di conseguenza, ci offre momenti di pace,
di nostalgia, di ansia, di terrore… Oppure consideriamo l’aspetto
"catartico" del suonare e del cantare (non si dice,
forse, canta che ti passa…?) dove l’esecutore viene letteralmente
"rapito" dalla produzione di suoni e ritmi e, partecipando
con il corpo e con la mente, opera una vera e propria catarsi
emotiva che lo libera e lo esalta.
Sintetizzando
possiamo dunque considerare la musicoterapia come quella
scienza che riflette sul complesso rapporto biologico e psicologico
fra il suono e l’essere umano e elabora le strategie terapeutiche
atte a migliorare, mantenere, ristabilire la salute mentale e
fisica dei soggetti che presentano handicap emotivi, fisici, mentali
o psicologici. E’ possibile inoltre affermare che la musicoterapia
nasce da quella funzione terapeutica naturalmente "emanata"
dalla musica, e si sviluppa secondo propri metodi di ricerca,
analisi, e intervento.
La
Musica … Per Educare
Nell’ambito
dell’educazione sonora e musicale possiamo allora ipotizzare l’attuazione
di percorsi didattici che siano "impregnati" anche di
quella importante funzione terapeutica di cui abbiamo appena
detto.
I
destinatari non evidenziano particolari "patologie"
(in questo caso dovremmo chiamare in causa l’esperta musicoterapia);
sono tutti nostri bambini e ragazzi ai quali vogliamo offrire
l’occasione per vivere in maniera più "umana"
il tempo scolastico migliorando, di conseguenza, il "rendimento"
specifico (riferito quindi all’educazione sonora e musicale) e
generale (riferito a tutte le altre attività curricolari).
Riprendendo una delle definizioni citate in precedenza, potremmo
dire che la finalità dell’utilizzo didattico (programmato
"scientificamente" e non improvvisato) della funzione
terapeutica della musica è quella di mantenere e migliorare
la salute mentale e fisica di tutti gli alunni. Ciò
rappresenterà inevitabilmente anche un prezioso contributo
"terapeutico" (che non sarà isolato, ovviamente,
ma integrato da interventi specialistici operati da vari esperti
– pedagogista, psicologo, logopedista, terapista della riabilitazione,
musicoterapeuta, ecc. – a seconda del "problema" specifico)
per quei soggetti che evidenziano particolari "difficoltà"
(handicap emotivi, fisici, mentali, psicologici, ecc.).
L’operatore
è un Educatore Musicale Specializzato, con competenze sia
nell’ambito tecnico-musicale che in quello psicopedagogico. Egli
è in grado di progettare interventi educativi a livelli
diversi (per la scuola materna, per il ciclo primario e per la
scuola secondaria) "dosando" con sapienza ed efficacia
la "somministrazione terapeutica" del suono e della
musica.
Il
"territorio sonoro" ideale
Le
strategie d’intervento possono essere le più varie. L’Educatore
Musicale può innanzi tutto mirare alla realizzazione di
un "territorio sonoro" adeguato; un "ambiente acustico"
vivibile e ben accogliente per i suoi bambini o ragazzi (se è
doveroso insegnare ai bambini a rispettare l’ambiente perché
esso è garanzia di civiltà e "vivibilità"
– e dunque non distruggerlo, non inquinarlo, ecc. – sarà
altrettanto importante abituarli a creare e coltivare un "ambiente
acustico" ideale, "pulito" (non a caso si parla
sempre più spesso dell’inquinamento acustico e dei suoi
deleteri effetti sulla psiche umana), a "dimensione bambino"
(e quindi "arredarlo" in maniera conveniente esattamente
come avviene per l’arredamento di un’aula scolastica).
Ma
che cosa contraddistingue un "ambiente acustico" ideale?
Prima di tutto il giusto equilibrio fra suono e silenzio che può
essere ottenuto valorizzando i momenti di "ascolto silenzioso"
e riducendo l’intensità e la quantità dei suoni
emessi. Non è impossibile, basterà dare il buon
esempio: l’insegnante che quattro ore su quattro utilizza la sua
voce con un tono "graffiante" e con un’intensità
molto elevata non solo non contribuisce alla realizzazione del
giusto territorio sonoro ma, di riflesso, autorizza i suoi alunni(che
agiscono prevalentemente per imitazione) a comportarsi in maniera
simile. Il rumore genera, in una sorta di spirale acustica, altro
rumore. Erroneamente, a volte, si è convinti di dover "parlare
più forte" dei nostri interlocutori per farci meglio
sentire. Abbassare l’intensità del suono e "addolcire"
(senza troppo "miele"!) la voce, ha, invece, un inaspettato
effetto catalizzante. Se è vero che un suono forte (un
richiamo, un rimprovero, ecc), dosato e distribuito nel momento
giusto, ottiene qualche risultato, è anche vero che i bambini
tenderanno ad imitare la maestra che parla con tono pacato, dolce,
che non strilla quasi mai (del resto ci sono molti altri modi
di "catturare" e "mantenere" l’attenzione
degli alunni: per esempio la comunicazione visiva – uno sguardo
di disapprovazione ha sicuramente una maggiore efficacia di un
urlo disperato – oppure una giusta motivazione all’attività
didattica; o il generale atteggiamento personale dell’educatore
– che deve rappresentare un esempio positivo né troppo
"permissivo", né troppo "esigente"
– ecc.). Creare dunque l’ambiente acustico ideale significa anche
imparare ad utilizzare la propria voce, comunicando in maniera
adeguata attraverso il giusto tono e la giusta intensità
per il bene comune.
L’esperienza
musicale come "atto di regressione"
Un’altra
"dimensione" pedagogica dell’educazione sonora e musicale
si "impregna" di "valore terapeutico".
