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Non sembri ardito l'accostamento, né fuorviante il porli in circolarità, massimamente quando s'intravede oltre il senso estetico, l'analogia teoretica con l'essere e il divenire: un dia-logo fra Parmenide ed Eraclito. Unico medicamento pedagogico, credo, a riscattar nell'uomo, se non la deficienza ontologica almeno l'handicap esistenziale.
La natura della voce a radice del movimento
Nel modello musicoterapico di Giovanni Maria Rossi la voce è l'Io; per te cieco "io sono la voce che ti vibra dentro", il mio "flatus vocis" diviene per te
l'indiveniente persona dei tuoi fugaci incontri con me. E quella voce è il mio mistero e la mia lotta che nell'incontro si fa in te chenòsi, ossia apertura al tuo mistero e alla tua lotta. Così la voce umana, come quelle della natura, fin dentro alla onomatopeia del poeta:
"E come il vento odo stormir tra queste fronde, io quello infinito silenzio a questa VOCE vo comparando e mi SOVVIEN l'eterno, e le molte stagioni…"
Il sovvenir è movimento, arcana ricarica d'energie
sinaptiche, illusione mnestica o risorgere incarnato d'un nulla che visse nelle voci d'altri tempi. La risonanza nella memoria è movimento: l'energia della voce in questo istante si fonde, in risonanza appunto, con l'energia acquietata di voci analoghe e ci trasmette l'energia della vita che ci anima, qui, ora. Nell'ascolto "tendere l'orecchio è tendere il corpo" afferma il grande audiologo Alfredo
Tomatis.
Mentre stai tendendo il corpo la voce non è ancor parola, dentro di te, ma è già movimento. La percezione verbale sarà il frutto della voce
corticalizzata: la voce precede la parola di qualche nano-secondo, ma il tono, il timbro, il ritmo, l'intensità, l'altezza ti hanno già mosso, ancor prima della coscienza riflessa del significato veicolato dalla voce nella parola, nel
verbum, nel logos.
La voce, il suo suono fisico, è già luogo di fusione di sensazione e razionalità, di cervello emotivo e cognitivo, di me che ti parlo. Prima del significato t'invade e ti muove il livello analogico della parola, ossia la sensualità e il giubilo, la melodia ipnotica, o la suasività. Oppure, di contro, la profondità angosciante, lo stentoreo lamento, lo stridìo fastidioso.
"Vox sine verbis" è quella delle sirene o delle Sibille e che ritrovi fuse nella voce salmodiante, la memoria dei padri e della origine primigenia della parola, come ebbe a dire G.B. Vico e che dapprima catalizzò l'attenzione di Giuseppe Verdi quando la voce divenne scena e da ultimo nella Salomè di Richard
Strauss: in cui la voce umana sovrasta e domina l'intera orchestra.
Dalla salmodia al canto e al coro, l'amplificazione della voce è emozione (emo è sangue, azione è movimento) che si fa voce interiore. "E all'udir la Sua voce, Giovanni si mosse nel grembo di Elisabetta" si legge nei Vangeli.
Toni, accenti e cadenze, in filastrocche e ninne nanne, o nei cori di pianto delle "preficae" non hanno, o a malapena sopportano immagini e concetti significanti: è tutto nella voce a risvegliar gioia, stupore e godimento, oppure paura, dolore e angoscia.
E' la voce a dar potere al "fiat' o all'"alzati e cammina". Chi presta voce a chi non
l'ha, chi si occupa di handicap, sa che "…un momentaneo mutare del tono di voce…può dare a una conversazione un significato.." (è Goffmann E. in Il rituale della relazione, Il Mulino, p.37) nuovo, un senso diverso. C'è un "caro" che offre le ali a chi non cammina, e c'è un "caro" intriso di lamento, di ambascia; il ritmo del respiro infonde nell'altro vita, gioia, estasi ed entusiasmo, o, al contrario, deprime e congela.
L'effetto antidepressivo della voce nella logoterapia esistenziale di Victor Frankl agisce nella risignificazione di vita, morte, dolore/sofferenza, lavoro e amore ancor prima del significato raziocinante, dal modo stesso con cui quelle cinque voci acquistano forza di movimento interiore.
Le stesse immagini evocate dalle voci sono voci in cammino. Certo: nella voce irrompe il pensiero del nulla, poiché la voce è ritmo di fiato, anemos, vento, ma la voce s'impone come non-nulla rassicurante. E una voce rassicura il feto nel grembo, il bimbo solo, il malato, il moribondo, la solitudine del barbone:
"Ti fermi a parlare un po' con me?" Non volle altro che la mia voce, uno di quest'ultimi, qualche sera fa.
La voca-zione della voce nel "dia-" del dialogo creativo
S'è detto: il significato è nulla senza il non-nulla della voce. Lo stesso logos in voci diverse diversamente risuona. Un esempio? La volgare "faccia" s'ingentilisce in 'viso" e t'inebria in "volto". Altro esempio? Mi perdoni Leopardi se al suo:
" veggo dall'alto fiammeggiar le stelle"
creativamente dialogando preferissi:
"veggo dall'alto splender le stelle"
o, memore dell'originario, dicessi:
"veggo dall'alto rilucer le stelle"
Anche la vocalità delle diverse lingue, o meglio, appunto, dei vari idiomi, ingrandiscono, magnificano o, al contrario rimpiccioliscono o sminuiscono la stessa realtà significata e muovono diversamente gli animi. Il canto, il suon della sua voce, aggiunge vita: "aggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita" (Leopardi, Zibaldone di Pensieri,
Pacella, Garzanti, Milano, 1991, p.4450).
La vocazione della voce, poiché la parola senza voce è nulla e la cosa senza parola non è, la vocazione della voce è di far venire all'essere col significato la cosa: la voce si fa ordinatrice del caos nel
cosmos. Il logos del reale che non saprebbe di se, si fa con-sapevolezza nel dià-logos, nell'aristotelico zigannon, la voce emo-zionante che sa di se prima ancora degli infiniti significati possibili.
Il logos, il verbum, si manifesta a se autocontraddizione suprema, da sempre salva
nell'indiveniente voce, in quanto manifesta il divenire potente dei possibili. La voce è lì e chiama i possibili a venire all'essere e d'uscir di scena. La poesia del poeta è nella voce che muove i possibili.
Alla periferia del dialogo creativo, il dialogo umano, la musicalità vocale è per Schopenauer "immagine immediata" della volontà, è lo stesso sentimento: quello che attanaglia e muove a vita nuova l'ardire della voce dia-logante col sordo, col cieco, col down, col folle, col
cerebroleso, ecc..., aggiungendo vita a vita
All'insensatezza apparente del tutto la voce dialogante con l'handicap dà senso e moto alla vanità delle cose.
Conclusione
Osservate gli uccelli, creature vocali e musiche, essi dan conforto e diletto e per soavità di suoni, e per varietà scambievole, ma soprattutto perché sono "significazione di allegrezza", "continue testimonianze della felicità delle cose". E se Leopardi aggiungeva "ancorché false", il dialogo creativo consente di dire "ancorché oscure". La vostra voce, la nostra voce, le illumini col dialogo creativo. |