E’
ormai patrimonio comune la convinzione che l’esperienza con i
suoni rappresenti il fondamentale punto di partenza per una didattica
che conduca ad una effettiva conquista della competenza musicale.
Del resto non è più possibile pensare che "la
musica" si può "fare" solo se si "sanno
leggere le note" (purtroppo qualcuno ne è ancora convinto!).
E’ un po’ come pensare che non sia possibile "parlare"
se non si "sanno leggere le lettere dell’alfabeto e le parole
che esse compongono". In altre parole non è certo
pensabile anteporre la grammatica alla pratica e, proprio come
accade per il linguaggio, il bambino prima apprende, per imitazione
(arrivando ad utilizzarlo in maniera coerente e creativa) e solo
dopo ne impara la codificazione scritta, anche per la musica sarà
fondamentale, prima dell’alfabetizzazione di base, esercitare
una significativa attività sonora.
Una
didattica ispirata al "fare per conoscere" riscopre,
saggiamente, l’esperienza primordiale dell’uomo riconoscendo alle
fasi iniziali della vita un ruolo fondamentale per la crescita
e la formazione psicologica e intellettuale.
Cantare,
suonare, danzare rappresentano dei comportamenti naturalmente
osservabili in tutti i bambini fin dalla più tenera età.
Usare la voce per parlare/cantare, battere oggetti contro oggetti
o contro superfici varie e muoversi stimolati dall’irresistibile
"sound" della musica sono segnali della quotidiana "vitalità"
della maggior parte dei bambini (che non conoscono "inibizioni"
finché qualche "adulto" poco "sensibile"
non ne crea qualcuna). E dunque percorrere, a qualsiasi età
(scolare o non scolare che sia), un itinerario che privilegi,
prima di tutto, l’esperienza musicale, significa compiere un atto
"regressivo" che ci porta a riesumare quei sentimenti,
sensazioni, stati psicologici vissuti durante il periodo infantile,
inconsciamente sopiti ma presumibilmente presenti in tutti noi.
La
produzione musicale come "catarsi emotiva"
Cantare,
suonare, danzare, oltre che ad identificarsi con quell’azione
"regressiva" di cui dicevamo in precedenza, può
presentarsi come attività finalizzata alla "terapeutica
liberazione" dell’esecutore dagli "aspetti negativi
della realtà". Ciò è possibile producendo
suono e musica non tanto in modo "spontaneamente disordinato"
(non è facendo rumore scomposto – urlando e battendo con
violenza contro gli oggetti sonori – che ci si "libera")
quanto "rilasciando" gradualmente "energia creativa".
Si parte dalla riproduzione "oggettiva" (canonica, guidata,
ripetitiva) del prodotto sonoro per lasciarsi "catturare"
a poco a poco dalle emozioni e dalle suggestioni che la nostra
stessa "energia creativa musicale" produce. E’ un po’
come "lasciarsi andare" dunque al dolce "corteggiamento"
della melodia, al magico "abbraccio" dell’armonia, all’impetuoso
"turbinio" ritmico che rapisce il corpo e la mente.
La realizzazione
di un "soddisfacente" prodotto musicale individuale
e/o collettivo, rappresenta una sorta di "stress positivo";
un’attività "stancante" (perché richiede
dosi massicce di energia) e "appagante" (perché
soddisfa le emozioni, rilassa la mente e il corpo) al tempo stesso.
Affinché
vi sia però una reale "catarsi terapeutica" è
indispensabile che gli alunni siano messi nelle condizioni di
affrontare una valida e significativa esperienza vocale, strumentale
e ritmico-corporea. Ciò non significa giungere a livelli
estetici elevati: tutt’altro. Significa suonare, cantare e danzare
avendo piena coscienza di ciò che si sta facendo (non ripetendo
dunque in modo stereotipato e insignificante ciò che viene
proposto) maturando gradatamente un proprio "stile"
comunicativo e un "gusto" estetico (nel senso più
ampio del termine) che permetta di dare un "senso" alla
personale azione sonora.
La
Musica … Per "Terapizzare
Concludiamo
questa nostra ricognizione sul rapporto fra funzione terapeutica
della musica e musicoterapia cercando, senza "invadere"
il campo specifico, di mettere in evidenza, in maniera molto generale
e quanto mai generica, le coordinate scientifiche e metodologiche
della musicoterapia.
In linea
di principio, secondo quanto affermato nelle pagine precedenti,
è possibile affermare che, quello del musicoterapeuta,
è un intervento specialistico, mai isolato, e sempre "mirato"
ad un disturbo o ad una patologia ben definita.
Dalle definizioni
che abbiamo riportato all’inizio del nostro discorso, appare evidente
che la terapia musicale (sarebbe più sensato, come accade
per l’ambito educativo, parlare di terapia sonora e musicale),
pensata prevalentemente come "disciplina paramedica,
agisce essenzialmente come tecnica psicologica; vale a dire
che il suo apporto terapeutico risiede nella modificazione di
problemi emotivi, di atteggiamenti, della energia della dinamica
psichiatrica; la cui ultima istanza sarà… quella di modificare
la patologia da cui è affetto l’essere umano, sia essa
somatica o psichica". "Uno dei fenomeni più
profondi prodotti dal suono e dalla musica, è la capacità
di provocare stati regressivi nell’essere umano. Nell’applicazione
psichiatrica della musicoterapia questa proprietà è
fondamentale" (Benenzon 1992).
L’effetto
"regressivo" della musica è in grado di aprire
quei canali di comunicazione indispensabili per attivare il processo
di apertura e inserimento sociale dei pazienti in terapia. |